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VIAGGIO APOSTOLICO
IN LIBANO
(14-16 SETTEMBRE 2012)
INCONTRO CON I MEMBRI DEL GOVERNO,
DELLE ISTITUZIONI DELLA REPUBBLICA,
CON IL CORPO DIPLOMATICO, I CAPI RELIGIOSI E
RAPPRESENTANTI DEL MONDO DELLA CULTURA
DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Salone 25 maggio del Palazzo Presidenziale di Baabda
Sabato, 15 settembre 2012
[Video]
Signor Presidente della Repubblica,
Signore e Signori rappresentanti delle Autorità parlamentari, governative,
istituzionali e politiche del Libano,
Signore e Signori Capi delle missioni diplomatiche,
Beatitudini, Responsabili religiosi,
cari fratelli nell’Episcopato, Signore, Signori, cari amici!
سَلامي أُعطيكُم [Vi do la mia pace] (Gv 14,27)! è con questa parola di
Cristo Gesù che desidero salutarvi e ringraziarvi della vostra accoglienza e
della vostra presenza. La ringrazio, Signor Presidente, non solo per le sue
parole cordiali ma anche per aver permesso questo incontro. Assieme a Lei, ho
appena piantato un cedro del Libano, simbolo del vostro bel Paese. Vedendo
questo alberello e le cure di cui avrà bisogno per fortificarsi fino a stendere
i suoi rami maestosi, ho pensato al vostro Paese e al suo destino, ai Libanesi e
alle loro speranze, a tutte le persone di questa Regione del mondo che sembra
conoscere i dolori di un parto senza fine. Allora ho domandato a Dio di
benedirvi, di benedire il Libano e di benedire tutti gli abitanti di questa
Regione che ha visto nascere grandi religioni e nobili culture. Perché Dio ha
scelto questa Regione ? Perché essa vive nella tormenta? Dio l’ha scelta, mi
sembra, affinché sia esemplare, affinché testimoni di fronte al mondo la
possibilità che l’uomo ha di vivere concretamente il suo desiderio di pace e di
riconciliazione! Questa aspirazione è inscritta da sempre nel piano di Dio, che
l’ha impressa nel cuore dell’uomo. È sulla pace che desidero intrattenervi
perché Gesù ha detto: سَلامي أُعطيكُم [Vi do la mia pace].
Un paese è ricco anzitutto delle persone che vivono al suo interno. Da ciascuna
di esse e da tutte insieme dipende il suo futuro e la sua capacità di impegnarsi
per la pace. Un tale impegno non sarà possibile che in una società unita.
Tuttavia, l’unità non è l’uniformità. La coesione della società è assicurata dal
rispetto costante della dignità di ogni persona e dalla partecipazione
responsabile di ciascuna secondo le sue capacità, impegnando ciò che di meglio
vi è in essa. Al fine di assicurare il dinamismo necessario per costruire e
consolidare la pace, occorre instancabilmente tornare ai fondamenti dell’essere
umano. La dignità dell’uomo è inseparabile dal carattere sacro della vita donata
dal Creatore. Nel disegno di Dio, ogni persona è unica e insostituibile. Essa
viene al mondo in una famiglia, che è il suo primo luogo di umanizzazione, e
soprattutto la prima educatrice alla pace. Per costruire la pace, la nostra
attenzione deve dunque portarsi verso la famiglia, al fine di facilitare il suo
compito, per sostenerla così e dunque promuovere dappertutto una cultura di
vita. L’efficacia dell’impegno per la pace dipende dalla concezione che il mondo
può avere della vita umana. Se vogliamo la pace, difendiamo la vita! Questa
logica squalifica non solo la guerra e gli atti terroristici, ma anche ogni
attentato alla vita dell’essere umano, creatura voluta da Dio. L’indifferenza o
la negazione di ciò che costituisce la vera natura dell’uomo impediscono il
rispetto di questa grammatica che è la legge naturale inscritta nel
cuore umano (cfr
Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2007,
3). La grandezza e la ragion d’essere di ogni persona non si trovano che in Dio.
Così, il riconoscimento incondizionato della dignità di ogni essere umano, di
ciascuno di noi, e quella del carattere sacro della vita implicano la
responsabilità di tutti davanti a Dio. Dobbiamo dunque unire i nostri sforzi per
sviluppare una sana antropologia che comprenda l’unità della persona. Senza di
essa, non è possibile costruire l’autentica pace.
Benché siano più evidenti nei Paesi che conoscono conflitti armati – queste
guerre piene di vanità e di orrori –, gli attentati all’integrità e alla vita
delle persone esistono anche in altri Paesi. La disoccupazione, la povertà, la
corruzione, le diverse dipendenze, lo sfruttamento, i traffici di ogni sorta e
il terrorismo implicano, assieme alla sofferenza inaccettabile di quanti ne sono
vittime, un indebolimento del potenziale umano. La logica economica e
finanziaria vuole continuamente imporci il suo giogo e far primeggiare l’avere
sull’essere! Ma la perdita di ogni vita umana è una perdita per l’umanità
intera. Questa è una grande famiglia di cui siamo tutti responsabili. Certe
ideologie, mettendo in causa in modo diretto o indiretto, o persino legale, il
valore inalienabile di ogni persona e il fondamento naturale della famiglia,
minano le basi della società. Dobbiamo essere coscienti di questi attentati
all’edificazione e all’armonia del vivere insieme. Solo una solidarietà
effettiva costituisce l’antidoto a tutto questo. Solidarietà per respingere ciò
che ostacola il rispetto di ogni essere umano, solidarietà per sostenere le
politiche e le iniziative volte ad unire i popoli in modo onesto e giusto. È
bello vedere le azioni di collaborazione e di vero dialogo che costruiscono una
nuova maniera di vivere insieme. Una migliore qualità di vita e di sviluppo
integrale non è possibile che nella condivisione delle ricchezze e delle
competenze, rispettando la dignità di ciascuno. Ma un tale stile di vita
conviviale, sereno e dinamico non può esistere senza la fiducia nell’altro,
chiunque sia. Oggi, le differenze culturali, sociali, religiose, devono
approdare a vivere un nuovo tipo di fraternità, dove appunto ciò che unisce è il
senso comune della grandezza di ogni persona, e il dono che essa è per se
stessa, per gli altri e per l’umanità. Qui si trova la via della pace ! Qui è
l’impegno che ci è richiesto! Qui è l’orientamento che deve presiedere alle
scelte politiche ed economiche, ad ogni livello e su scala planetaria!
Per aprire alle generazioni di domani un futuro di pace, il primo compito è
dunque quello di educare alla pace per costruire una cultura di pace.
L’educazione, nella famiglia o a scuola, dev’essere anzitutto educazione ai
valori spirituali che conferiscono alla trasmissione del sapere e delle
tradizioni di una cultura il loro senso e la loro forza. Lo spirito umano ha il
gusto innato del bello, del bene e del vero. È il sigillo del divino, l’impronta
di Dio in esso! Da questa aspirazione universale deriva una concezione morale
ferma e giusta, che pone sempre la persona al centro. Ma è solo nella libertà
che l’uomo può volgersi verso il bene, perché «la dignità dell’uomo richiede che
egli agisca secondo una scelta consapevole e libera, cioè mosso e indotto
personalmente dal di dentro, e non per un cieco impulso interno o per mera
coazione esterna» (Gaudium et spes,
17). Il compito dell’educazione è di accompagnare la maturazione della capacità
di fare scelte libere e giuste, che possano andare contro-corrente rispetto alle
opinioni diffuse, alle mode, alle ideologie politiche e religiose. L’affermarsi
di una cultura di pace ha questo prezzo! Occorre evidentemente bandire la
violenza verbale o fisica. Essa è sempre un oltraggio alla dignità umana, sia
dell’autore sia della vittima. D’altronde, valorizzando le opere pacifiche e il
loro influsso per il bene comune, si crea anche l’interesse per la pace. Come
testimonia la storia, tali gesti di pace hanno un ruolo considerevole nella vita
sociale, nazionale e internazionale. L’educazione alla pace formerà così uomini
e donne generosi e retti, attenti a tutti, e particolarmente alle persone più
deboli. Pensieri di pace, parole di pace e gesti di pace creano un’atmosfera di
rispetto, di onestà e di cordialità, dove gli sbagli e le offese possono essere
riconosciuti in verità per avanzare insieme verso la riconciliazione. Che gli
uomini di Stato e i responsabili religiosi vi riflettano!
Dobbiamo essere ben coscienti che il male non è una forza anonima che agisce nel
mondo in modo impersonale o deterministico. Il male, il demonio, passa
attraverso la libertà umana, attraverso l’uso della nostra libertà. Cerca un
alleato, l’uomo. Il male ha bisogno di lui per diffondersi. È così che, avendo
offeso il primo comandamento, l’amore di Dio, viene a pervertire il secondo,
l’amore del prossimo. Con lui, l’amore del prossimo sparisce a vantaggio della
menzogna e dell’invidia, dell’odio e della morte. Ma è possibile non lasciarsi
vincere dal male e vincere il male con il bene (cfr Rm 12, 21). È a
questa conversione del cuore che siamo chiamati. Senza di essa, le «liberazioni»
umane tanto desiderate deludono, perché si muovono nello spazio ridotto concesso
dalla ristrettezza di spirito dell’uomo, dalla sua durezza, dalle sue
intolleranze, dai suoi favoritismi, dai suoi desideri di rivincita e dalle sue
pulsioni di morte. La trasformazione in profondità dello spirito e del cuore è
necessaria per ritrovare una certa chiaroveggenza e una certa imparzialità, il
senso profondo della giustizia e quello del bene comune. Uno sguardo nuovo e più
libero renderà capaci di analizzare e di mettere in discussione sistemi umani
che conducono a vicoli ciechi, per andare avanti tenendo conto del passato, per
non ripeterlo più con i suoi effetti devastanti. Questa conversione richiesta è
esaltante perché apre delle possibilità facendo appello alle innumerevoli
risorse che abitano il cuore di tanti uomini e donne desiderosi di vivere in
pace e pronti ad impegnarsi per la pace. Ora essa è particolarmente esigente: si
tratta di dire no alla vendetta, di riconoscere i propri torti, di accettare le
scuse senza cercarle, e infine di perdonare. Perché solo il perdono dato e
ricevuto pone le fondamenta durevoli della riconciliazione e della pace per
tutti (cfr Rm 12,16b.18).
Solo allora può crescere la buona intesa tra le culture e le religioni, la stima
delle une per le altre senza sensi di superiorità e nel rispetto dei diritti di
ciascuna. In Libano, la Cristianità e l’Islam abitano lo stesso spazio da
secoli. Non è raro vedere nella stessa famiglia entrambe le religioni. Se in una
stessa famiglia questo è possibile, perché non dovrebbe esserlo a livello
dell’intera società? La specificità del Medio Oriente consiste nella mescolanza
secolare di componenti diverse. Certo, ahimè, esse si sono anche combattute! Una
società plurale esiste soltanto per effetto del rispetto reciproco, del
desiderio di conoscere l’altro e del dialogo continuo. Questo dialogo tra gli
uomini è possibile solamente nella consapevolezza che esistono valori comuni a
tutte le grandi culture, perché sono radicate nella natura della persona umana.
Questi valori, che sono come un substrato, esprimono i tratti autentici e
caratteristici dell'umanità. Essi appartengono ai diritti di ogni essere umano.
Nell'affermazione della loro esistenza, le diverse religioni recano un
contributo decisivo. Non dimentichiamo che la libertà religiosa è il diritto
fondamentale da cui molti altri dipendono. Professare e vivere liberamente la
propria religione senza mettere in pericolo la propria vita e la propria libertà
deve essere possibile a chiunque. La perdita o l'indebolimento di questa libertà
priva la persona del sacro diritto ad una vita integra sul piano spirituale. La
sedicente tolleranza non elimina le discriminazioni, talvolta invece le
rinforza. E senza l'apertura al trascendente, che permette di trovare risposte
agli interrogativi del cuore sul senso della vita e sulla maniera di vivere in
modo morale, l'uomo diventa incapace di agire secondo giustizia e di impegnarsi
per la pace. La libertà religiosa ha una dimensione sociale e politica
indispensabile alla pace! Essa promuove una coesistenza ed una vita armoniose
attraverso l'impegno comune al servizio di nobili cause e la ricerca della
verità, che non si impone con la violenza ma con «la forza stessa della verità»
(Dignitatis humanae,
1), quella Verità che è in Dio. Perché la fede vissuta conduce inevitabilmente
all'amore. La fede autentica non può condurre alla morte. L'artigiano di pace è
umile e giusto. I credenti hanno dunque oggi un ruolo essenziale, quello di
testimoniare la pace che viene da Dio e che è un dono fatto a tutti nella vita
personale, familiare, sociale, politica ed economica (cfr Mt 5,9;
Eb 12,14). L'inoperosità degli uomini dabbene non deve permettere al male
di trionfare. E il non far nulla è ancora peggio.
Queste brevi riflessioni sulla pace, la società, la dignità della persona, sui
valori della famiglia e della vita, sul dialogo e la solidarietà non possono
rimanere ideali semplicemente enunciati. Possono e devono essere vissuti. Siamo
in Libano ed è qui che devono essere vissuti. Il Libano è chiamato, ora più che
mai, ad essere un esempio. Politici, diplomatici, religiosi, uomini e donne del
mondo della cultura, vi invito dunque a testimoniare con coraggio intorno a voi,
a tempo opportuno e inopportuno, che Dio vuole la pace, che Dio ci affida la
pace. سَلامي أُعطيكُم [Vi do la mia pace], dice Cristo (Gv 14,27)! Dio
vi benedica! Grazie!
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