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EPISTOLA 
LITTERIS, QUIBUS
DEL PAPA BENEDETTO XV
A GOTIFREDO DE GRANDMAISON,
PRESIDENTE DELLA SOCIETÀ BIBLIOGRAFICA,
CHE FESTEGGIA I SUOI PRIMI CINQUANT'ANNI DI VITA
 

Diletto Figlio, salute e Apostolica Benedizione.

La lettera con la quale, come sei solito in occasione della solennità del Natale di Cristo, hai invocato per Noi ogni prosperità, Ci ha anche informato del prossimo cinquantesimo anno da quando fu fondata la Società che tu presiedi. Ci hai fatto cosa gradita, ma Ci riesce ancor più gradito il fatto che tu e i tuoi confratelli volete onorare questa fausta memoria sia ringraziando Dio, sia rinnovando i propositi di alacrità. Diletti Figli, nel primo caso considerateCi solidali, e nel secondo esortatori. Quegli stessi benefìci che il vostro zelo ha procurato alla Chiesa e alla società, Ci prescrivono di essere con voi nel rendere grazie a Dio. Sappiamo infatti con quale santo proposito sia sorta la vostra Società, con quanta fede l’abbia mantenuta, e con quanta diligenza si sia impegnato per essa, seminando il buon seme con le pubblicazioni a stampa. I vostri meriti sono tali che i corridori non possono essere sollecitati. Tuttavia non maca il motivo per le esortazioni.

Infatti i tempi che corrono, la fiamma di guerra che da tempo incendia quasi tutta l’Europa hanno accumulato una quasi infinita mole di calamità su un’immensa moltitudine di uomini. Esse non potranno essere lenite abbastanza né con la previdenza delle leggi umane, né con i suggerimenti dei saggi. Anzitutto si dovrà invocare l’opera della Chiesa in quanto essa sola, come sapete, può sanare gli animi, può condurre all’oblio e al perdono, unire con carità fraterna. Voi capite ove miri il Nostro discorso: i mali prodotti da questa guerra non sono limitati alla devastazione delle campagne, alla distruzione di fiorentissime città o agli innumerevoli cittadini uccisi dal ferro o sofferenti di ferite, per tralasciare altre siffatte sventure. Vi sono in più altri mali, gravissimi, anche se di altra natura. Tra essi, la reciproca carità strappata dagli animi di molti, e quasi la cancellazione di quell’originale precetto del Vangelo che prescrive di amare anche i nemici. A questo proposito, si è giunti al punto che certuni hanno preteso di misurare l’amore di Patria attraverso l’odio per coloro con cui si è in guerra! In tanto strepito d’armi, in un così aspro conflitto di coscienze, era ovvio che si raffreddasse la carità di molti. Ma se le cupidigie di potenza e di dominio furono causa di guerra, esse stesse, la crudeltà e la lunga durata della guerra fecero sì che non vi sia fine né moderazione nelle rivalità, negli odi, nei desideri di vendetta. Per certo, tutti gli onesti debbono dolersene e soprattutto coloro che, come voi, si impegnano con gli scritti, nei limiti delle loro forze, per conciliare gli animi, per cancellare nell’oblio i motivi che possono suscitare l’ira; in una parola: per far deporre gli odi, una volta deposte le armi. Perciò scrivete i propositi che voi volete rinnovare, e tendete a questo fine: non potrete compiere altri studi più utili alla religione e alla vostra comunità se, insegnando, persuadendo, esortando, farete in modo che gli uomini, partecipi di un solo cuore e di una sola anima, possano godere più largamente dei benefìci della futura pace. Basti accennare soltanto a queste questioni. Infatti Ci è noto che voi, divulgando i vostri scritti, avete sempre tenuto presenti le esigenze della religione e della società, e puntualmente le avete accomodate ai tempi.

Infine vi ringraziamo di cuore, diletti figli, della devozione che Ci avete espresso; e affinché al vostro lavoro assista benigno Colui che dona il seme a chi semina e fa crescere le buone messi, come pegno della Nostra benevolenza impartiamo in nome del Signore, con grande affetto, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 18 gennaio 1918, nel quarto anno del Nostro Pontificato.

BENEDICTUS PP. XV

 

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

  

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