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VISITA PASTORALE AD IVREA

SANTA MESSA NELL’ABBAZIA DI SAN BENIGNO CANAVESE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Solennità di San Giuseppe
San Benigno Canavese (Torino) - Lunedì, 19 marzo 1990

 

Abramo credette a Dio . . . “Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli”. Egli “è padre di tutti noi” (Rm 4, 18.16).

1. Nella solennità di san Giuseppe la Chiesa fa riferimento alla fede di Abramo. E questa fede ha subìto la prova della grande promessa di Dio. Dio gli aveva promesso il dono della paternità, pur essendo sua moglie Sara sterile. E quando, in età già avanzata, ebbero il figlio Isacco, Dio li fece passare attraverso un’ulteriore prova. Ecco, chiese ad Abramo che gli sacrificasse il suo unico figlio. Tuttavia Dio fermò la mano del padre, disposto a compiere tale volontà, e accettò soltanto il sacrificio del suo cuore paterno.

Il patriarca Abramo divenne padre della stirpe e capostipite del popolo di Dio, Israele. Grazie alla fede, però, egli divenne e rimane, anche se non per generazione fisica, padre di molte nazioni: il padre di tutti i credenti.

La fede è un’eredità secondo lo spirito, non secondo la carne. Abramo credette a Dio stesso con una certezza superiore a ogni calcolo umano. Credette nel Dio vero non a misura d’uomo, ma a misura del mistero infinito, nel quale l’onnipotenza e l’amore sono una cosa sola.

2. Così credette anche Maria al momento dell’annunciazione: “Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce . . . Lo Spirito Santo scenderà su di te . . . Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato figlio di Dio . . . nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 31. 35. 37). Così credette la Vergine di Nazaret, promessa sposa di un uomo, chiamato Giuseppe. E così credette pure lo stesso Giuseppe, l’“uomo giusto”.

Nella solennità a lui dedicata la Chiesa si richiama oggi alla fede di Abramo, poiché anche lui, così come la sua sposa, “sperò contro ogni speranza”. E questa volta la speranza andò più in alto, ben oltre la vicenda di Abramo. La speranza di Giuseppe aveva per oggetto il compimento definitivo delle promesse di Dio mediante la nascita di un Figlio, che era lo stesso Unigenito consostanziale all’Eterno Padre.

Giuseppe ascolta le parole dell’angelo: “Non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1, 20-21).

A questo punto l’eredità della fede di Abramo raggiunge l’apice. Il Figlio di Maria, per il quale Giuseppe, qui sulla terra, deve fare le veci dell’Eterno Padre, si offrirà effettivamente in totale sacrificio per la remissione dei peccati. Diversamente da quanto era successo nel caso di Abramo e Isacco. La prova della fede di Maria, Madre del Redentore, andrà ancora oltre: fino alla croce, sul Golgota! E lì la sua anima sarà trafitta da una spada. Non verrà risparmiata alla Madre la morte terribile del Figlio.

3. Giuseppe entrò insieme con Maria sulla via di questa fede. Come sposo si trovò accanto a lei sin dal primo momento. Fu il custode fedele della Madre e del Bambino durante la fuga in Egitto, quando fu necessario sottrarsi alla crudeltà di Erode. Poi fu capofamiglia della casa di Nazaret, dove il Figlio di Dio “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2, 52) fino al trentesimo anno di vita.

E benché tutto questo periodo della vita nascosta del Redentore sia stato riassunto appena in poche parole, è noto che in queste parole è racchiuso il ricco Vangelo del lavoro umano. Infatti Giuseppe lavorò come un artigiano-carpentiere, e Gesù crescendo stava al suo fianco, presso il banco di lavoro. Per questo motivo, nella solennità di san Giuseppe, cerchiamo ogni anno di attualizzare il Vangelo del lavoro, mediante gli incontri in diversi luoghi con gli ambienti dei lavoratori.

4. San Giuseppe di Nazaret è un santo molto umano. Pienamente umano si rivela accanto a lui il Figlio di Dio, il quale “ha lavorato con mani d’uomo”, così come “ha amato con cuore d’uomo” (Gaudium et spes, 22). In questo modo sul lavoro umano è stato impresso - per tutti i tempi - un sigillo del mistero di Dio, che non potrà mai essere tolto.

È una verità innegabile che l’uomo, mediante il suo lavoro, mediante la scienza e la tecnica, continua ad andare sempre avanti nel suo dominio sul mondo visibile. Questo fatto è certamente degno di ammirazione, benché sia anche all’origine di molteplici difficoltà, e perfino di vari pericoli. Pericoli del corpo: per l’incolumità fisica, che non di rado è posta a repentaglio da tanti fattori di insicurezza e di rischio; e, più in generale, pericoli derivanti dalla fatica spesso stressante e, alla fin fine, alienante; dall’anonimato e dalla monotonia del lavoro.

Pericoli, soprattutto, per lo spirito: i ritmi di lavoro possono allentare l’assiduità richiesta dalla cura familiare, con la conseguenza che ne risentono la convivenza e l’educazione dei figli; si può anche diventare meno vigili nella difesa della propria integrità e onestà morale; e può anche subentrare un certo assenteismo dalla pratica religiosa.

Il lavoro non deve spegnere lo spirito: deve porsi a suo servizio. Ciò richiede che sia svolto in modo umano e con ritmi umani. Di qui la necessità del riposo festivo, di una pausa di riflessione, durante la quale ricuperare in modo vivo e pieno i valori spirituali.

Ho saputo che voi venerati fratelli nell’episcopato - a cui rivolgo, unitamente ai sacerdoti qui presenti, il mio affettuoso saluto e apprezzamento per l’instancabile ministero pastorale - avete recentemente preso in esame il problema del lavoro festivo. Questo fenomeno purtroppo si sta ora introducendo anche nel processo lavorativo delle fabbriche. Giustamente voi avete rilevato che, già sul piano umano, il ritmo della vita dell’uomo non solo esige una sosta nel lavoro settimanale, ma chiede che essa sia possibilmente “contemporanea” per tutti i membri della famiglia, onde venire incontro alle loro esigenze di coesione e di comunione. Ancor più sul piano cristiano è necessario che si privilegi la domenica, che è il giorno del Signore, il giorno in cui la Chiesa si raccoglie nell’assemblea liturgica, il giorno di una più intensa vita religiosa. La domenica costituisce per il cristiano una testimonianza di fede non solo in Dio, ma anche nell’uomo e nei suoi valori soprannaturali.

Il cristiano deve impegnarsi per il rispetto di questo suo diritto alla sacralità della domenica. Egli dovrà dunque sostenere le forze sociali e politiche, perché orientino la pubblica opinione, e quindi i contratti e le leggi, in modo che gli sia assicurata la possibilità di vivere secondo i principi e i valori che trovano nella domenica il proprio punto di riferimento.

5. Che cosa significa che Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio, sta presso il banco di lavoro umano, accanto a Giuseppe? Non significa forse che, dappertutto e sempre, in ogni dimensione dell’umana attività e delle sue massime conquiste creative, penetra il mistero inscrutabile, il mistero senza limiti? Non significa forse che, al di sopra di tutti i calcoli e programmi collegati con l’attività temporale, l’uomo è costantemente chiamato da Dio stesso, perché contro ogni speranza abbia fede nella speranza?

Il lavoro serve certamente alla realizzazione dei destini terreni dell’uomo. Ma esso è - può essere - il compimento di tutta la sua speranza? Di tutto ciò verso cui tende il misterioso “io” umano?

In verità la grandezza del lavoro umano - di ogni lavoro umano - consiste nel fatto che, lavorando, l’uomo supera con la sua umanità lo stesso lavoro. Lo supera con la speranza che porta in sé. Infatti, l’umanità in ciascuno di noi è abbracciata dall’eterno disegno divino. È abbracciata nel Verbo che è “generato prima di ogni creatura”. È redenta da lui. Redenta con il sacrificio della croce sul Golgota. Redenta anche col sacrificio del lavoro a Nazaret, al fianco di Giuseppe carpentiere.

Che questa umanità redenta apprenda dal Verbo incarnato, fattosi carpentiere accanto al carpentiere Giuseppe, il vero significato del lavoro, un significato che travalica il tempo e si proietta nell’eternità. Amen!

 



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