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GIOVANNI PAOLO II

LETTERA APOSTOLICA

A CONCILIO CONSTANTINOPOLITANO I

PER IL 1600° ANNIVERSARIO
DEL I CONCILIO DI COSTANTINOPOLI
E PER IL 1550° ANNIVERSARIO
DEL CONCILIO DI EFESO

 

Carissimi Fratelli nell'Episcopato,

I.

1. Mi spinge a scrivervi questa lettera, che è insieme una riflessione teologica e un invito pastorale, nato dal profondo del cuore, anzitutto la ricorrenza del XVI centenario del primo Concilio di Costantinopoli, celebrato appunto nel 381. Esso, come ho sottolineato fin dall'alba del nuovo anno nella Basilica di San Pietro, «dopo il Concilio di Nicea fu il secondo Concilio Ecumenico della Chiesa... al quale dobbiamo il "Credo" che è recitato costantemente nella liturgia. Un'eredità particolare di quel Concilio è la dottrina sullo Spirito Santo così proclamata nella liturgia latina: «"Credo in Spiritum Sanctum, Dominum et vivificantem... qui cum Patre et Filio simul adoratur et conglorificatur, qui locutus est per prophetas"» («L'Osservatore Romano», 2-3 gennaio 1981).

Queste parole ripetute nel «Credo» da tante generazioni cristiane avranno perciò quest'anno per noi un particolare significato dottrinale e affettivo, e ci ricorderanno i vincoli profondi che legano la Chiesa del nostro tempo - nella prospettiva ormai dell'avvento del terzo millennio della sua vita prodigiosamente ricca e provata, continuamente partecipe della Croce e della Risurrezione del Cristo, nella virtù dello Spirito Santo - a quella del quarto secolo, nell'unica continuità delle sue prime origini, e nella fedeltà all'insegnamento del Vangelo e alla predicazione apostolica.

Basta quanto enunciato per comprendere come l'insegnamento del Concilio Costantinopolitano I sia tuttora l'espressione dell'unica fede comune della Chiesa e di tutto il cristianesimo. Confessando questa fede - come facciamo ogni volta che recitiamo il «Credo» - e ravvivandola nella prossima commemorazione centenaria, noi vogliamo mettere in rilievo ciò che ci unisce con tutti i nostri fratelli, nonostante le divisioni avvenute nei secoli. Facendo questo a 1600 anni dal Concilio Costantinopolitano I, noi ringraziamo Dio per la Verità del Signore, che, grazie all'insegnamento di quel Concilio, illumina le vie della nostra fede, e le vie della vita in virtù della fede. In questa ricorrenza si tratta non soltanto di ricordare una formula di fede, che è in vigore da sedici secoli nella Chiesa, ma al tempo stesso di rendere sempre più presente al nostro spirito, nella riflessione, nella preghiera, nel contributo della spiritualità e della teologia, quella forza personale divina che da la vita, quel Dono ipostatico - «Dominum et Vivifcantem» - quella Terza Persona della Santissima Trinità che in questa fede viene partecipata dalle singole anime e dalla Chiesa tutta. Lo Spirito Santo continua a vivificare la Chiesa, e a spingerla sulle vie della santità e dell'amore. Come bene sottolinea Sant'Ambrogio, nell'opera «De Spiritu Sancto», «sebbene Egli sia inaccessibile per natura, tuttavia può essere ricevuto da noi grazie alla sua bontà; riempie tutto con la sua virtù, ma di lui partecipano soltanto i giusti; è semplice nella sua sostanza, ricco di virtù, presente in tutti, divide ciò che è suo per donarlo a ognuno ed è tutto intero in ogni luogo» (Sant'Ambrogio «De Spiritu Sancto», I, V, 72; ed. O. Faller, CSEL 79, Vindobonae 1964, p. 45).

2. Il ricordo del Concilio di Costantinopoli, che fu il secondo Concilio Ecumenico della Chiesa, rende consapevoli noi, uomini del cristianesimo del secondo millennio che sta per finire, di quanto fosse vivo, nei primi secoli del primo millennio, in mezzo alla crescente comunità dei credenti, il bisogno di intendere e di proclamare giustamente, nella confessione della Chiesa, l'inscrutabile mistero di Dio nella sua trascendenza assoluta: del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Questo, ed altri contenuti chiave della verità e della vita cristiana, hanno prima di tutto attirato su di sé l'attenzione dei fedeli; pure intorno a tali contenuti sono nate numerose interpretazioni, anche divergenti, le quali esigevano la voce della Chiesa, la sua solenne testimonianza in virtù della promessa fatta da Cristo nel cenacolo: «Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, ...vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26); Egli, lo Spirito di verità, «vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16,13).

Così, nel corrente anno 1981, dobbiamo in modo speciale ringraziare lo Spirito Santo perché in mezzo alle molteplici oscillazioni del pensiero umano, ha permesso alla Chiesa di esprimere la propria fede, pur nelle peculiarità espressive dell'epoca, in piena coerenza con la «verità tutta intera».

«Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti», così suonano le parole del simbolo di fede del primo Concilio di Costantinopoli nel 381 (Così citato per la prima volta negli Atti del Concilio Calcedonense, act. II: ed. E. Schwarts, «Acta Conciliorum Oecumenicorum, II Concilium universale Chalcedonense», Berolini et Lipsiae 1927-32, 1, 2, p. 80; cfr. anche «Conciliorum Oecumenicorum Decreta», Bologna 1973, p. 24), che ha illustrato il mistero dello Spirito Santo, della sua origine dal Padre, affermando così l'unità e l'uguaglianza nella divinità di questo Spirito Santo con il Padre e con il Figlio.

II.

3. Ricordando il XVI centenario del Concilio Costantinopolitano I non posso peraltro passare sotto silenzio un'altra significativa circostanza, che riguarda il 1981: quest'anno, infatti, ricorre anche il 1550 anniversario del Concilio di Efeso, celebrato nel 431. E' un ricordo che si pone come all'ombra del precedente Concilio, ma che riveste anch'esso una importanza particolare per la nostra fede, ed è sommamente degno di essere ricordato.

Nello stesso simbolo noi recitiamo infatti, nel cuore della comunità liturgica che si prepara a rivivere i Divini Misteri: «Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine, et homo factus est: e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo». Il Concilio Efesino ebbe pertanto un valore soprattutto cristologico, definendo le due nature in Gesù Cristo, quella divina e quella umana, per precisare la dottrina autentica della Chiesa già espressa dal Concilio di Nicea nel 325, ma che era stata messa in pericolo dalla diffusione di differenti interpretazioni della verità già chiarita in quel Concilio, e specialmente di alcune formule usate nell'insegnamento nestoriano. In stretta connessione con queste affermazioni, il Concilio di Efeso ebbe inoltre un significato soteriologico, ponendo in luce che - secondo il noto assioma - «ciò che non è assunto non è salvato». Ma altrettanto strettamente congiunto col valore di quelle definizioni dogmatiche, era altresì la verità concernente la Vergine Santa, chiamata all'unica e irripetibile dignità di Madre di Dio, di «Theotokos», come è messo in solare evidenza principalmente dalle lettere di san Cirillo a Nestorio («Acta Conciliorum Oecumenicorum, I, Concilium universale Ephesinum»: ed E. Schwartz, I, 1, pp 25-28; cfr. anche «Conciliorum Oecumenicorum Decreta», Bologna 1973, pp. 40-44; 50-61) e dalla splendida «Formula unionis» del 433 («Acta Conciliorum Oecumenicorum», I, I, 4, pp 8s (A); cfr. anche «Conciliorum Oecumenicorum Decreta», Bologna 1973, pp. 69s ). E' stato tutto un inno innalzato da quegli antichi padri alla incarnazione del Figlio Unigenito di Dio, nella piena verità delle due nature nell'Unica persona: è stato un inno all'opera della salvezza, realizzata nel mondo per opera dello Spirito Santo: e tutto ciò non poteva non ridondare ad onore della Madre di Dio, prima cooperatrice della potenza dell'Altissimo, che l'ha adombrata nel momento dell'Annunciazione nel luminoso sopravvenire dello Spirito (cfr. Lc 1,35). E così compresero le nostre sorelle e i nostri fratelli di Efeso, che la sera del 22 giugno, giorno inaugurale del Concilio, celebrato nella Cattedrale della «Madre di Dio», acclamarono con quel titolo la Vergine Maria e portarono in trionfo i Padri al termine di quella prima sessione.

Mi sembra pertanto molto opportuno che anche quell'antico Concilio, il terzo della storia della Chiesa, sia da noi ricordato nel suo ricco contesto teologico ed ecclesiale. La Vergine santissima è Colei che, all'ombra della potenza della Trinità, è stata la creatura più strettamente associata all'opera della salvezza. L'incarnazione del Verbo è avvenuta sotto il suo cuore, per opera dello Spirito Santo. In Lei si è accesa l'aurora della nuova umanità che con Cristo si presentava nel mondo per portare a compimento il piano originario dell'alleanza con Dio, infranta dalla disobbedienza del primo uomo. «Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine».

4. I due anniversari, sia pure a diverso titolo e con diversa rilevanza storica, ridondano ad onore dello Spirito Santo. Tutto ciò si è compiuto per opera dello Spirito Santo. Si vede quanto profondamente queste due grandi commemorazioni, a cui è doveroso fare riferimento nell'anno del Signore 1981, siano unite tra loro nell'insegnamento e nella professione della fede della Chiesa, della fede di tutti i cristiani. Fede nella Santissima Trinità: fede nel Padre, da cui provengono tutti i doni (cfr. Gc 1,17). Fede nel Cristo Redentore dell'uomo. Fede nello Spirito Santo. E, in questa luce, venerazione alla Madonna, che «acconsentendo alla parola divina diventò Madre di Gesù, e, abbracciando con tutto l'animo e senza impedimento alcuno di peccato la volontà salvifica di Dio, consacrò totalmente se stessa quale Ancella del Signore alla persona e all'opera del Figlio suo» e perciò «non fu strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma... cooperò alla salvezza dell'uomo con libera fede e obbedienza» («Lumen Gentium», 56). Ed è tanto bello che, come Maria aspettò con questa fede la venuta del Signore, così, anche in questa fine de secondo millennio, essa sia presente a illuminare la nostra fede, in tale prospettiva di «avvento».

Tutto ciò è per noi fonte di immensa gioia, fonte di gratitudine per la luce di questa fede, mediante la quale partecipiamo agli inscrutabili misteri divini, facendone il contenuto vitale delle nostre anime, dilatando in esse gli orizzonti della nostra dignità spirituale e dei nostri destini umani. E perciò, anche questi grandi anniversari non possono rimanere per noi solamente un ricordo del lontano passato. Devono rivivere nella fede della Chiesa, devono risuonare con un'eco nuova nella sua spiritualità, devono anzi trovare la manifestazione esterna della loro sempre viva attualità per l'intera comunità dei credenti.

5. Scrivo queste cose prima di tutto a voi, miei amati e venerati fratelli nel servizio episcopale. Mi rivolgo, al tempo stesso, ai fratelli sacerdoti, i più stretti collaboratori nella vostra sollecitudine pastorale «in virtute Spiritus Sancti». Mi rivolgo ai fratelli e sorelle di tutte le famiglie religiose maschili e femminili, in mezzo alle quali dovrebbe essere particolarmente viva la testimonianza dello Spirito di Cristo ed altresì particolarmente cara la missione di Colei che ha voluto essere l'Ancella del Signore (cfr. Lc 1,38). Mi rivolgo infine a tutti i fratelli e sorelle del laicato della Chiesa, i quali, professandone la fede, insieme a tutti gli altri membri della comunità ecclesiale, tante volte e da tante generazioni rendono sempre vivo il ricordo dei grandi Concili. Sono convinto che essi accetteranno con gratitudine la rievocazione di queste date e di questi anniversari, specialmente quando insieme ci renderemo conto di quanto «attuali» siano, al tempo stesso, i misteri, ai quali i due Concili hanno dato una autorevole espressione già nella prima metà del primo millennio della storia della Chiesa.

Oso infine nutrire la speranza, che la commemorazione dei Concili di Costantinopoli e di Efeso, i quali sono stati l'espressione di fede insegnata e professata dalla Chiesa indivisa, ci faccia crescere nella reciproca comprensione con i nostri amati fratelli nell'Oriente e nell'Occidente, con i quali ancora non ci unisce la piena comunione ecclesiale, ma insieme ai quali cerchiamo nella preghiera, con umiltà e con fiducia, le vie all'unità nella verità. Che cosa, infatti, può meglio affrettare il cammino verso questa unità, quanto il ricordo e, insieme, la vivificazione di ciò che per tanti secoli è stato ill contenuto della fede professata in comune, anzi di ciò che non ha cessato di essere tale, anche dopo le dolorose divisioni che si sono verificate nel corso dei secoli?

III.

6. E' pertanto mia intenzione che questi avvenimenti siano vissuti nel loro profondo contesto ecclesiologico. Non dobbiamo infatti soltanto ricordare questi grandi anniversari come fatti del passato - ma rianimarli anche con la nostra contemporaneità, e collegarli in profondità con la vita e i compiti della Chiesa della nostra epoca, così come essi sono stati espressi nell'intero messaggio del Concilio della nostra epoca: Il Vaticano II. Quanto profondamente vivono in tale magistero le verità definite in quei Concili e quanto esse hanno pervaso il contenuto dell'insegnamento sulla Chiesa, che è centrale nel Vaticano II! Quanto sono sostanziali e costitutive per quest'insegnamento e, ugualmente, quanto intensamente queste fondamentali e centrali verità del nostro «Credo» vivono, per così dire una vita nuova e brillano con una luce nuova nell'insieme dell'insegnamento del Vaticano II!

Se il principale compito della nostra generazione, e può darsi anche delle generazioni future nella Chiesa, sarà di realizzare e di introdurre nella vita l'insegnamento e gli orientamenti di questo grande Concilio, quest'anno gli anniversari dei Concili Costantinopolitano I ed Efesino offrono l'opportunità di adempiere questo compito nel vivo contesto della verità che, attraverso i secoli, dura in eterno.

7. «Compiuta l'opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla terra (cfr. Gv 17,4), il giorno di Pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa, e perché i credenti avessero così per Cristo accesso al Padre in un solo Spirito (cfr. Ef 2,18). Questi è lo Spirito che dà la vita, è una sorgente di acqua zampillante fino alla vita eterna (cfr. Gv 4,14; 7,38-39); per Lui il Padre ridà la vita agli uomini, morti per il peccato finché un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali (cfr. Rm 8,10-11). Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1Cor 3,16; 6,19), e in essi prega e rende testimonianza della loro adozione filiale (cfr. Gal 4,6; Rm 8,15-16 e 26). Egli guida la Chiesa alla verità tutta intera (cfr. Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel mistero, la istruisce e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4,11-12; 1Cor 12,4; Gal 5,22). Con la forza del Vangelo fa ringiovanire la Chiesa, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo. Poiché lo Spirito e la Sposa dicono al Signore Gesù: "Vieni" (cfr. Ap 22,17). Così la Chiesa universale si presenta come "un popolo adunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo"» («Lumen Gentium», 4): ecco il passo certamente più ricco, più sintetico, anche se non unico, il quale indica come, nella totalità dell'insegnamento del Vaticano II viva di una vita nuova e brilli con uno splendore nuovo la verità sullo Spirito Santo, alla quale 1600 anni fa ha dato così autorevole espressione il Concilio Costantinopolitano I.

Tutta l'opera di rinnovamento della Chiesa, che il Concilio Vaticano II ha così provvidenzialmente proposto e iniziato - rinnovamento che deve essere ad un tempo «aggiornamento» e consolidamento in ciò che è eterno e costitutivo per la missione della Chiesa - non può realizzarsi se non nello Spirito Santo, cioè con l'aiuto della sua luce e della sua potenza. Questo è importante, tanto importante, per tutta la Chiesa nella sua universalità, come pure per ogni Chiesa particolare nella comunione con tutte le altre Chiese particolari. Questo è importante anche per la via ecumenica all'interno del cristianesimo e per la sua via nel mondo contemporaneo, la quale deve svilupparsi nella direzione della giustizia e della pace. Questo è importante, anche per l'opera delle vocazioni sacerdotali o religiose e, al tempo stesso, per l'apostolato dei laici, come frutto di una nuova maturità della loro fede.

8. Le due formulazioni del simbolo Niceno-Costantinopolitano: «Et incarnatus est de Spiritu Sancto... Credo in Spiritum Sanctum, Dominum et vivificantem» ci ricordano poi che la più grande opera compiuta dallo Spirito Santo, alla quale incessantemente tutte le altre si riferiscono, attingendo da essa come ad una sorgente, e proprio quella dell'incarnazione del Verbo Eterno, nel seno della Vergine Maria.

Cristo, Redentore dell'uomo e del mondo, è il centro della storia: «Gesù Cristo è lo stesso, ieri e oggi...» (Eb 13,8). Se i nostri pensieri e i nostri cuori permangono rivolti verso di Lui nella prospettiva del secondo millennio, che sta per chiudersi e che ci separa dalla sua prima venuta nel mondo, allora con ciò stesso essi si rivolgono verso lo Spirito Santo, per opera del quale è avvenuto il suo umano concepimento; e si rivolgono anche a Colei, dalla quale è stato concepito ed è nato: alla Vergine Maria. Proprio gli anniversari dei due grandi Concili dirigono quest'anno in modo speciale i nostri pensieri e i nostri cuori verso lo Spirito Santo e verso la madre di Dio, Maria. E se ricordiamo quanta gioia ed esultanza suscitò 1550 anni fa a Efeso la professione di fede nella maternità divina della Vergine Maria (Theotokos), comprendiamo allora che in quella professione di fede è stata insieme glorificata la particolare opera dello Spirito Santo: cioè quella che compongono sia l'umano concepimento e la nascita del Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo, sia, sempre per opera dello stesso Spirito Santo, la maternità santissima della Vergine Maria. Questa maternità non solo è fonte e fondamento di tutta l'eccezionale santità di Maria e della sua particolarissima partecipazione a tutta l'economia della salvezza, ma stabilisce anche un permanente legame materno con la Chiesa, derivante dal fatto stesso che Essa è stata scelta dalla Santissima Trinità come Madre di Cristo, il quale è il Capo del Corpo, cioè della Chiesa» (Col 1,18). Questo legame si rivela particolarmente sotto la croce, dove Maria, «soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di Lui, ...dallo stesso Gesù morente in croce fu data quale madre al discepolo con queste parole: «Donna, ecco il tuo figlio» (cfr. Gv 19,26-27)» («Lumen Gentium», 58).

Il Concilio Vaticano II, poi, sintetizza felicemente la relazione inscindibile di Maria Santissima con Cristo e con la Chiesa: «Essendo piaciuto a Dio di non manifestare solennemente il mistero della salvezza umana prima di avere effuso lo Spirito promesso da Cristo, vediamo gli Apostoli prima del giorno della Pentecoste "perseveranti d'un sol cuore nella preghiera con le donne e Maria Madre di Gesù e i fratelli di Lui" (At 1,14), e anche Maria implorante con le sue preghiere il dono dello Spirito, che l'aveva già ricoperta nell'Annunciazione» («Lumen Gentium», 59). Con questa espressione il testo del Concilio unisce tra di loro i due momenti, nei quali la maternità di Maria è più strettamente legata all'opera dello Spirito Santo: dapprima, il momento dell'Incarnazione, e poi quello della nascita della Chiesa nel Cenacolo di Gerusalemme.

IV

9. Tutti questi grandi e importanti motivi, e il confluire di circostanze così significative persuadono pertanto a far sì che nell'anno in corso, doppiamente giubilare, si metta in particolare evidenza la solennità della Pentecoste in tutta la Chiesa.

Invito perciò a Roma in quel giorno tutte le Conferenze Episcopali della Chiesa Cattolica e i Patriarcati e Metropolie delle Chiese Orientali cattoliche, nella rappresentanza che piacerà loro di inviare, affinché insieme possiamo rinnovare quell'eredita che abbiamo ricevuto dal Cenacolo della Pentecoste e nella potenza dello Spirito Santo: è Lui infatti che ha mostrato alla Chiesa, nel momento della sua nascita, quella via che conduce a tutte le nazioni, a tutti i popoli e lingue, e al cuore di tutti gli uomini.

Trovandoci raccolti nell'unità collegiale come gli eredi della sollecitudine apostolica per tutte le Chiese (cfr. 2Cor 11,28) attingeremo all'abbondanza sorgiva dello stesso Spirito, che guida la missione della Chiesa sulle vie dell'umanità contemporanea alla fine del secondo millennio dopo l'Incarnazione del Verbo, per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria.

10. La prima parte della solennità ci riunirà, al mattino, nella Basilica di san Pietro in Vaticano per cantare con tutto il cuore il nostro Credo «in Spiritum Sanctum, Dominum et vivificantem... qui locutus est per prophetas... Et unam sanctam catholicam et apostolicam Ecclesiam». A tanto ci spinge il 1600 anniversario del Concilio Costantinopolitano I: come gli Apostoli nel Cenacolo, come i Padri di quel Concilio ci riunirà Colui il quale «con la forza del Vangelo fa ringiovanire la Chiesa» e «continuamente la rinnova» (cfr. «Lumen Gentium», 4).

In tal modo la solennità della Pentecoste di quest'anno diventerà una sublime e riconoscente professione di quella fede nello Spirito Santo, Signore e Datore di vita, che in modo particolare dobbiamo a quel Concilio. E al tempo stesso, diventerà un'umile preghiera e un'ardente invocazione affinché questo stesso Spirito Santo ci aiuti a «rinnovare la faccia della terra», anche mediante l'opera di rinnovamento della Chiesa secondo il pensiero del Vaticano II. Che quest'opera si svolga in modo maturo e regolare in tutte le Chiese, in tutte le comunità cristiane; che essa si compia prima di tutto nelle anime degli uomini, perché non è possibile un vero rinnovamento senza una continua conversione a Dio. Chiederemo allo Spirito di Verità di rimanere, sulla via di questo rinnovamento, perfettamente fedeli a quel «parlare dello Spirito», che è per noi attualmente l'insegnamento del Vaticano II, di non lasciare questa via spinti da un certo riguardo verso lo spirito del mondo. Chiederemo inoltre a Colui che e «fons vivus, ignis, caritas» - acqua viva, fuoco, amore -, di permeare noi stessi e tutta la Chiesa, e infine la famiglia umana, di quell'amore che «tutto spera, tutto sopporta», e che «non avrà mai fine» (1Cor 13,7-8).

Non c'è alcun dubbio che, nella presente tappa della storia della Chiesa e dell'umanità, si senta un particolare bisogno di approfondire e di rianimare questa verità. Ce ne darà occasione, a Pentecoste, la commemorazione del 1600 anniversario del Concilio Costantinopolitano I. Che lo Spirito Santo accetti questa nostra manifestazione di fede. Accolga, nella funzione liturgica della solennità della Pentecoste, quest'umile aprirsi dei cuori a Lui, il Consolatore, nel quale si rivela e si realizza il dono dell'unità.

11. In una seconda parte della celebrazione, ci riuniremo quel giorno, nelle ore del tardo pomeriggio, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dove la parte mattutina sarà completata con i contenuti, che offre alla nostra riflessione il 1550 anniversario del Concilio di Efeso. Ce lo suggerirà anche la singolare coincidenza che la Pentecoste cadrà quest'anno il 7 giugno, come già avvenne nel 431, e in quel giorno solenne, che era stato fissato per l'inizio delle sessioni (spostate poi al 22 giugno), cominciarono ad affluire a Efeso i primi gruppi di Vescovi.

Tali contenuti saranno tuttavia visti anch'essi attraverso l'apporto del Concilio Vaticano II, con un particolare riguardo al mirabile capitolo VII della Costituzione «Lumen Gentium». Così come il Concilio di Efeso, mediante l'insegnamento cristologico e soteriologico, permise di riconfermare la verità sulla Maternità Divina di Maria - la Theotokos - così il Vaticano II ci permette di ricordare che la Chiesa, la quale nasce nel Cenacolo gerosolimitano dalla potenza dello Spirito Santo, comincia a guardare a Maria come all'esempio della maternità spirituale della Chiesa stessa, e perciò come alla sua figura archetipa. In quel giorno Colei, che da Paolo VI fu chiamata anche Madre della Chiesa, irradia la sua potenza di intercessione sulla Chiesa-Madre e ne protegge quella spinta apostolica di cui questa tuttora vive, generando a Dio i credenti di tutti i tempi e di tutte le latitudini.

E perciò la liturgia pomeridiana della solennità di Pentecoste ci riunirà nella principale Basilica Mariana di Roma per ricordare in modo particolare, mediante tale atto, che nel cenacolo gerosolimitano gli Apostoli «erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con.... Maria, la Madre di Gesù...» (At 1,14), preparandosi alla venuta dello Spirito Santo. Similmente anche noi, in quel giorno così importante, desideriamo di essere assidui nella preghiera insieme con Colei la quale, secondo le parole della Costituzione dogmatica del Vaticano II sulla Chiesa, come Madre di Dio «è figura della Chiesa... nell'ordine della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo» («Lumen Gentium», 63). E così, perseverando nella preghiera insieme con Lei e pieni di fiducia in Lei, affideremo alla potenza dello Spirito Santissimo la Chiesa, e la sua missione tra tutte le nazioni del mondo di oggi e di domani. Noi infatti portiamo in noi stessi l'eredità di coloro, ai quali Cristo Risorto ha ordinato di andare in tutto il mondo e predicare il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15).

Nel giorno di Pentecoste, riuniti nella preghiera insieme con Maria, la Madre di Gesù, essi si sono convinti di poter compiere questo ordine con la potenza dello Spirito Santo, disceso su di loro conformemente al preannunzio del Signore (cfr. At 1,8). In quello stesso giorno noi, loro eredi, ci stringeremo nello stesso atto di fede e di preghiera.

V

12. Diletti miei fratelli!

So che il Giovedì Santo voi rinnovate, nella comunità del presbiterio delle vostre diocesi, il memoriale dell'Ultima Cena, durante la quale il pane e il vino, mediante le parole di Cristo e la potenza dello Spirito Santo, sono diventati il corpo e il sangue del nostro Salvatore, cioè l'Eucaristia della nostra redenzione.

In quel giorno, o anche in altre occasioni opportune, parlate a tutto il Popolo di Dio di questi anniversari e avvenimenti importanti, affinché siano similmente ricordati e vissuti anche in ogni Chiesa locale e in ogni comunità della Chiesa, così come essi meritano, nel modo che sarà stabilito dai singoli Pastori, secondo le indicazioni delle rispettive Conferenze Episcopali e dei Patriarcati e Metropolie delle Chiese Orientali.

Nel desiderio vivissimo delle annunciate celebrazioni, mi è caro impartire a tutti voi, venerati e carissimi fratelli nell'Episcopato, e, insieme con voi, alle vostre singole comunità ecclesiali, la mia particolare benedizione apostolica.

Dato in Roma, presso san Pietro, il 25 marzo 1981, Solennità dell'Annunciazione del Signore, terzo anno del Pontificato.

 

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