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L'Eucaristia nella vita spirituale del presbitero

Udienza Generale — 9 Giugno 1993

1. Le catechesi che stiamo svolgendo sulla vita spirituale del sacerdote valgono specialmente per i presbiteri, ma sono rivolte a tutti i fedeli. E' bene infatti che tutti conoscano la dottrina della Chiesa sul sacerdozio e ciò che essa desidera da coloro che, essendone insigniti, sono resi conformi alla immagine sublime di Cristo, eterno sacerdote e ostia santissima del sacrificio salvifico. Tale immagine si delinea nella lettera agli Ebrei e in altri testi degli apostoli e degli evangelisti, ed è stata trasmessa fedelmente dalla tradizione di pensiero e di vita della Chiesa. Anche oggi è necessario che il clero resti fedele a quell'immagine, in cui si rispecchia la verità vivente di Cristo sacerdote e ostia.

2. La riproduzione di tale immagine nei presbiteri si attua principalmente nella loro partecipazione vitale al mistero eucaristico, a cui è essenzialmente ordinato e legato il sacerdozio cristiano. Il Concilio di Trento ha sottolineato che il legame esistente tra sacerdozio e sacrificio dipende dalla volontà di Cristo, che ha partecipato ai suoi ministri «il potere di consacrare, di offrire e di distribuire il suo corpo e il suo sangue» [1] . Vi è in ciò un mistero di comunione con Cristo nell'essere e nell'operare, che esige di tradursi in una vita spirituale impregnata di fede e di amore all'Eucaristia.

Il sacerdote è ben consapevole di non poter contare sui propri sforzi per raggiungere gli scopi del ministero, bensì di esser chiamato a servire come strumento dell'azione vittoriosa di Cristo, il cui sacrificio, reso presente sull'altare, procura all'umanità l'abbondanza dei doni divini. Ma egli sa anche che, per pronunciare degnamente, nel nome stesso di Cristo, le parole consacratorie: «Questo è il mio corpo» - «Questo è il calice del mio sangue», deve vivere profondamente unito a Cristo, e cercare di riprodurre in sé il suo volto. Quanto più intensamente egli vive della vita di Cristo, tanto più autenticamente può celebrare l'Eucaristia.

Il Concilio Vaticano II ha ricordato che «soprattutto nel sacrificio della Messa i presbiteri agiscono in modo speciale in nome e nella persona di Cristo» (PO 13), e che perciò senza sacerdote non vi può essere sacrificio eucaristico; ma ha ribadito pure che quanti celebrano questo sacrificio devono svolgere il loro ruolo in intima unione spirituale con Cristo, con grande umiltà, come ministri di lui a servizio della comunità: essi devono «imitare ciò che trattano, nel senso che, celebrando il mistero della morte del Signore, devono cercare di mortificare le proprie membra dai vizi e dalle concupiscenze» (PO 13). Nell'offrire il sacrificio eucaristico, i presbiteri devono offrirsi personalmente con Cristo, accettando tutte le rinunce e tutti i sacrifici richiesti dalla vita sacerdotale. Ancora e sempre, con Cristo e come Cristo, «sacerdos et hostia».

3. Se il presbitero «sente» questa verità proposta a lui e a tutti i fedeli come voce del Nuovo Testamento e della Tradizione, comprende la calda raccomandazione del Concilio in favore di una «celebrazione quotidiana (dell'Eucaristia), la quale è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa, anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli» (PO 13). Era emersa in quegli anni la tendenza a celebrare l'Eucaristia solo quando vi era l'assemblea dei fedeli. Secondo il Concilio, se è vero che bisogna fare il possibile per riunire i fedeli per la celebrazione, è altrettanto vero che, anche quando il sacerdote rimane solo, l'offerta eucaristica da lui compiuta a nome di Cristo ha l'efficacia che proviene da Cristo e procura sempre nuove grazie alla Chiesa. Raccomando dunque anch'io ai presbiteri e a tutto il popolo cristiano, di chiedere al Signore una fede più intensa in questo valore dell'Eucaristia.

4. Il Sinodo dei vescovi del 1971 ha ripreso la dottrina conciliare dichiarando: «La celebrazione eucaristica, sebbene possa avvenire senza la partecipazione dei fedeli, rimane tuttavia il centro della vita di tutta la Chiesa e il cuore dell'esistenza sacerdotale» [2] .

Ecco una grande parola: «centro della vita di tutta la Chiesa». E' l'Eucaristia che fa la Chiesa, come la Chiesa fa l'Eucaristia. Il presbitero, incaricato di edificare la Chiesa, realizza questo compito essenzialmente con l'Eucaristia. Anche quando non c'è la partecipazione dei fedeli, egli coopera a radunare gli uomini intorno a Cristo nella Chiesa mediante l'offerta eucaristica.

Il Sinodo parla inoltre dell'Eucaristia come del «cuore dell'esistenza sacerdotale». Ciò significa che il presbitero, desideroso di essere e rimanere personalmente e profondamente attaccato a Cristo, trova lui per primo nell'Eucaristia il sacramento che opera questa intima unione, aperta ad una crescita che può giungere fino al livello di una mistica identificazione.

5. Anche a questo livello, che è quello di tanti santi Preti, l'anima sacerdotale non si chiude in se stessa, perché proprio nell'Eucaristia attinge in modo particolare alla «carità di Colui che si dà come cibo ai fedeli» (PO 13). Essa si sente quindi portata a dare se stessa ai fedeli ai quali distribuisce il corpo di Cristo. E proprio nel nutrirsi di questo corpo essa è spinta ad aiutare i fedeli ad aprirsi a loro volta a quella stessa presenza nutrendosi della sua carità infinita, per trarre un frutto sempre più ricco dal sacramento.

A questo scopo il presbitero può e deve procurare il clima necessario per una proficua celebrazione eucaristica. E' il clima della preghiera. Preghiera liturgica, alla quale deve essere chiamato ed educato il popolo. Preghiera di contemplazione personale. Preghiera delle sane tradizioni popolari cristiane, che può preparare e seguire e in qualche modo anche accompagnare la Messa. Preghiera dei luoghi sacri, dell'arte sacra, del canto sacro, delle esecuzioni musicali (specialmente con l'organo), che si trova quasi incarnata nelle formule e nei riti, e tutto anima e rianima continuamente, perché possa partecipare alla glorificazione di Dio e alla elevazione spirituale del popolo cristiano riunito nell'assemblea eucaristica.

6. Il Concilio raccomanda al sacerdote, oltre la quotidiana celebrazione della Messa, anche il «culto personale alla sacra Eucaristia», e particolarmente il «dialogo quotidiano con Cristo, andandolo a visitare nel Tabernacolo» (PO 18). La fede e l'amore per l'Eucaristia non possono permettere che la presenza di Cristo nel Tabernacolo rimanga solitaria [3] . Già nell'Antico Testamento si legge che Dio abitava in una «tenda» (o «tabernacolo»), che si chiamava «tenda del convegno» (Es 33,7). Il convegno era desiderato da Dio. Si può dire che anche nel Tabernacolo dell'Eucaristia Cristo è presente in vista di un dialogo col suo nuovo popolo e con i singoli fedeli. Il presbitero è il primo chiamato ad entrare in questa tenda del convegno, a visitare il Cristo presente nel Tabernacolo per un «dialogo quotidiano».

Voglio infine ricordare che il presbitero è chiamato più di ogni altro a condividere la disposizione fondamentale di Cristo, in questo sacramento, cioè l'«azione di grazie» da cui esso prende il nome. Unendosi a Cristo sacerdote e ostia, il presbitero condivide non soltanto la sua oblazione, ma anche il suo sentimento, la sua disposizione di gratitudine al Padre per i benefici elargiti all'umanità, a ogni anima, al presbitero stesso, a tutti coloro che in cielo e in terra sono ammessi alla partecipazione della gloria di Dio. «Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam...». Così, alle espressioni di accusa e di protesta contro Dio - che spesso si sentono nel mondo - il presbitero contrappone il coro di lodi e di benedizioni, che sale da coloro che sanno riconoscere nell'uomo e nel mondo i segni di una infinita bontà.

[1]   cf. Denzinger-Schönmetzer, 1764; FCC 9.288.

[2]   cf. «Ench. Vaticanum», 4,1201.

[3]   cf. CCC 1418.