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LETTERA APOSTOLICA
MAESTRO DELLA FEDE

DEL SANTO PADRE
GIOVANNI PAOLO II

 

Lettera Apostolica di sua Santità Giovanni Paolo II
al Rev.mo P. Felipe Sainz De Baranda,
Preposito Generale
dell’Ordine dei Fratelli Scalzi
della Beatissima Vergine Maria
del Monte Carmelo,
in occasione del IV Centenario
della morte di San Giovanni della Croce,
Dottore della Chiesa
 

Introduzione

1. Maestro della Fede e testimone del Dio vivo, San Giovanni della Croce si fa presente nella memoria della Chiesa, soprattutto oggi, nella celebrazione del IV Centenario del suo transito alla gloria, che ebbe luogo il 14 dicembre 1591, quando dal suo convento di Ubeda fu chiamato alla casa del Padre.

È una gioia per tutta la Chiesa verificare gli abbondanti frutti della santità e sapienza che questo suo figlio continua a dare con l’esempio della sua vita e la luce dei suoi scritti. In effetti, la sua figura e il suo insegnamento attirano l’interesse dei più svariati ambienti religiosi e culturali, che in esso trovano accoglienza e risposta alle aspirazioni più profonde dell’uomo e del credente. Nutro, poi, la speranza che questa celebrazione giubilare serva per dare maggiore risalto e diffusione al suo messaggio centrale: la vita teologale nella fede, speranza ed amore.

Questo messaggio, diretto a tutti, è eredità e missione impellente per il Carmelo Teresiano che, a ragione, lo considera Padre e Maestro spirituale. Il suo esempio è ideale di vita; i suoi scritti sono un tesoro da condividere con quanti cercano oggi il volto di Dio; la sua dottrina è anche parola attuale, in modo speciale per la Spagna, sua patria, le cui lettere e nome onora con il suo magistero di portata universale.

2. Io stesso mi sono sentito attratto specialmente dalla esperienza ed insegnamenti del Santo di Fontiveros. Fin dai primi anni della mia formazione sacerdotale trovai in lui una guida sicura nei sentieri della fede. Questo aspetto della sua dottrina mi parve di importanza vitale per tutti i cristiani, soprattutto in una epoca, esploratrice di nuove vie, ma anche esposta a rischi e tentazioni nell’ambito della fede.

Mentre rimaneva ancora vivo il clima spirituale suscitato dalla celebrazione del IV Centenario della nascita del Santo carmelitano (1542-1942) e l’Europa risorgeva dalle sue ceneri, dopo avere sperimentato la notte oscura della guerra, elaborai in Roma la mia tesi dottorale in Teologia su La fede secondo San Giovanni della Croce. In essa analizzavo e mettevo in risalto l’affermazione centrale del Dottore mistico: la fede è l’unico mezzo, prossimo e proporzionato per la comunione con Dio. Già allora intuivo che la sintesi di San Giovanni della Croce contiene non solamente una solida dottrina teologica ma, soprattutto, una esposizione della vita cristiana nei suoi aspetti basilari quali sono la comunione con Dio, la dimensione contemplativa della preghiera, la forza teologale della missione apostolica, la tensione della speranza cristiana.

Durante la mia visita in Spagna, nel novembre del 1982, ebbi la gioia di celebrare la sua memoria in Segovia, davanti al suggestivo scenario dell’acquedotto romano, e venerare le sue reliquie presso il suo sepolcro. Potei proclamare nuovamente lì il grande messaggio della fede, come essenza del suo insegnamento per tutta la Chiesa, per la Spagna, per il Carmelo. Una fede viva e vigorosa che cerca ed incontra Dio nel suo Figlio Gesù Cristo, nella Chiesa, nella bellezza della creazione, nella preghiera silenziosa, nella oscurità della notte e nella fiamma purificatrice dello Spirito.

3. Nel celebrare ora il IV Centenario della sua morte, è conveniente, una volta di più, porsi in ascolto di questo maestro. Per una felice coincidenza si fa nostro compagno di viaggio in questo periodo della storia, alle soglie dell’anno 2000, quando si compiono i 25 anni della chiusura del Concilio Vaticano II, che diede impulso e favorì il rinnovamento della Chiesa in ciò che si riferisce alla purezza della dottrina e santità della vita. “La Chiesa - afferma il Concilio - ha il compito di rendere presenti e quasi visibili Dio Padre e il Figlio suo incarnato, rinnovando se stessa e purificandosi anzitutto con la testimonianza di una fede viva e matura, vale a dire opportunamente educata alla capacità di guardare in faccia con lucidità alle difficoltà per superarle”.

Presenza di Dio e di Cristo, purificazione rinnovatrice sotto la guida dello Spirito, esperienza di una fede illuminata e adulta. Non è questo in realtà il contenuto centrale della dottrina di San Giovanni della Croce e il suo messaggio per la Chiesa e gli uomini di oggi? Rinnovare e ravvivare la fede costituisce la base imprescindibile per affrontare qualsiasi dei grandi compiti che si presentano oggi con maggiore urgenza alla Chiesa: sperimentare la presenza salvifica di Dio in Cristo, nel centro stesso della vita e della storia, riscoprire la condizione umana e la filiazione divina dell’uomo, la sua vocazione alla comunione con Dio, ragione suprema della sua dignità, portare avanti una nuova evangelizzazione a partire dalla rievangelizzazione dei credenti, aprendosi sempre più all’insegnamento e alla luce di Cristo.

4. Molti sono gli aspetti per i quali Giovanni della Croce è conosciuto nella Chiesa e nel mondo della cultura: come letterato e poeta della lingua castellana, come artista ed umanista, come uomo di profonde esperienze mistiche, teologo ed esegeta spirituale, maestro di spirito e direttore di anime. Come maestro nel cammino della fede, la sua figura e scritti illuminano quanti cercano l’esperienza di Dio per mezzo della contemplazione e dell’abnegato servizio ai fratelli. Nella sua elevata produzione poetica, nei suoi trattati dottrinali - Salita del Monte Carmelo, Notte Oscura, Cantico Spirituale, e Fiamma viva d’Amore - così come nei suoi scritti brevi e sostanziosi - Parole di luce e di amore, Avvisi e Lettere -, il Santo ci ha lasciato una sintesi di spiritualità e di esperienza mistica cristiana. Nonostante, fra tanta ricchezza di temi e contenuti, desidero fissare l’attenzione sul suo messaggio centrale: la fede viva, guida del cristiano, unica luce nelle notti oscure della prova, fiamma ardente alimentata dallo Spirito.

La fede, come ben dimostra il Santo con la sua vita, ispira l’adorazione e la lode, conferisce a tutta l’esistenza realismo umano e sapore di trascendenza. Desidero, poi, con la luce dello “Spirito Santo fattosi maestro”, in sintonia con lo stile sapienziale di Fra Giovanni della Croce, commentare alcuni aspetti della sua dottrina circa la fede, partecipando il suo messaggio con gli uomini e donne che vivono oggi in questa ora la storia piena di sfide e speranze.  

I.

Maestro nella Fede

5. Le condizioni storiche nelle quali ebbe a vivere offrirono a Fra Giovanni della Croce un denso panorama di possibilità ed incentivi per il pieno sviluppo della sua fede. Durante la sua vita (1542-1591), la Spagna, l’Europa e l’America si aprirono ad un’epoca di religiosità intensa e creativa; è il tempo dell’espansione evangelica e della Riforma cattolica; però è anche il tempo delle sfide, delle rotture della comunione ecclesiale dei conflitti interni ed esterni. La Chiesa, in questi momenti, deve dare risposte gravi e impegni urgenti: un gran Concilio, quello di Trento, dottrinale e riformatore; un nuovo continente l’America, da evangelizzare; un vecchio mondo, l’Europa, da rinvigorire nelle sue radici cristiane.

La vita di Giovanni della Croce si snoda in questa cornice storica densa di situazioni ed esperienze. Vive la sua fanciullezza e gioventù in estrema povertà, aprendosi la strada con il lavoro delle sue mani in Fontiveros Arévalo e Medina del Campo. Segue la vocazione carmelitana e riceve la formazione superiore nelle aule dell’Università di Salamanca. Subito dopo il provvidenziale incontro con Santa Teresa di Gesù, abbraccia la Riforma del Carmelo ed inizia la nuova forma di vita nel primo convento di Duruelo. Primo carmelitano scalzo vive le vicissitudini e difficoltà della nascente famiglia religiosa, quale maestro e pedagogo, così come confessore all’Incarnazione di Avila. Il carcere di Toledo, le solitudini di El Calvario e la Penuela in Andalusia, il suo apostolato nei monasteri, il suo lavoro di superiore vanno modellando la sua personalità, che si riflette nella lirica della sua poesia e nei commenti dei suoi scritti, nella vita conventuale semplice e nell’apostolato itinerante. Alcalá de Henares, Baeza, Granada, Segovia ed Ubeda sono nomi che evocano una pienezza di vita interiore, di ministero sacerdotale e di magistero spirituale.

Con la sua ricca esperienza di vita, di fronte alla situazione ecclesiale del suo tempo adotta un atteggiamento aperto. Al termine della sua vita si offre per andare in Messico ad annunziare il Vangelo; fa i preparativi per adempiere i suoi propositi ma la malattia e la morte glielo impediscono.

6. Alle gravi urgenze spirituali del suo tempo Giovanni di Yepes risponde abbracciando una vocazione contemplativa. Con questo gesto non si affranca dalle sue responsabilità umane e cristiane; al contrario, nel compiere questo passo si dispone a vivere con piena coscienza il nucleo centrale della fede: cercare il volto di Dio, ascoltare e compiere la sua parola, dedicarsi al servizio del prossimo.

Egli ci mostra come la vita contemplativa è una forma nella quale il cristiano si realizza pienamente. Il contemplativo non si limita unicamente a lunghi momenti di preghiera. I compagni e i biografi del Santo carmelitano ci offrono di lui una immagine dinamica: nella sua gioventù imparò ad essere infermiere e muratore, a lavorare nell’orto e ad adornare la Chiesa. Già adulto disimpegnò responsabilità di governo e di formatore, sempre attento alle necessità spirituali e materiali dei suoi fratelli. A piedi percorse lunghe strade per assistere spiritualmente le sue sorelle, le Carmelitane Scalze, convinto del valore ecclesiale della loro vita contemplativa. In lui tutto si può riassumere in una profonda convinzione: è Dio e solo Lui che dà valore e sapore a ogni attività, “poiché dove non si conosce Dio, non si conosce niente”.

Il migliore servizio alle necessità della Chiesa lo prestò, perciò, con la sua vita e scritti, nella sua peculiare vocazione di carmelitano contemplativo. Così visse Fra Giovanni in compagnia dei suoi fratelli e sorelle nel Carmelo: nella preghiera e nel silenzio, nel servizio, nella sobrietà e nella rinuncia. Permeato tutto questo dalla fede, dalla speranza e dall’amore. Con Santa Teresa di Gesù realizzò e condivise la pienezza del carisma carmelitano. Insieme continuano ad essere nella Chiesa testimoni eminenti del Dio vivo.

7. La fede alimenta la comunione e il dialogo con i fratelli per aiutarli a percorrere i sentieri che conducono a Dio. Fra Giovanni fu un autentico formatore di credenti. Seppe iniziare le persone al tratto familiare con Dio, insegnando loro a scoprire la sua presenza e il suo amore nelle circostanze favorevoli e sfavorevoli, nei momenti di fervore e nei periodi di apparente abbandono. Si accostarono a lui spiriti egregi come Teresa di Gesù, alla quale fa da guida nelle ultime tappe della sua esperienza mistica; e anche persone di grande spiritualità, rappresentanti della fede e della pietà popolare, come Anna de Penalosa, alla quale dedicò la fiamma viva d’Amore. Dio lo dotò di qualità appropriate per questa missione di guida spirituale e forgiatore di credenti.

Giovanni della Croce cercò di realizzare nel suo tempo una autentica pedagogia della fede per liberarla da alcuni pericoli che la insidiavano. Da una parte, il pericolo di una eccessiva credulità in coloro che, senza alcun discernimento, si fidavano più delle visioni private o dei movimenti soggettivi che del Vangelo e della Chiesa; dall’altra, la incredulità come attitudine radicale e la durezza del cuore che rendono incapaci di aprirsi al mistero. Il Dottore mistico, superando questi ostacoli, aiuta con il suo esempio e dottrina all’irrobustirsi della fede cristiana con le qualità fondamentali della fede adulta, come chiede il Concilio Vaticano II: una fede personale, libera e convinta, abbracciata con tutto l’essere: una fede ecclesiale, confessata e celebrata nella comunione con la Chiesa; una fede orante ed adorante, maturata nella esperienza della comunione con Dio; una fede solida e impegnata, manifestata con coerenza morale di vita e in dimensione di servizio. Questa è la fede di cui abbiamo bisogno e della quale il Santo di Fontiveros ci offre la sua testimonianza personale e il suo insegnamento sempre attuale.  

II.

Il testimone del Dio vivo

8. Giovanni della Croce è un innamorato di Dio. Trattava familiarmente con Lui e parlava costantemente con Lui. Lo portava nel cuore e sulle labbra, perché costituiva il suo vero tesoro, il suo mondo più reale. Prima di proclamare e cantare il mistero di Dio, è il suo testimone; per questo parla di Lui con passione e con doti di persuasione non comuni: “Ponderavano quelli che ascoltavano, perché parlava in modo tale di Dio e dei misteri della nostra fede, come se li vedesse con gli occhi corporali”. Grazie al dono della fede, i contenuti del mistero portano a formare per il credente un mondo vivo e reale. Il testimone annuncia ciò che ha visto e udito, ciò che ha contemplato, a imitazione dei profeti e degli apostoli (cf. 1 Gv 1, 1-2).

Come loro, il Santo possedeva il dono della parola efficace e penetrante; non solo per la capacità di esprimere e comunicare la sua esperienza in simboli e poesie, ricche di bellezza e di lirismo, ma per la squisitezza sapienziale delle sue “parole di luce e amore”, per la sua propensione a dire “parole al cuore, impregnate di dolcezza e amore”, “di luce per la via e di amore durante il cammino”.

9. La vivacità e il realismo della fede del Dottore mistico si basa sulla relazione ai misteri centrali del cristianesimo. Una persona contemporanea del Santo afferma: “Tra i misteri che mi pare amasse grandemente era quello della Santissima Trinità e anche del Figlio di Dio incarnato”. La sua fonte preferita per la contemplazione di questi misteri era l’Eucaristia, come molte volte attesta; in particolare il capitolo 17 del Vangelo di San Giovanni, delle cui parole si fa eco: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e che tu hai inviato, Gesù Cristo” (Gv 17, 3).

Teologo e mistico, ha fatto del mistero trinitario e dei misteri del Verbo Incarnato l’asse della vita spirituale e del cantico della sua poesia. Scopre Dio nelle opere della creazione e nei fatti della storia, poiché lo cerca e accoglie con fede nel più profondo del suo essere: “Il Verbo figlio di Dio, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo essenzialmente e presenzialmente se ne sta nascosto nell’interno dell’anima . . . Gioisci e rallegrati pure con Lui nel tuo raccoglimento interiore, poiché lo hai così vicino! Qui desideralo, adoralo”.

10. Come riesce il mistico spagnolo ad estrarre dalla fede cristiana tutta questa ricchezza di contenuti e di vita? Semplicemente lasciando che la fede evangelica dispieghi tutte le sue capacità di conversione, amore, confidenza, dedizione. Il segreto della sua ricchezza ed efficacia sta nel fatto che la fede è la fonte della vita teologale: fede, carità, speranza. “Queste tre virtù teologali progrediscono insieme”.

Uno degli apporti più validi di S. Giovanni della Croce alla spiritualità cristiana è la dottrina circa lo svolgimento della vita teologale. Nel suo magistero scritto ed orale centra la sua attenzione nella trilogia della fede, della speranza e dell’amore, che costituiscono le attitudini originali dell’esistenza cristiana. In tutte le fasi del cammino spirituale sono sempre le virtù teologali la base della comunicazione di Dio con l’uomo e della risposta dell’uomo a Dio.

La fede, unita alla carità e alla speranza, produce questa conoscenza intima e saporosa che chiamiamo esperienza o senso di Dio, vita di fede, contemplazione cristiana. È qualche cosa che va molto al di là della riflessione teologica e filosofica. E la ricevono da Dio, mediante lo Spirito, molte anime semplici e arrendevoli. Nel dedicare il Cantico Spirituale ad Anna di Gesù, l’Autore annota: “Benché a Vostra Reverenza manca la pratica della teologia scolastica, mediante la quale si intendono le verità divine, non le manca quella della mistica, che si conosce per amore, nel quale le cose non solo si conoscono, ma insieme si gustano”. Cristo gli si rivela come l’amato, di più, come Colui che ama con precedenza, come canta il poema de “El Pastorcico”.  

III.

Le vie della vita di fede

11. “Il giusto vivrà per la fede” (Rm 1, 17; cf. Ab 2, 4). Vive della fedeltà di Dio ai suoi doni e promesse, della consegna fiduciosa al suo servizio. La fede è principio e pienezza della vita. Per questo il cristiano si chiama fedele, fedele di Cristo (“Christifidelis”). Il Dio della rivelazione penetra tutta la sua esistenza. La vita intera del credente si regge, come criterio definitivo, sui principi della fede. Lo avverte il Dottore mistico: “A tale scopo conviene presupporre un fondamento che sarà come un bastone su cui devono sempre appoggiare. Bisogna bene intenderlo poiché è la luce attraverso cui noi ci dobbiamo incamminare e per mezzo della quale è necessario non solo che intendiamo questa dottrina, ma che indirizziamo in tutti questi beni la gioia a Dio: ed è che la volontà non deve gioire se non di ciò che è a onore e gloria di Dio; il maggiore onore poi che gli possiamo rendere è quello di servirlo secondo la perfezione evangelica; quanto dunque evade da ciò non è di nessun valore e profitto per l’uomo”.

Tra gli aspetti che il Santo pone in rilievo nella educazione della fede desidero metterne in risalto due che hanno oggi una particolare importanza nella vita dei cristiani: la relazione tra ragione naturale e fede, e l’esperienza della fede attraverso la preghiera interiore.

12. Potrebbe sorprendere che il Dottore della fede e della notte oscura esalti con tanto calore il valore della ragione umana. È suo il celebre assioma: “ Un solo pensiero dell’uomo vale più del mondo intero; perciò, solo Dio è degno di esso”. La superiorità dell’uomo razionale sul resto della realtà mondana non deve portare a pretese di dominio terreno, ma si deve orientare verso il suo fine più proprio: l’unione con Dio, al quale si assomiglia in dignità. Pertanto, non si comprende il disprezzo della ragione naturale nel campo della fede, né l’opposizione tra la razionalità umana e il messaggio divino. Al contrario, operano in intima collaborazione: “Abbiamo la ragione naturale e la legge e la dottrina evangelica con cui possiamo sufficientemente regolare”. La fede si incarna ed attua nell’uomo, essere razionale, con le sue luci ed ombre; il teologo e il credente non possono rinunciare alla loro razionalità, ma devono aprirla agli orizzonti del mistero”.

13. L’esperienza della fede attraverso la preghiera interiore è un altro aspetto che San Giovanni della Croce pone particolarmente in rilievo nei suoi scritti. A questo proposito, è una costante preoccupazione della Chiesa nella educazione della fede la promozione culturale e teologica dei fedeli, perché giungano ad approfondire nella loro vita interiore e siano capaci di dare ragione della loro fede. Però questa promozione intellettuale deve passare attraverso uno sviluppo della dimensione contemplativa della fede cristiana, frutto dell’incontro con il mistero di Dio. È proprio qui dove si appuntano le grandi preoccupazioni pastorali del mistico spagnolo.

Giovanni della Croce ha educato generazioni di fedeli nella preghiera contemplativa, come “notizia o attenzione amorosa” di Dio e dei misteri che Lui ci ha rivelato. Le pagine che il Santo ha dedicato a questo tipo di preghiera sono ben conosciute (17). Egli invita a vivere con sguardo di fede e di amore contemplativo la celebrazione liturgica, l’adorazione della Eucaristia - eterna fonte nascosta nel pane divino - la contemplazione della Trinità e dei misteri di Cristo, l’ascolto amoroso della Parola divina, la comunione orante mediante le immagini sacre, lo stupore di fronte alla bellezza della creazione con “boschi e selve ombrose piantate dalla mano dell’Amato”. In questo contesto educa l’anima ad una forma semplificata della unione interiore con Cristo: “Siccome allora Dio nel fare le sue grazie tratta con lei con notizia semplice e amorosa, anche l’anima, nel riceverle, tratti con Lui con notizia o avvertenza semplice e amorosa, perché in tal modo notizia si unisca con notizia e amore con amore”.

14. Il Dottore mistico richiama oggi l’attenzione di molti credenti e non credenti per la descrizione che fa della notte oscura come esperienza tipicamente umana e cristiana. La nostra epoca ha vissuto momenti drammatici nei quali il silenzio o assenza di Dio, l’esperienza di calamità e sofferenze, come le guerre o lo stesso olocausto di tanti esseri innocenti, hanno fatto comprendere meglio questa espressione, dandole inoltre un carattere di esperienza collettiva, applicata alla realtà stessa della vita e non solo ad una fase del cammino spirituale. La dottrina del Santo è invocata oggi di fronte a questo mistero insondabile del dolore umano.

Mi riferisco a questo mondo specifico della sofferenza del quale ho parlato nella Esortazione Apostolica Salvifici doloris. Sofferenze fisiche, morali o spirituali, come la malattia, la piaga della fame, la guerra, l’ingiustizia, la solitudine, la mancanza del senso della vita, la stessa fragilità della esistenza umana, la coscienza dolorosa del peccato, la apparente assenza di Dio, sono per il credente una esperienza purificatrice che potrebbe chiamarsi notte oscura.

A questa esperienza Giovanni della Croce ha dato il nome simbolico ed evocatore di notte oscura, con un riferimento esplicito alla luce e oscurità del mistero della fede. Senza pretendere di dare all’angustioso problema della sofferenza una risposta di ordine speculativo, alla luce della Scrittura e della esperienza, va scoprendo e scegliendo qualche cosa della meravigliosa trasformazione che Dio porta a compimento nella oscurità, poiché “sa saggiamente e bellamente far nascere il bene dal male”. Si tratta, in definitiva, di vivere il mistero della morte e resurrezione in Cristo con tutta verità.

15. Il silenzio o assenza di Dio, come accusa o come semplice lamento, è un sentimento così spontaneo quando si sperimenta il dolore e la ingiustizia. Gli stessi che non attribuiscono a Dio la causa delle gioie, lo responsabilizzano spesso del dolore umano. In maniera differente, ma forse con maggiore profondità, il cristiano vive il tormento della perdita di Dio o del suo allontanamento da lui; perfino può sentirsi lanciato nelle tenebre dell’abisso.

Il Dottore della notte oscura porta in questa esperienza una amorosa pedagogia di Dio. Egli tace e a volte si nasconde perché già ha parlato e si è manifestato con sufficiente chiarezza. Perfino nella esperienza della sua assenza può comunicare fede, amore e speranza a chi si apre a Lui con umiltà e mansuetudine. Scrive il Santo: “L’anima indossava il bianco vestito della fede mentre usciva da questa notte oscura, allorché camminando . . . in mezzo a tenebre e angustie interiori . . . soffrì con perseveranza passando per quei travagli senza stancarsi e venir meno all’Amato, il quale nei travagli e nelle tribolazioni prova la fede della sua sposa, affinché essa possa dire con verità le parole di Davide: “Per le parole delle tue labbra io persevererò per aspri sentieri” (Sal 16, 4)”.

La pedagogia di Dio agisce in questo caso come espressione del suo amore e della sua misericordia. Restituisce all’uomo il senso della gratitudine, facendosi per lui dono liberamente accettato. Altre volte gli fa sentire tutta la portata del peccato, che è offesa a Lui, morte e vuoto dell’uomo. Lo educa anche a discernere sulla presenza o assenza divina: l’uomo non deve farsi guidare da sentimenti di gusto o disgusto, ma dalla fede e amore. Dio è ugualmente Padre amoroso, nelle ore della gioia e nei momenti del dolore.

16. Solo Gesù Cristo, Parola definitiva del Padre, può rivelare agli uomini il mistero del dolore e illuminare con i raggi della sua croce gloriosa le più tenebrose notti del cristiano. Giovanni della Croce, conseguente con le sue affermazioni intorno a Cristo, ci dice che Dio, dopo la rivelazione del suo Figlio, “è rimasto quasi come muto non avendo altro da dire”; il silenzio di Dio ha la sua più eloquente parola rivelatrice di amore nel Cristo crocifisso.

Il Santo di Fontiveros ci invita a contemplare il mistero della Croce di Cristo, come lui lo faceva abitualmente, nella poesia de “El Pastorcico” o nel suo celebre disegno del Crocifisso, conosciuto come il Cristo di San Giovanni della Croce. Sul mistero dell’abbandono di Cristo nella croce scrisse certamente una delle pagine più sublimi della letteratura cristiana. Cristo visse la sofferenza in tutto il suo rigore fino alla morte di croce. Su di lui si concentrarono negli ultimi momenti le forme più dure del dolore fisico, psicologico e spirituale: “Dio mio, Dio mio! perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46). Questa sofferenza atroce, causata dall’odio e dalla menzogna, ha un profondo valore redentore. Era ordinata a che “semplicemente pagasse il debito e unisse l’uomo a Dio”. Con la sua consegna amorosa al Padre, nel momento del più grande abbandono e dell’amore più grande, “compì l’opera più meravigliosa di quante ne avesse compiute in cielo e in terra durante la sua esistenza terrena ricca di miracoli e di prodigi, opera che consiste nell’aver riconciliato e unito a Dio, per grazia, il genere umano”. Il mistero della Croce di Cristo svela così la gravità del peccato e la immensità dell’amore del Redentore dell’uomo.

Nella vita di fede, il mistero della Croce di Cristo è riferimento abituale e norma di vita cristiana: “Quando le si presenterà qualche sofferenza e disgusto, si rammenti di Cristo crocifisso e taccia. Viva in fede e in speranza, anche se è fra le tenebre, che in esse Dio aiuta l’anima”. La fede si converte in fiamma di carità, più forte che la morte, seme e frutto di resurrezione: “e dove non c’è amore, poni amore e ne ricaverai amore”. Perché, in definitiva: “Nella sera sarai esaminato sull’amore”.  

IV.

Un messaggio con proiezione universale

17. È motivo di gioia constatare, nel commemorare il IV Centenario della morte di San Giovanni della Croce, la moltitudine di persone che, dalle più varie prospettive, si avvicinano ai suoi scritti: mistici e poeti, filosofi e psicologi, rappresentanti di altre religioni, uomini di cultura e gente semplice.

Vi sono coloro che si avvicinano a lui attratti dai valori umani che rappresenta, come possono essere il linguaggio, la filosofia, la psicologia. A tutti parla della verità di Dio e della vocazione trascendente dell’uomo. Per questo molti, che leggono i suoi scritti solo per la profondità della sua esperienza o la bellezza della sua poesia, assimilano coscientemente o inavvertitamente i suoi insegnamenti. D’altra parte, i mistici, come il nostro Santo, sono i grandi testimoni della verità di Dio e i maestri attraverso i quali il Vangelo di Cristo e la Chiesa Cattolica incontrano, a volte, accoglienza tra i seguaci di altre religioni.

Però è anche guida di coloro che cercano una maggiore intimità con Dio nel seno della Santa Chiesa. Il suo magistero è denso di dottrina e vita. Da lui possono imparare tanto il teologo “chiamato a intensificare la sua vita di fede e a unire sempre la ricerca scientifica e la preghiera”, come i direttori di anime, ai quali ha dedicato pagine di grande chiaroveggenza spirituale.

18. Mi piace dirigermi, in modo speciale in questa occasione, alla Chiesa in Spagna, che celebra il IV Centenario della morte del Santo come un avvenimento ecclesiale, che deve proiettarsi negli individui, nelle famiglie, nella società.

Nell’epoca in cui visse Giovanni della Croce, la Spagna era fuoco irradiante di fede cattolica e di proiezione missionaria. Stimolato e, a volte, aiutato da quell’ambiente, il Santo di Fontiveros seppe elaborare una sintesi armonica di fede e cultura, esperienza e dottrina, costruita con i più solidi valori della tradizione teologica e spirituale della sua patria e con la bellezza del suo linguaggio e poesia. In lui gli spagnoli hanno uno dei suoi rappresentanti più universalmente conosciuti.

Oggi la Chiesa spagnola affronta impegni gravi e indeclinabili nel campo della fede e della vita pubblica, come hanno messo in risalto con successo i suoi Vescovi in alcuni dei più recenti documenti. I suoi sforzi devono, poi, orientarsi alla rivitalizzazione della vita cristiana, a fare sì che la fede cattolica, convinta e libera, sia manifestata personalmente e comunitariamente in professione aperta, in vita coerente, in testimonianza di servizio. In una società pluralista come la attuale, la opzione personale di fede dei cristiani esige un nuovo atteggiamento di coerenza con la grazia battesimale, ed una adesione cosciente ed amorosa alla Chiesa, se non si vuole affrontare il rischio dell’anonimato e la tentazione della incredulità.

La Chiesa in Spagna è chiamata anche a prestare un servizio alla società alimentando una adeguata armonia tra il messaggio cristiano e i valori della cultura. Si tratta di suscitare una fede aperta e viva che porti la linfa nuova del Vangelo ai diversi ambiti della vita pubblica. Sintesi che deve essere portata infine anche dai laici cristiani impegnati nei vari settori della cultura. Per questo profondo rinnovamento interiore, comunitario e culturale, Giovanni della Croce offre l’esempio della sua vita e la ricchezza dei suoi scritti.

19. Il crescente interesse che San Giovanni della Croce desta nei nostri contemporanei è motivo di legittima soddisfazione soprattutto per i figli e figlie del Carmelo Teresiano, dei quali è padre, maestro e guida. È anche un segno che il carisma della vita e del servizio che Dio vi ha affidato nella Chiesa prosegue avendo pieno vigore e validità.

Ma il carisma non è possesso materiale o eredità assicurata una volta per sempre. È una grazia dello Spirito che esige da voi fedeltà e creatività, in comunione con la Chiesa, mostrandovi sempre attenti alle sue necessità. A tutti voi che siete figli e fratelli, discepoli e seguaci di Santa Teresa di Gesù e di San Giovanni della Croce, ricordo che la vostra vocazione è motivo di grave responsabilità, più che di gloria.

È certamente un valido servizio alla Chiesa la sollecitudine e la cura con cui curate la presentazione dei suoi scritti e la diffusione del messaggio del vostro Padre e Dottore della Chiesa. E lo è anche lo sforzo per facilitare la comprensione della sua dottrina con studi adeguati e la pedagogia necessaria per iniziare alla sua lettura ed applicazione concreta. La risposta del Carmelo Teresiano, nonostante, deve andare anche oltre. Dovete rispondere con la testimonianza feconda di una ricca esperienza di vita personale e comunitaria. Ogni carmelitano scalzo, ogni comunità, l’Ordine intero, è chiamato a incarnare i tratti che risplendono nella vita e negli scritti di colui che è come “l’immagine viva del carmelitano scalzo”: l’austerità, la intimità con Dio, la preghiera intensa, la fraternità evangelica, la promozione della preghiera e della perfezione cristiana mediante il magistero e la direzione spirituale, come specifico vostro apostolato nella Chiesa.

Quale benedizione sarebbe incontrare la parola e la vita del Santo carmelitano incarnate e personificate in ogni figlio e figlia del Carmelo! Così lo hanno fatto tante sorelle e fratelli vostri che, nell’arco di quattro secoli, hanno saputo vivere la intimità con Dio, la mortificazione, la fedeltà alla preghiera, l’aiuto spirituale fraterno, incluso le notti oscure della fede. Di loro, Giovanni della Croce è stato maestro e modello con la sua vita e i suoi scritti.

20.     In questa occasione non posso lasciare di dirigere una parola di gratitudine e di esortazione a tutte le Carmelitane Scalze. Il Santo le ha fatte oggetto della sua predilezione dedicando loro il meglio del suo apostolato e dei suoi insegnamenti. Sapeva formarle una ad una e in comunità, istruendole e orientandole con la sua presenza e il ministero della confessione. La Madre Teresa di Gesù lo aveva presentato alle sue figlie con le migliori credenziali di direttore spirituale: “uomo celestiale e divino”, “molto spirituale e di grande esperienza e dottrina”, al quale potevano aprire le loro anime per progredire nella perfezione, “poiché nostro Signore gli ha dato per questo una grazia particolare”.

Sono innumerevoli le Carmelitane Scalze che meditando amorosamente gli scritti del Santo Dottore hanno raggiunto alte cime nella vita interiore. Alcune di loro sono universalmente conosciute come sue figlie e discepole. Basti ricordare i nomi di Teresa Margherita del Cuore di Gesù, Maria di Gesù Crocifisso, Teresa di Lisieux, Elisabetta della Trinità, Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), Teresa de los Andes. Proseguite, quindi, a cercare con impegno, mie carissime Carmelitane Scalze, sparse per il mondo intero, questo amore puro della intimità con Dio, che tanto feconda rende la vostra vita nella Chiesa.  

Conclusione

21. La evocazione di San Giovanni della Croce, in occasione del IV Centenario della sua morte, mi ha permesso di compartecipare alcune riflessioni circa uno dei messaggi centrali del suo magistero: la dimensione della fede evangelica. Un messaggio che lui, nelle condizioni storiche del suo tempo, incarnò nel suo cuore e nella sua vita, e che continua ad essere fecondo nella Chiesa.

Nel concludere questa Lettera mi faccio pellegrino verso il suo paese natale di Fontiveros dove con il battesimo ricevette le primizie della fede, fino al convento andaluso di Ubeda dove passò alla gloria, fino al suo sepolcro in Segovia. Questi luoghi che evocano la sua vita terrena, sono anche per tutto il Popolo di Dio tempi di venerazione del Santo, cattedra permanente da dove continua ad essere proclamato il suo messaggio di vita teologale.

Nel presentarlo oggi in forma solenne alla Chiesa e al mondo, desidero invitare i figli e le figlie del Carmelo, i cristiani della sua patria, la Spagna, così come quanti cercano Dio per le strade della bellezza, della teologia, della contemplazione, che ascoltino la sua testimonianza di fede e di vita evangelica, perché si sentano attratti, come lui, dalla bellezza di Dio e dall’amore del Cristo, l’Amato.

Al nostro Redentore ed alla sua Santissima Madre raccomando le attività che durante questo anno giubilare avranno luogo per commemorare il transito alla gloria di San Giovanni della Croce, mentre imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica.

Dato in Roma, presso San Pietro, il giorno 14 dicembre, festa di San Giovanni della Croce, Dottore della Chiesa, dell’anno 1990, decimoterzo del mio Pontificato.

 

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