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GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 12 marzo 1980

Aula Paolo VI

 

Prima della catechesi il Santo Padre rivolge un saluto ai ragazzi presenti nella Basilica Vaticana.

Il mistero della donna si rivela nella maternità

1. Nella meditazione precedente, abbiamo sottoposto ad analisi la frase di Genesi 4, 1 e, in particolare, il termine "conobbe", usato nel testo originale per definire l’unione coniugale. Abbiamo anche rilevato che questa "conoscenza" biblica stabilisce una specie di archetipo (1) personale della corporeità e sessualità umana. Ciò sembra assolutamente fondamentale per comprendere l’uomo, che fin dal "principio" è alla ricerca del significato del proprio corpo. Questo significato sta alla base della stessa teologia del corpo. Il termine "conobbe" - "si unì" (Gen 4,1-2) sintetizza tutta la densità del testo biblico finora analizzato. L’"uomo" che, secondo Genesi 4,1 per la prima volta, "conosce" la donna, sua moglie, nell’atto dell’unione coniugale, è infatti quello stesso che, imponendo i nomi, cioè anche "conoscendo", si è "differenziato" da tutto il mondo degli esseri viventi o animalia, affermando se stesso come persona e soggetto. La "conoscenza", di cui parla Genesi 4,1, non lo allontana né può allontanarlo dal livello di quella primordiale e fondamentale autocoscienza. Quindi - qualsiasi cosa ne affermasse una mentalità unilateralmente "naturalistica" - in Genesi 4,1 non può trattarsi di un’accettazione passiva della propria determinazione da parte del corpo e del sesso, proprio perché si tratta di "conoscenza"!

È, invece, una ulteriore scoperta del significato del proprio corpo, scoperta comune e reciproca, così come comune e reciproca è dall’inizio l’esistenza dell’uomo, che "Dio creò maschio e femmina". La conoscenza, che stava alla base della solitudine originaria dell’uomo, sta ora alla base di quest’unità dell’uomo e della donna, la cui chiara prospettiva è stata racchiusa dal Creatore nel mistero stesso della creazione (Gen 1,27; 2,23). In questa "conoscenza", l’uomo conferma il significato del nome "Eva", dato a sua moglie, "perché essa fu madre di tutti i viventi" (Gen 3,20).

2. Secondo Genesi 4,1 colui che conosce è l’uomo e colei che è conosciuta è la donna-moglie, come se la specifica determinazione della donna, attraverso il proprio corpo e sesso, nascondesse ciò che costituisce la profondità stessa della sua femminilità. L’uomo, invece, è colui che - dopo il peccato - ha sentito per primo la vergogna della sua nudità, e per primo ha detto: "Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto" (Gen 3,10). Occorrerà ancora tornare separatamente allo stato d’animo di entrambi dopo la perdita dell’innocenza originaria. Già fin d’ora, però, bisogna costatare che nella Genesi 4,1, il mistero della femminilità si manifesta e si rivela fino in fondo mediante la maternità, come dice il testo: "la quale concepì e partorì". La donna sta davanti all’uomo come madre, soggetto della nuova vita umana che in essa è concepita e si sviluppa, e da essa nasce al mondo. Così si rivela anche fino in fondo il mistero della mascolinità dell’uomo, cioè il significato generatore e "paterno" del suo corpo (2).

3. La teologia del corpo, contenuta nel Libro della Genesi, è concisa e parca di parole. Nello stesso tempo, vi trovano espressione contenuti fondamentali, in un certo senso primari e definitivi. Tutti si ritrovano a loro modo, in quella biblica "conoscenza". Differente, rispetto all’uomo, è la costituzione della donna; anzi, oggi sappiamo che è differente fino alle determinanti biofisiologiche più profonde. Essa si manifesta al di fuori soltanto in una certa misura, nella costruzione e nella forma del suo corpo. La maternità manifesta tale costituzione al di dentro, come particolare potenzialità dell’organismo femminile, che con peculiarità creatrice serve al concepimento e alla generazione dell’essere umano, col concorso dell’uomo. La "conoscenza" condiziona la generazione.

La generazione è una prospettiva, che uomo e donna inseriscono nella loro reciproca "conoscenza". Questa, perciò, oltrepassa i limiti di soggetto-oggetto, quali uomo e donna sembrano essere a vicenda, dato che la "conoscenza" indica da una parte colui che "conosce" e dall’altra colei che "è conosciuta" (o viceversa). In questa "conoscenza" si racchiude anche la consumazione del matrimonio, lo specifico consummatum; così si ottiene il raggiungimento della "oggettività" del corpo, nascosta nelle potenzialità somatiche dell’uomo e della donna, ed insieme il raggiungimento della oggettività dell’uomo che "è" questo corpo. Mediante il corpo, la persona umana è "marito" e "moglie"; in pari tempo, in questo particolare atto di "conoscenza", mediato dalla femminilità e mascolinità personali, sembra raggiungersi anche la scoperta della "pura" soggettività del dono: cioè, la mutua realizzazione di sé nel dono.

4. La procreazione fa sì che "l’uomo e la donna (sua moglie)" si conoscano reciprocamente nel "terzo", originato da ambedue. perciò, questa "conoscenza" diventa una scoperta, in certo senso una rivelazione del nuovo uomo, nel quale entrambi, uomo e donna, riconoscono ancora se stessi, la loro umanità, la loro viva immagine. In tutto ciò che viene determinato da entrambi attraverso il corpo ed il sesso, la "conoscenza" iscrive un contenuto vivo e reale. Pertanto, la "conoscenza" in senso biblico significa che la determinazione "biologica" dell’uomo, da parte del suo corpo e sesso, cessa di essere qualcosa di passivo, e raggiunge un livello e un contenuto specifici alle persone autocoscienti e autodeterminanti; quindi essa comporta una particolare coscienza del significato del corpo umano legata alla paternità e alla maternità.

5. Tutta la costituzione esteriore del corpo della donna, il sua particolare aspetto, le qualità che con la forza di una perenne attrattiva stanno all’inizio della "conoscenza", di cui parla Genesi 4,1-2 ("Adamo si unì a Eva sua moglie"), sono in stretta unione con la maternità. La Bibbia (e in seguito la liturgia), con la semplicità che le è propria, onora e loda lungo i secoli "il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte" (Lc 11,27). Queste parole costituiscono un elogio della maternità, della femminilità, del corpo femminile nella sua tipica espressione dell’amore creatore. E sono parole riferite nel Vangelo alla Madre di Cristo, Maria, seconda Eva. La prima donna, invece, nel momento in cui per la prima volta si rivelò la maturità materna del suo corpo, quando "concepì e partorì", disse: "Ho acquistato un uomo dal Signore" (Gen 4,1).

6. Queste parole esprimono tutta la profondità teologica della funzione di generare-procreare. Il corpo della donna diventa luogo del concepimento del nuovo uomo (3). Nel suo grembo, l’uomo concepito assume il suo aspetto umano proprio, prima di essere messo al mondo. L’omogeneità somatica dell’uomo e della donna, che ha trovato la sua prima espressione nelle parole: "È carne della mia carne e osso delle mie ossa" (Gen 2,23), è confermata a sua volta dalle parole della prima donna-madre: "Ho acquistato un uomo!". La prima donna partoriente ha piena consapevolezza del mistero della creazione, che si rinnova nella generazione umana. Ha anche piena consapevolezza della partecipazione creativa che Dio ha nella generazione umana, opera sua e di suo marito, poiché dice: "Ho acquistato un uomo dal Signore".

Non può esservi alcuna confusione tra le sfere d’azione delle cause. I primi genitori trasmettono a tutti i genitori umani - anche dopo il peccato, insieme al frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male e quasi alla soglia di tutte le esperienze "storiche" - la verità fondamentale circa la nascita dell’uomo a immagine di Dio, secondo le leggi naturali. In questo nuovo uomo - nato dalla donna-genitrice per opera dell’uomo-genitore - si riproduce ogni volta la stessa "immagine di Dio", di quel Dio che ha costituito l’umanità del primo uomo: "Dio creò l’uomo a sua immagine; ...maschio e femmina li creò" (Gen 1,27).

7. Sebbene esistano profonde differenze tra lo stato d’innocenza originaria e lo stato di peccaminosità ereditaria dell’uomo, quella "immagine di Dio" costituisce una base di continuità e di unità. La "conoscenza", di cui parla Genesi 4,1, è l’atto che origina l’essere, ossia in unione col Creatore stabilisce un nuovo uomo nella sua esistenza. Il primo uomo, nella sua solitudine trascendentale, ha preso possesso del mondo visibile, creato per lui, conoscendo e imponendo i nomi agli esseri viventi (animalia). Lo stesso "uomo", come maschio e femmina, conoscendosi reciprocamente in questa specifica comunità-comunione di persone, nella quale l’uomo e la donna si uniscono così strettamente tra loro da diventare "una sola carne", costituisce l’umanità, cioè conferma e rinnova l’esistenza dell’uomo quale immagine di Dio. Ogni volta entrambi, uomo e donna, riprendono, per così dire, questa immagine dal mistero della creazione e la trasmettono "con l’aiuto di Dio-Jahvè".

Le parole del Libro della Genesi, che sono una testimonianza della prima nascita dell’uomo sulla terra, racchiudono contemporaneamente in sé tutto ciò che si può e si deve dire della dignità della generazione umana.


(1) Quanto agli archetipi, C. G. Jung li descrive come forme "a priori" di varie funzioni dell’anima: percezione di relazioni, fantasia creativa. Le forme si riempiono di contenuto con materiali dell’esperienza. Esse non sono inerti, bensì sono cariche di sentimento e di tendenza [si veda soprattutto: Die psychologischen Aspekte des Mutterarchetypus "Eranos", 6, 1938, pp. 405-409]. Secondo questa concezione, si può incontrare un archetipo nella mutua relazione uomo-donna, relazione che si basa nella realizzazione binaria e complementare delI’essere umano in due sessi. L’archetipo si riempirà di contenuto mediante l’esperienza individuale e collettiva, e può mettere in moto la fantasia creatrice di immagini. Bisognerebbe precisare che l’archetipo: a) non si limita né si esalta nel rapporto fisico, bensì include la relazione del "conoscere"; b) è carico di tendenza: desiderio-timore, dono-possessione; c) l’archetipo, come protoimmagine ["Urbild"] è generatore di immagini ["Bilder"]. Il terzo aspetto ci permette di passare all’ermeneutica, in concreto quella di testi della Scrittura e della Tradizione. Il linguaggio religioso primario è simbolico [cf. W. Stählin, Symbolon, 1958; I. Macquarrie, God Talk, 1968; T. Fawcett, The Symbolic Language of Religion, 1970]. Tra i simboli, egli ne preferisce alcuni radicali o esemplari, che possiamo chiamare archetipali. Orbene, tra di essi la Bibbia usa quello della relazione coniugale, concretamente al livello del "conoscere" descritto. Uno dei primi poemi biblici, che applica l’archetipo coniugale alle relazioni di Dio col suo popolo, culmina nel verbo commentato: "Conoscerai il Signore" [Os 2,22: weyadacta ‘et Yhwh; attenuato in "Conoscerà che io sono il Signore" = wydct ky ‘ny Yhwh: Is 49,23; 60,16; Ez 16,62, che sono i tre poemi "coniugali"]. Di qui parte una tradizione letteraria, che culminerà nell’applicazione Paolina di Efesini 5 a Cristo e alla Chiesa; poi passerà alla tradizione patristica e a quella dei grandi mistici [per esempio S. Giovanni della Croce, Llama de amor viva]. Nel trattato Grundzüge der Literatur - und Sprachwissenschaft, vol. I, München 1976, IV ed., p. 462, così si definiscono gli archetipi: "Immagini e motivi arcaici, che secondo Jung formano il contenuto dell’inconscio collettivo comune a tutti gli uomini; essi presentano dei simboli, che in tutti i tempi e presso tutti i popoli rendono vivo in maniera immaginosa ciò che per l’umanità è decisivo quanto ad idee, rappresentazioni e istinti". Freud, a quanto risulta, non utilizza il concetto di archetipo. Egli stabilisce una simbolica o codice di corrispondenze fisse tra immagini presenti-patenti e pensieri latenti. Il senso dei simboli è fisso, anche se non unico; essi possono essere riducibili ad un pensiero ultimo irriducibile a sua volta, che suole essere qualche esperienza dell’infanzia. Questi sono primari e di carattere sessuale [però non li chiama archetipi]. Si veda T. Todorov, Théories da symbol, Paris 1977, pp. 317ss.; inoltre: J. Jacoby, Komplex, Archetyp, Symbol in der Psychologie C. G. Jungs, Zürich 1957.

(2) La paternità è uno degli aspetti dell’umanità più rilevanti nella Sacra Scrittura. Il testo di Genesi 5 3: "Adamo... generò a sua immagine, a sua somiglianza, un figlio" si ricollega Esplicitamente al racconto della creazione dell’uomo [Gen 1, 27; 5,1] e sembra attribuire al padre terrestre la partecipazione all’opera divina di trasmettere la vita, e forse anche a quella gioia presente all’affermazione: "vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona" [Gen 1,31].

(3) Secondo il testo di Genesi 1, 26 la "chiamata" all’esistenza è nello stesso tempo trasmissione dell’immagine e della somiglianza divina. L’uomo deve procedere a trasmettere quest’immagine, continuando così l’opera di Dio. Il racconto della generazione di Set sottolinea questo aspetto: "Adamo aveva centotrenta anni quando generò a sua immagine, a sua somiglianza, un figlio" [Gen 5,3]. Dato che Adamo e Eva erano immagine di Dio, Set eredita dai genitori questa somiglianza per trasmetterla agli altri. Nella S. Scrittura, però, ogni vocazione è unita ad una missione; quindi la chiamata all’esistenza è già predestinazione all’opera di Dio: "Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato" [Ger 1,5; cf. anche Is 44,1; 49,1.5]. Dio è colui che non soltanto chiama all’esistenza, ma sostiene e sviluppa la vita fin dal primo momento del concepimento: "Sei tu che mi hai tratto dal grembo, / mi hai fatto riposare sul petto di mia madre. / Al mio nascere tu mi hai accolto, / dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio" [Sal 22,10.11; cf. Sal 139,13-15]. L’attenzione dell’autore biblico si accentra sul fatto stesso del dono della vita. L’interessamento per il modo in cui ciò avviene è piuttosto secondario e appare soltanto nei libri posteriori [cf. Gb 10,8.11; 2Mac 7,22-23; Sap 7,1-3].


Saluti:

A pellegrini di lingua tedesca

EINEN HERZLICHEN Willkommensgruß richte ich an die Gruppe führender Vertreterinnen der Katholischen Frauengemeinschaft Deutschlands. Ich weiß um das segensreiche Wirken eurer Vereinigung in den ersten 50 Jahren ihres Bestehens. Wie das Konzil betont, ist es heute von besonderer Wichtigkeit, die spezifische Stellung und Aufgabe der Frau im Leben der Kirche klar zu erkennen, voll zu würdigen und für das kirchliche Apostolat immer mehr zu fördern und fruchtbar zu machen. Aufrichtig danke ich eurer Gemeinschaft für alles, was ihr in der Vergangenheit bereits dazu beigetragen habt und ermutige euch zugleich zu weiterem zuversichtlichen und entschlossenen Wirken aus lebendigem Glauben und in enger Zusammenarbeit mit den von Gott bestellten Hirten der Kirche. Dazu erbitte ich euch mit meinem Apostolischen Segen Gottes erleuchtenden und helfenden Beistand.

* * *

EBENSO HERZLICH GRÜSSE ich die Teilnehmer der Rom-Wallfahrt der Katholischen Männer-Bewegung von Bozen/Bolzano. Die jetzige Fastenzeit erinnert uns wieder neu an unsere christliche Berufung zur persönlichen Heiligkeit und zur Heiligung unserer Umwelt in Familie, Beruf und Gesellschaft. Bekennt euch vorbehaltlos zu Christus, eurem Herrn und Erlöser, und sucht von ihm her und zusammen mit ihm euer Leben zu gestalten. Das gewähre euch Gott mit seiner Gnade durch meinen besonderen Apostolischen Segen!

Alle Religiose

MI RIVOLGO ORA alle numerose Religiose, presenti a Roma per frequentare un corso di formazione e di perfezionamento per maestre di formazione, organizzato dall’Unione Superiore Maggiori d’Italia.

Carissime Sorelle in Cristo, pongo il vostro lavoro e i vostri propositi di bene sotto la protezione di Maria Santissima, "Mater Divinae Gratiae", perché vi ispiri a saper dire a Dio, in tutte le circostanze della vostra vita di anime consacrate, la sua proclamazione di assoluta disponibilità alla grazia: "Eccomi, sono la serva del Signore!".

A voi e a tutte le vostre consorelle la mia particolare Benedizione Apostolica.

Ad un pellegrinaggio proveniente dalla diocesi di Firenze

DESIDERO POI SALUTARE il gruppo di pellegrini provenienti da Firenze. Carissimi, voi mi recate la testimonianza dell’attaccamento che lega la Chiesa fiorentina alla Sede di Pietro. Ve ne sono cordialmente grato. So che nella vostra diocesi ha avuto inizio la Visita Pastorale, la quale vuole risvegliare in tutti una rinnovata coscienza del "dono di Dio" e tutti chiamare ad un più deciso impegno di evangelizzazione nei confronti dell’ampia cerchia di persone che, per ragioni diverse, si tengono lontane dalla Chiesa, la ignorano o addirittura la osteggiano.

Esprimo l’augurio che l’intera Comunità diocesana sappia corrispondere generosamente all’invito del suo Pastore e voglia partecipare attivamente, rendendosi segno della divina presenza e strumento della parola e della grazia di Cristo "redentore dell’uomo". Con questi sentimenti ed in auspicio di copiosi favori celesti su di un’iniziativa pastorale tanto importante, imparto a voi ed alla cara Chiesa di San Zanobi e di Sant’Antonio la mia Apostolica Benedizione.

Al pellegrinaggio dei Periti Industriali

SALUTO ORA il numerosissimo gruppo dei Periti Industriali, venuti a questa Udienza in occasione del cinquantesimo anniversario del loro ordinamento in rappresentanza di ben quindicimila loro colleghi.

Fratelli carissimi, la vostra specifica collocazione, che vi pone, quasi ideale anello di unione, tra le maestranze e gli organi direttivi superiori, mostra la delicatezza e l’importanza dei vostri compiti e delle vostre funzioni nella società contemporanea.

Auspico che nella vostra vita professionale sia sempre animata e sorretta da limpida onestà, da grande serietà, da consumata laboriosità, ma specialmente da un profondo e vicendevole rispetto per gli altri, nel nome della fraternità cristiana. Contribuite, pertanto, al progresso autentico del Paese con la vostra preparazione professionale e con le vostre interiori ricchezze di bontà, di intelligenza, di fantasia, perché la pace sociale e la civile convivenza siano un legittimo, comune beneficio di tutti.

A voi, alle vostre famiglie ed a tutte le persone che vi sono care va la mia speciale Benedizione Apostolica.

Ai membri del Circolo Magistrati della Corte dei Conti

SALUTO ANCHE i Soci del "Circolo Magistrati della Corte dei Coti", il loro Presidente e i loro familiari, presenti a questa Udienza per ricordare i 15 anni della fondazione del loro Sodalizio. Il Signore vi benedica e vi conceda di trasformare il vostro Circolo in una palestra di crescente amicizia nello spirito di pace e di amore proprio del Vangelo, per adempiere con sempre maggiore dedizione i gravi e delicati impegni della vostra alta professione.

Ai numerosi funzionari del Banco di Roma

RIVOLGO ORA un saluto anche ai numerosi funzionari di direzione del Banco di Roma, provenienti tanto dalle filiali italiane che da quelle estere del medesimo Istituto, il quale celebra in questi giorni il centenario della propria fondazione.

Auguro di cuore a voi tutti che nella dedizione al vostro lavoro possiate realizzare la vostra personalità e contribuire, tramite i mezzi a voi affidati, allo sviluppo ed al benessere sociale.

La benedizione, che volentieri concedo a voi, è anche indirizzata a tutti i vostri Colleghi, ai vostri Collaboratori ed ai vostri Familiari.

Agli Ufficiali Allievi della Scuola di Civitavecchia

HO IL PIACERE ora di salutare il bel gruppo degli Ufficiali allievi e gli Addetti ai servizi della "Scuola di Stato Maggiore", i quali, accompagnati dal Generale di Corpo d’Armata, dagli Insegnanti e dai familiari, sono venuti a portare a questa Udienza una nota di giovanile entusiasmo.

Vi ringrazio per questa presenza e traendo lo spunto dal motto della vostra Scuola: "Alere flammam", vi dico: alimentate sempre nel vostro animo la fiamma degli ideali cristiani, compite con serietà ed impegno i vostri corsi per portare domani nel campo delle vostre attività quel senso di responsabilità, di dignità e di dedizione che la società si attende da voi.

A questo fine vi sia di sostegno la mia speciale Benedizione.

Agli ammalati

UNA SPECIALE PAROLA di saluto vada ora a tutti voi, fratelli ammalati qui presenti.

Carissimi, in questo periodo di Quaresima cercate di fare vostro l’invito di San Paolo a "rivestirvi di nostro Signore Gesù" ed a "conformarvi alla Passione e morte di Cristo", vivendo nella vostra carne la realtà del dolore, sull’esempio di Gesù sofferente, come via sicura alla gioia della Risurrezione. Procurate, pertanto, di realizzare con generosità questa vostra vocazione, basandola su una profonda fede cristiana e su un ardente amore a Cristo. La mia benedizione accompagni voi e quanti con amore di assistono nella vostra offerta quotidiana.

Agli sposi novelli

UNO SPECIALE SALUTO ed un fervido augurio anche a voi, Sposi novelli, presenti oggi a questa Udienza.

Vi esorto ad essere riconoscenti al Signore del dono della famiglia che avete appena formato e che il Concilio Vaticano II chiama "chiesa domestica". Siatene orgogliosi e custoditela con ogni cura. Nella famiglia potrete e dovrete trovare l’ambiente propizio alla vostra santificazione.

Per l’adempimento di questa cristiana missione, prego il Signore e la Vergine Maria che vi benedicano e vi proteggano.


Ai giovani nella Basilica Vaticana

 

Carissimi giovani! Cari ragazzi e fanciulle!

Siete venuti numerosi e forse anche di lontano a Roma, per pregare sulla tomba di san Pietro, per vedere il suo successore e per sentire la sua parola. Vi saluto di vero cuore e vi ringrazio della vostra visita, della quale auspico che portiate alle vostre case un ricordo e un sentimento che siano efficaci nella vostra vita.

Siamo nel tempo liturgico della Quaresima, cioè in quel periodo particolare dell’anno, più pensoso e più austero, che ci porta giorno dopo giorno alla Settimana Santa e specialmente al Venerdì Santo, il giorno che ricorda la morte di Gesù in croce per la nostra salvezza.

San Paolo, scrivendo ai cristiani della città di Filippi, affermava: "Gesù Cristo umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2,8). Umiliò se stesso; si è fatto obbediente: sono parole che oggi sembrano inattuali, specie se dette a dei giovani, quando c’è tutta una sistematica opposizione all’obbedienza, che viene presentata come una umiliazione della propria personalità, una sconfitta dell’intelligenza e della volontà, una abdicazione alla propria dignità umana; e si predica l’autonomia, la rivolta, la ribellione...

Invece proprio Gesù ci ha dato l’esempio dell’obbedienza fino alla morte di croce! E perciò io vi esorto all’obbedienza, parlandovi in nome di Gesù!

Certamente nella società in cui dobbiamo vivere, vi è chi non sa più comandare nel modo giusto; e perciò l’obbedienza, quand’è necessario, deve essere rispettosamente critica.

Ma vi sono anche, e quanto numerosi!, coloro che sono un insegnamento vivente del bene: ottimi papà e mamme, che vi amano e desiderano solo guidarvi per la retta strada; maestri, professori e presidi che vi seguono con delicata premura; sacerdoti equilibrati e saggi, ansiosi solo della vostra vera felicità e della vostra salvezza; suore e catechiste, dedite unicamente alla vostra autentica formazione... Ebbene io vi dico, ascoltateli, obbediteli!

Come ben sapete, tutti i santi sono passati attraverso la prova, talvolta addirittura eroica dell’obbedienza: come Maria santissima, come san Giuseppe, i quali non fecero altro che obbedire alla voce di Dio che li chiamava ad una missione ben sublime, ma anche sconcertante e misteriosa!

Perché dovete obbedire?

Prima di tutto perché l’obbedienza è necessaria nel quadro generale della Provvidenza: Dio non ci ha creati a caso, ma per un fine ben chiaro e lineare: la sua gloria eterna e la nostra felicità. I genitori e tutti coloro che hanno responsabilità su di noi, devono, in nome di Dio, aiutarci a raggiungere il fine voluto dal Creatore.

Inoltre, l’obbedienza esterna insegna anche ad obbedire alla legge interiore della coscienza, ossia alla volontà di Dio espressa nella legge morale.

Infine, dovete obbedire anche perché l’obbedienza rende serena e consolante la vita: quando siete obbedienti in casa, a scuola, sul lavoro, siete più lieti e portate gioia nell’ambiente.

E come dovete obbedire?

Con amore e anche con santo coraggio, ben sapendo che quasi sempre l’obbedienza è difficile, costa sacrificio, esige impegno e talvolta importa perfino uno sforzo eroico. Bisogna guardare Gesù Crocifisso! Bisogna anche obbedire con fiducia, convinti che la grazia di Dio non manca mai e che poi l’anima viene colmata di immensa gioia interiore. Lo sforzo dell’obbedienza viene ripagato con una continua letizia pasquale.

Ecco, o carissimi, l’esortazione che desideravo darvi mentre viviamo il tempo della Quaresima. Vi aiuti e vi accompagni sempre la benedizione apostolica, che di cuore imparto a voi, ai vostri genitori e ai vostri insegnanti.

 

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