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INCONTRO DEL SANTO PADRE CON I VESCOVI DELLA SVIZZERA

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Sala Bologna
Martedì, 7 novembre 2006

 

Eminenze, Eccellenze, cari Confratelli!

Vorrei innanzitutto salutarVi di cuore ed esprimere la mia gioia, perché ci è dato di completare ora la visita pastorale, interrotta nel 2005, avendo così la possibilità di lavorare ancora una volta insieme su tutto il panorama di questioni che ci preoccupano. Ho ancora un vivo ricordo della Visita ad limina del 2005, quando nella Congregazione per la Dottrina della Fede abbiamo parlato insieme di problemi che saranno nuovamente in discussione anche in questi giorni. Mi è ancora ben presente l'atmosfera di impegno interiore d'allora, per far sì che la Parola del Signore sia viva e raggiunga i cuori degli uomini di questo tempo, perché la Chiesa sia piena di vita. Nella nostra comune situazione difficile a causa di una cultura secolarizzata, cerchiamo di comprendere la missione affidataci dal Signore e di compierla il meglio possibile.

Non ho potuto preparare un vero discorso; vorrei ora, in vista dei singoli grandi complessi di problemi che toccheremo, fare solo qualche “primo tentativo”, che non intende presentare delle affermazioni definitive, ma vuole soltanto avviare il colloquio. È questo un incontro tra i Vescovi svizzeri e i vari Dicasteri della Curia, nei quali si rendono visibili e sono rappresentati i singoli settori del nostro compito pastorale. Ad alcuni di essi vorrei cercare di offrire qualche commento. In accordo col mio passato, comincio con la Congregazione per la Dottrina della Fede, o meglio: col tema della fede. Già nell’omelia ho cercato di dire che, in tutto il travaglio del nostro tempo, la fede deve veramente avere la priorità. Due generazioni fa, essa poteva forse essere ancora presupposta come una cosa naturale: si cresceva nella fede; essa, in qualche modo, era semplicemente presente come una parte della vita e non doveva essere cercata in modo particolare. Aveva bisogno di essere plasmata ed approfondita, appariva però come una cosa ovvia. Oggi appare naturale il contrario, che cioè in fondo non è possibile credere, che di fatto Dio è assente. In ogni caso, la fede della Chiesa sembra una cosa del lontano passato. Così anche cristiani attivi hanno l’idea che convenga scegliere per sé, dall’insieme della fede della Chiesa, le cose che si ritengono ancora sostenibili oggi. E soprattutto ci si dà da fare per compiere mediante l’impegno per gli uomini, per così dire, contemporaneamente anche il proprio dovere verso Dio. Questo, però, è l’inizio di una specie di “giustificazione mediante le opere”: l’uomo giustifica se stesso e il mondo in cui svolge quello che sembra chiaramente necessario, ma manca la luce interiore e l’anima di tutto. Perciò credo che sia importante prendere nuovamente coscienza del fatto che la fede è il centro di tutto – “Fides tua te salvum fecit” dice il Signore ripetutamente a coloro che ha guarito. Non è il tocco fisico, non è il gesto esteriore che decide, ma il fatto che quei malati hanno creduto. E anche noi possiamo servire il Signore in modo vivace soltanto se la fede diventa forte e si rende presente nella sua abbondanza.

Vorrei sottolineare in questo contesto due punti cruciali. Primo: la fede è soprattutto fede in Dio. Nel cristianesimo non si tratta di un enorme fardello di cose diverse, ma tutto ciò che dice il Credo e che lo sviluppo della fede ha svolto esiste solo per rendere più chiaro alla nostra vista il volto di Dio. Egli esiste ed Egli vive; in Lui crediamo; davanti a Lui, in vista di Lui, nell’essere-con Lui e da Lui viviamo. Ed in Gesù Cristo, Egli è, per così dire, corporalmente con noi. Questa centralità di Dio deve, secondo me, apparire in modo completamente nuovo in tutto il nostro pensare ed operare. È ciò che poi anima anche le attività che, in caso contrario, possono facilmente decadere in attivismo e diventare vuote. Questa è la prima cosa che vorrei sottolineare: che la fede in realtà guarda decisamente verso Dio, e così spinge pure noi a guardare verso Dio e a metterci in movimento verso di Lui.

L’altra cosa è che non possiamo inventare noi stessi la fede componendola di pezzi “sostenibili”, ma che crediamo insieme con la Chiesa. Non tutto ciò che insegna la Chiesa possiamo comprendere, non tutto deve essere presente in ogni vita. È però importante che siamo con-credenti nel grande Io della Chiesa, nel suo Noi vivente, trovandoci così nella grande comunità della fede, in quel grande soggetto, in cui il Tu di Dio e l’Io dell’uomo veramente si toccano; in cui il passato delle parole della Scrittura diventa presente, i tempi si compenetrano a vicenda, il passato è presente e, aprendosi verso il futuro, lascia entrare nel tempo il fulgore dell’eternità, dell’Eterno. Questa forma completa della fede, espressa nel Credo, di una fede in e con la Chiesa come soggetto vivente, nel quale opera il Signore – questa forma di fede dovremmo cercare di mettere veramente al centro delle nostre attività. Lo vediamo anche oggi in modo molto chiaro: lo sviluppo, là dove è stato promosso in modo esclusivo senza nutrire l’anima, reca danni. Allora le capacità tecniche crescono, sì, ma da esse emergono soprattutto nuove possibilità di distruzione. Se insieme con l’aiuto a favore dei Paesi in via di sviluppo, insieme con l’apprendimento di tutto ciò che l'uomo è capace di fare, di tutto ciò che la sua intelligenza ha inventato e che la sua volontà rende possibile, non viene contemporaneamente anche illuminata la sua anima e non arriva la forza di Dio, si impara soprattutto a distruggere. E per questo, credo, deve nuovamente farsi forte in noi la responsabilità missionaria: se siamo lieti della nostra fede, ci sentiamo obbligati a parlarne agli altri. Sta poi nelle mani di Dio in che misura gli uomini potranno accoglierla.

Da questo argomento vorrei ora passare all'“Educazione Cattolica”, toccando due settori. Una cosa che, penso, causa a tutti noi una “preoccupazione” nel senso positivo del termine, è il fatto che la formazione teologica dei futuri sacerdoti e degli altri insegnanti ed annunciatori della fede debba essere buona; abbiamo quindi bisogno di buone Facoltà teologiche, di buoni seminari maggiori e di adeguati professori di teologia che comunichino non soltanto conoscenze, ma formino ad una fede intelligente, così che fede diventi intelligenza ed intelligenza diventi fede. A questo riguardo ho un desiderio molto specifico. La nostra esegesi ha fatto grandi progressi; sappiamo davvero molto sullo sviluppo dei testi, sulla suddivisione delle fonti ecc., sappiamo quale significato può aver avuto la parola in quell'epoca… Ma vediamo anche sempre di più che l’esegesi storico-critica, se rimane soltanto storico-critica, rimanda la parola nel passato, la rende una parola dei tempi di allora, una parola che, in fondo, non ci parla affatto; e vediamo che la parola si riduce in frammenti perché, appunto, essa si scioglie in tante fonti diverse. Il Concilio, la Dei Verbum, ci ha detto che il metodo storico-critico è una dimensione essenziale dell’esegesi, perché fa parte della natura della fede dal momento che essa è factum historicum. Non crediamo semplicemente a un’idea; il cristianesimo non è una filosofia, ma un avvenimento che Dio ha posto in questo mondo, è una storia che Egli in modo reale ha formato e forma come storia insieme con noi. Per questo, nella nostra lettura della Bibbia l’aspetto storico deve veramente essere presente nella sua serietà ed esigenza: dobbiamo effettivamente riconoscere l'evento e, appunto, questo “fare storia” da parte di Dio nel suo operare. Ma la Dei Verbum aggiunge che la Scrittura, che conseguentemente deve essere letta secondo i metodi storici, va letta anche come unità e deve essere letta nella comunità vivente della Chiesa. Queste due dimensioni mancano in grandi settori dell'esegesi. L'unità della Scrittura non è un fatto puramente storico-critico, benché l'insieme, anche dal punto di vista storico, sia un processo interiore della Parola che, letta e compresa sempre in modo nuovo nel corso di successive relectures, continua a maturare. Ma questa unità è in definitiva, appunto, un fatto teologico: questi scritti sono un'unica Scrittura, comprensibili fino in fondo solo se letti nell'analogia fidei come unità in cui c'è un progresso verso Cristo e, inversamente, Cristo attira a sé tutta la storia; e se, d'altra parte, questo ha la sua vitalità nella fede della Chiesa. Con altre parole, mi sta molto a cuore che i teologi imparino a leggere e ad amare la Scrittura così come, secondo la Dei Verbum, il Concilio lo ha voluto: che vedano l'unità interiore della Scrittura – una cosa aiutata oggi dall'“esegesi canonica” (che senz'altro si trova ancora in un timido stadio iniziale) – e che poi di essa facciano una lettura spirituale, che non è una cosa esterna di carattere edificante, ma invece un immergersi interiormente nella presenza della Parola. Mi sembra un compito molto importante fare qualcosa in questo senso, contribuire affinché accanto, con e nell'esegesi storico-critica sia data veramente un'introduzione alla Scrittura viva come attuale Parola di Dio. Non so come realizzarlo concretamente, ma credo che, sia nell'ambito accademico, sia nel seminario, sia in un corso d'introduzione, si possano trovare dei professori adeguati, affinché avvenga questo incontro attuale con la Scrittura nella fede della Chiesa – un incontro sulla base del quale diventa poi possibile l'annuncio.

L'altra cosa è la catechesi che, appunto, negli ultimi cinquant'anni circa, da un lato, ha fatto grandi progressi metodologici, dall'altro, però, si è persa molto nell'antropologia e nella ricerca di punti di riferimento, cosicché spesso non si raggiungono neanche più i contenuti della fede. Posso capirlo: addirittura al tempo in cui io ero viceparroco – quindi 56 anni fa – risultava già molto difficile annunciare nella scuola pluralistica, con molti genitori e bambini non credenti, la fede, perché essa appariva un mondo totalmente estraneo ed irreale. Oggi, naturalmente, la situazione è ancora peggiorata. Tuttavia è importante che nella catechesi, che comprende gli ambienti della scuola, della parrocchia, della comunità ecc., la fede continui ad essere pienamente valorizzata, che cioè i bambini imparino veramente che cosa sia “creazione”, che cosa sia “storia della salvezza” realizzata da Dio, che cosa, chi sia Gesù Cristo, che cosa siano i Sacramenti, quale sia l'oggetto della nostra speranza… Io penso che noi tutti dobbiamo, come sempre, impegnarci molto per un rinnovamento della catechesi, nella quale sia fondamentale il coraggio di testimoniare la propria fede e di trovare i modi affinché essa sia compresa ed accolta. Poiché l'ignoranza religiosa ha raggiunto oggi un livello spaventoso. E tuttavia, in Germania i bambini hanno almeno dieci anni di catechesi, dovrebbero quindi in fondo sapere molte cose. Per questo dobbiamo certamente riflettere in modo serio sulle nostre possibilità di trovare vie per comunicare, anche se in modo semplice, le conoscenze, affinché la cultura della fede sia presente.

E ora qualche osservazione sul “Culto divino“. L'Anno Eucaristico, a questo riguardo, ci ha donato molto. Posso dire che l'Esortazione postsinodale è a buon punto. Sarà sicuramente un grande arricchimento. Inoltre abbiamo avuto il documento della Congregazione per il Culto divino circa la giusta celebrazione dell'Eucaristia, cosa molto importante. Io credo che a seguito di tutto ciò man mano diventi chiaro che la Liturgia non è un'“auto-manifestazione“ della comunità la quale, come si dice, in essa entra in scena, ma è invece l'uscire della comunità dal semplice “essere-se-stessi“ e l'accedere al grande banchetto dei poveri, l'entrare nella grande comunità vivente, nella quale Dio stesso ci nutre. Questo carattere universale della Liturgia deve entrare nuovamente nella consapevolezza di tutti. Nell'Eucaristia riceviamo una cosa che noi non possiamo fare, ma entriamo invece in qualcosa di più grande che diventa nostro, proprio quando ci consegniamo a questa cosa più grande cercando di celebrare la Liturgia veramente come Liturgia della Chiesa. È poi connesso con ciò anche il famoso problema dell'omelia. Dal punto di vista puramente funzionale posso capirlo molto bene: forse il parroco è stanco o ha predicato già ripetutamente o è anziano e i suoi incarichi superano le sue forze. Se allora c'è un assistente per la pastorale che è molto capace nell'interpretare la Parola di Dio in modo convincente, vien spontaneo dire: perché non dovrebbe parlare l'assistente per la pastorale; lui riesce meglio, e così la gente ne trae maggior profitto. Ma questo, appunto, è la visione puramente funzionale. Bisogna invece tener conto del fatto che l'omelia non è un'interruzione della Liturgia per una parte discorsiva, ma che essa appartiene all'evento sacramentale, portando la Parola di Dio nel presente di questa comunità. È il momento, in cui veramente questa comunità come soggetto vuole essere chiamata in causa per essere portata all'ascolto e all'accoglimento della Parola. Ciò significa che l'omelia stessa fa parte del mistero, della celebrazione del mistero, e quindi non può semplicemente essere slegata da esso. Soprattutto, però, ritengo anche importante che il sacerdote non sia ridotto al Sacramento e alla giurisdizione – nella convinzione che tutti gli altri compiti potrebbero essere assunti anche da altri – ma che si conservi l'integrità del suo incarico. Il sacerdozio è una cosa anche bella soltanto se c'è da compiere una missione che è un tutt'uno, dal quale non si può tagliare qua e là qualcosa. E a questa missione appartiene già da sempre – anche nel culto antico-testamentario – il dovere del sacerdote di collegare col sacrificio la Parola che è parte integrante dell'insieme. Dal punto di vista puramente pratico dobbiamo poi certamente provvedere a fornire i sacerdoti degli aiuti necessari perché possano svolgere in modo giusto anche il ministero della Parola. In linea di massima, questa unità interiore sia dell'essenza della Celebrazione eucaristica, sia dell'essenza del ministero sacerdotale, è molto importante.

Il secondo tema, che vorrei toccare in questo contesto, riguarda il sacramento della Penitenza la cui pratica in questi circa cinquanta ultimi anni è progressivamente diminuita. Grazie a Dio esistono chiostri, abbazie e santuari, verso i quali la gente va in pellegrinaggio e dove il loro cuore si apre ed è anche pronto alla confessione. Questo Sacramento lo dobbiamo veramente imparare di nuovo. Già da un punto di vista puramente antropologico è importante, da una parte, riconoscere la colpa e, dall'altra, esercitare il perdono. La diffusa mancanza di una consapevolezza della colpa è un fenomeno preoccupante del nostro tempo. Il dono del sacramento della Penitenza consiste quindi non soltanto nel fatto che riceviamo il perdono, ma anche nel fatto che ci rendiamo conto, innanzitutto, del nostro bisogno di perdono; già con ciò veniamo purificati, ci trasformiamo interiormente e possiamo poi comprendere anche meglio gli altri e perdonarli. Il riconoscimento della colpa è una cosa elementare per l'uomo – è malato se non l'avverte più – e altrettanto importante è per lui l'esperienza liberatrice del ricevere il perdono. Per ambedue le cose il sacramento della Riconciliazione è il luogo decisivo di esercizio. Inoltre lì la fede diventa una cosa del tutto personale, non si nasconde più nella collettività. Se l'uomo affronta la sfida e, nella sua situazione di bisogno di perdono, si presenta, per così dire, indifeso davanti a Dio, allora fa l'esperienza commovente di un incontro del tutto personale con l'amore di Gesù Cristo.

Infine vorrei ancora occuparmi del ministero episcopale. Di questo, in fondo, abbiamo implicitamente già parlato per tutto il tempo. Mi sembra importante che i Vescovi, come successori degli Apostoli, da una parte portino veramente la responsabilità delle Chiese locali che il Signore ha loro affidate, facendo sì che lì la Chiesa come Chiesa di Gesù Cristo cresca e viva. Dall'altra parte, essi devono aprire le Chiese locali all'universale. Viste le difficoltà che gli Ortodossi hanno con le Chiese autocefale, come anche i problemi dei nostri amici protestanti di fronte alla disgregazione delle Chiese regionali, ci rendiamo conto di quale grande significato abbia l'universalità, quanto sia importante che la Chiesa si apra alla totalità, diventando nell'universalità veramente un'unica Chiesa. Di questo, d'altra parte, è capace soltanto se nel territorio suo proprio è viva. Questa comunione deve essere alimentata dai Vescovi insieme con il Successore di Pietro nello spirito di una consapevole successione al Collegio degli Apostoli. Tutti noi dobbiamo sforzarci continuamente di trovare in questo rapporto vicendevole il giusto equilibrio, cosicché la Chiesa locale viva la sua autenticità e, contemporaneamente, la Chiesa universale da ciò riceva un arricchimento, affinché ambedue donino e ricevano e così cresca la Chiesa del Signore.

Il Vescovo Grab ha già parlato delle fatiche dell'ecumenismo; è un campo che devo solo affidare al cuore di tutti Voi. Nella Svizzera siete posti a confronto quotidianamente con questo compito che è faticoso, ma crea anche gioia. Penso che importanti siano, da un lato, i rapporti personali, nei quali ci riconosciamo e ci stimiamo l'un l'altro in modo immediato come credenti e, come persone spirituali, ci purifichiamo e ci aiutiamo anche a vicenda. Dall'altro lato, si tratta – come ha già detto il Vescovo Grab – di farsi garanti dei valori essenziali, portanti, provenienti da Dio della nostra società. In questo campo, tutti insieme – protestanti, cattolici ed ortodossi – abbiamo un grande compito. E sono lieto che stia crescendo la consapevolezza di questo. Nell'occidente è la Chiesa in Grecia che, pur avendo ogni tanto qualche problema con i Latini, dice sempre più chiaramente: in Europa possiamo svolgere il nostro compito soltanto se ci impegniamo insieme per la grande eredità cristiana. Anche la Chiesa in Russia lo vede sempre di più ed altrettanto i nostri amici protestanti sono consapevoli di questo fatto. Io penso che, se impariamo ad agire in questo campo insieme, possiamo realizzare una buona parte di unità anche là dove la piena unità teologica e sacramentale non è ancora possibile.

Per concludere vorrei esprimerVi ancora una volta la mia gioia per la Vostra visita, augurandoVi molti colloqui fruttuosi durante questi giorni.  

 

© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana

    

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