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LA VEDUTA D'INVENZIONE DI RICCARDO TOMMASI FERRONI
di Mario Gori Sassoli
Il grande contorno figurato della pianta per il Giubileo di Riccardo Tommasi Ferroni si collega idealmente ad una
lunga serie di opere pittoriche e grafiche dedicate dall’artista alla città dei papi, sua seconda patria
e fonte inesauribile di ispirazioni fantastiche. Scenari romani compaiono infatti nelle sue composizioni fino dagli
anni ’60; sia nelle invenzioni caratterizzate da una accentuata vena satirica e surreale (spesso accompagnate da
citazioni riprese dalla tradizione figurativa seicentesca) sia in quelle dai toni più decisamente tragici
e, a volte, legate a tematiche sacre.
Dalla “Metamorfosi barocca di una Lamborghini” del ’67, dove la macchina, ai piedi dell’angelo berniniano
del ponte di Castello, diviene panneggio di lamiere contorte, alla piazza di S. Maria della Pace invasa da detriti.
Dalle visioni di Piazza Navona (spazio prediletto di apparizioni prodigiose e di battaglie) al grande “Desinare
al Gianicolo” del 1989, nel quale la medesima veduta di Roma rappresentata dal Vasi, apparentemente immutata
nel tempo, salvo la candida mole metafisica del Vittoriano, fa da sfondo all’oscena abbuffata degli adoratori del
pallone attorniati da cumuli di rifiuti. Semplice dissacrazione o rimpianto senza speranza? Forse soltanto attaccamento
estremo alla Storia che, per un eccesso di pudore, nella consapevole certezza che “tutto è stato già
fatto e consumato”, come annotava Leonardo Sciascia, si risolve in parodia, in teatrale amplificazione. E il pastiche
“mitologico-anacronistico” di gran parte della pittura di Tommasi Ferroni, secondo un’espressione di Mario Praz,
ritorna nel capriccio allegorico che abbraccia la pianta di Roma, per antonomasia città-madre di ogni
mito e di ogni contraddizione, appunto, tra il passato e il presente. Così è sempre stato e la secolare
querelle, il conflitto e la compenetrazione tra la Roma moderna e quella delle “gloriose ruine degli antichi”,
stigmatizzata con violenza scurrile dal Belli, potrebbe riaprirsi. Solo che ora, per il pittore, tale contrasto
non assume più i toni di una contemplazione lamentosa (né retorico-letteraria, come per lo più
accade agli esponenti del cosiddetto citazionismo), bensì quelli di una rappresentazione che è certamente
ironica ma, nel contempo, anche intimamente nostalgica.
Gli angeli con le trombe sono insieme le Fame e gli araldi del finale Giudizio perché, si sa, ogni testimonianza
materiale di grandezza trascorsa, com’ era per Piranesi, non può che ritrovarsi nella disgregazione e nel
caos. Così in primo piano, tra un ratto e una biscia vicini ai sanpietrini smossi, sono lattine e bicchieri
di plastica, un piatto accartocciato, un violino rotto , una scarpa e una bottiglia vuota. Sciagurate testimonianze
dell’oggi e ingredienti di una natura morta in piena regola che, in quanto tale, è simbolo esplicito di
vanità. Eppure, come da sempre è avvenuto, accanto ai monumenti antichi sorgono nuove e strane architetture,
destinate a condividerne la stessa dignità. Edifici bizzarri, mai visti. Dal corpo di insetti; come cubi
di travertino dalle mille finestre o dai bracci tubolari di veicoli spaziali. Casamenti serpentini che si perdono
nelle spire labirintiche delle sopraelevate in costruzione, quasi formicai di asfalto perennemente percorsi da
scatole di acciaio. Tutto, di qui a non molto, sarà facilmente fagocitato dall’immagine indivisibile della
Città; per poi diventare, a sua volta, rovine e vestigia, oggetto di contemplazione e ricordo.
Nella veduta “aggiornata” della Roma del terzo millennio si ritrovano dunque molte delle componenti più
caratteristiche della produzione dell’artista, e, non per ultime, anche di quelle più eminentemente linguistiche,
a cominciare proprio dalla tecnica, affidata ad un disegno magistrale. Essendo questo alle radici della sua formazione,
com’era nelle edificanti biografie vasariane degli artefici toscani, Tommasi Ferroni ha molto approfondito, e praticato
con rigore, lo studio grafico; e non semplicemente in funzione propedeutica, preparatoria al mestiere pittorico.
Intensa è stata infatti la sua attività di disegnatore, anche come illustratore di testi letterari;
e basti qui ricordare le tavole per l’Amintadel Tasso e quelle, poi incise all’acquaforte, per le prime
dieci giornate del Decamerone. E delle sue naturali e “virtuose” capacità disegnative ne è
recente e sbalorditiva testimonianza l’attribuzione a Leonardo (riconoscimento indiscutibile, seppure del tutto
involontario, da parte dei curatori) di un suo foglio giovanile - un ignudo su di un cavallo imbizzarrito- in una
mostra di inediti vinciani a Camaiore. Ogni traduzione comporta un tradimento. E, certo, così è nel
trasferire all’incisione i segni leggeri di una penna che ha la finezza di una punta d’argento. Pure, nel linguaggio
riscritto sul rame, il risultato è alla fine più che soddisfacente, ritrovandovi intatta, in accordo
con la plurisecolare pratica delle stampe d’après per la maestria dei giovani incisori, la forma
dell’idea originaria.
Nato nel 1934 a Pietrasanta in una famiglia di antiche tradizioni artistiche, Riccardo Tommasi Ferroni ha iniziato
giovanissimo a dipingere sotto la guida del padre, il noto scultore Leone Tommasi. Dopo gli studi classici
a Viareggio e l’iscrizione alla facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università di Firenze, dove
ha frequentato anche l’Accademia di Belle Arti, nel 1959 si è trasferito a Roma abitandovi ininterrottamente
per oltre vent’anni. Attualmente risiedeva in Toscana, nella campagna di Pieve di Camaiore, ai piedi delle Alpi
Apuane, dov’è morto il 22 febbraio di quest’anno. Era accademico di S. Luca.
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