1. “Ipse liberabit te...” (“Egli ti libererà...”).
Queste parole provengono dal Salmo 90 che incomincia: “Qui habitat in
adiutorio Altissimi...” (“Tu che abiti al riparo dell’Altissimo”), e
loda la misericordiosa Provvidenza Divina. Nel momento della tentazione di
Cristo, il tentatore si è riferito alle parole di questo Salmo. Cercando di
convincere il Messia a gettarsi giù dal pinnacolo del tempio di Gerusalemme,
gli ricordò che “ai suoi angeli darà ordine a tuo riguardo, ed essi ti
sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il
tuo piede” (Mt 4,6).
E
allora, come sappiamo, Cristo rimproverò il tentatore, dicendo: “Non tentare
il Signore Dio tuo” (Mt 4,7). Lo rimproverò per l’abuso delle parole
divine, per la loro perversa interpretazione e per la falsificazione della verità
contenuta in esse.
“Ipse
liberabit te...”.
Nel
periodo di Quaresima la Chiesa ogni giorno ritorna a queste parole nella
Liturgia delle Ore. Ogni giorno ci ricorda il senso proprio della liberazione
dell’uomo, che Dio ha compiuto e continua a compiere in Cristo. Ogni giorno
nel periodo di Quaresima la Chiesa ci raccomanda di meditare questa frase del
Salmo 90, affinché la liberazione sia da noi partecipata: liberazione dal
peccato, liberazione dalla concupiscenza della carne, dalla concupiscenza degli
occhi, dalla superbia della vita (cf. 1Gv 2,16), liberazione da ciò che
più coarta l’uomo, anche se gli permette di conservare l’apparenza
dell’autonomia.
L’uomo
salva queste apparenze a prezzo del possesso e dell’uso delle cose, a prezzo
di un potere che non intende come servizio ma come un servirsi degli altri,
usando spesso la prepotenza, a prezzo del suo prossimo. La vera liberazione
dell’uomo, la liberazione che gli porta Cristo, è anche liberazione dalle
apparenze della liberazione, dalle apparenze della libertà, che non sono la
vera libertà.
“Ipse
liberabit te...”.
All’inizio
e durante la Quaresima la Chiesa ci chiama ad inchinare il capo davanti a Dio.
Quando rialziamo questo capo vediamo Cristo, Redentore dell’uomo, che ci
insegna con tutta la sua vita e poi in maniera definitiva con la passione e la
morte che cosa significa “essere libero”, che cosa vuol dire fare buon uso
della libertà che appartiene all’uomo, che cosa significa utilizzare
pienamente il dono della libertà.
Questo
è l’insegnamento del Vangelo. È l’insegnamento particolare della
Quaresima. Bisogna che noi, in questo periodo, ci rendiamo conto davanti a
Cristo quale uso facciamo della nostra libertà. Preparandoci alla confessione
pasquale, dobbiamo farne un approfondito esame di coscienza.
2. Desidero, poi, oggi
ricordare il grande Papa Pio XII che quaranta anni fa, proprio all’inizio del
mese di marzo 1939, fu chiamato alla Sede di Pietro. Si era quasi alla vigilia
della seconda guerra mondiale...
Non dimenticherò mai la profonda impressione che ho avuto quando mi si offrì
l’occasione di vederlo per la prima volta da vicino. È successo durante
l’udienza concessa ai giovani sacerdoti e ai seminaristi del Collegio Belga.
Quando Pio XII avvicinandosi a ciascuno dei presenti arrivò a me, il Rettore
del Collegio (oggi Cardinale de Furstenberg) disse che provenivo dalla Polonia.
Il Papa si fermò un momento, con una evidente emozione ripeté “dalla
Polonia”, e disse in polacco “Sia lodato Gesù Cristo”. Ciò ebbe luogo
nei primi mesi dell’anno 1947, poco meno di due anni dopo la fine della
seconda guerra mondiale, che fu una prova terribile per l’Europa e
specialmente per la Polonia.
In questo 40° anniversario dall’inizio di quel significativo pontificato, non
possiamo dimenticare quanto Pio XII contribuì alla preparazione teologica del
Concilio Vaticano II, soprattutto per quanto riguarda la dottrina circa la
Chiesa, le prime riforme liturgiche, il nuovo impulso dato agli studi biblici,
la grande attenzione ai problemi del mondo contemporaneo.
Fare
memoria di quella grande anima, quindi, è nostro debito naturale nell’odierna
preghiera a Maria, di cui egli fu tanto devoto, come tutti ben sappiamo.
Dopo la recita dell’“ Angelus ” il Santo Padre rivolge particolari
espressioni di saluto a due gruppi particolari presenti sulla Piazza.
Desidero
rivolgere anche uno speciale saluto ai numerosi pellegrini, che sono oggi qui
convenuti in occasione della marcia della “Fiaccola benedettina”.
Fra
alcuni minuti accenderò tale fiaccola, che un gruppo di giovani porterà,
attraverso Montecassino, Subiaco e altri luoghi del Lazio e dell’Umbria, fino
a Norcia, dove resterà accesa per tutto il tempo delle feste in onore di San
Benedetto, del quale ricorre quest’anno il quindicesimo centenario della
nascita, e di Santa Scolastica.
Saluto
poi gli alunni del Collegio Germanico ed Ungarico, che qui a San Pietro
terminano il loro pellegrinaggio delle sette Chiese di Roma. È una pia pratica
tanto cara a San Filippo Neri, il grande santo di Roma, e molto sentita durante
i secoli.
A
tutti il mio compiacimento, i miei voti e la mia benedizione.
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Vaticana