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UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 19 Settembre 1979
Nel secondo racconto della creazione la definizione soggettiva dell’uomo
1. In riferimento alle parole di Cristo sul tema del
matrimonio, in cui egli si richiama al “principio”, abbiamo rivolto la
nostra attenzione, una settimana fa, al primo racconto della creazione dell’uomo
nel Libro della Genesi (Gen 1) Oggi passeremo al secondo racconto il
quale, poiché Dio vi è chiamato “Jahvè”, viene spesso definito “jahvista”.
Il secondo racconto della creazione dell’uomo
(legato alla presentazione sia dell’innocenza e felicità originarie che della
prima caduta) ha per sua natura un carattere diverso. Pur non volendo anticipare
i particolari di questa narrazione – perché ci converrà richiamarli nelle
ulteriori analisi – dobbiamo constatare che tutto il testo, nel formulare la
verità sull’uomo, ci stupisce con la sua tipica profondità, diversa da
quella del primo capitolo della Genesi. Si può dire che è una profondità di
natura soprattutto soggettiva e quindi, in certo senso, psicologica. Il capitolo
2 della Genesi costituisce, in certo qual modo, la più antica descrizione e
registrazione dell’auto-comprensione dell’uomo e, insieme al capitolo 3, è
la prima testimonianza della coscienza umana. Con una approfondita riflessione
su questo testo – attraverso tutta la forma arcaica della narrazione, che
manifesta il suo primitivo carattere mitico (Se nel linguaggio del razionalismo
del XIX secolo il termine “mito” indicava ciò che non si conteneva nella
realtà, il prodotto di immaginazione [Wundt], o ciò che è irrazionale
[Lévy-Bruhl], il secolo XX ha modificato la concezione del mito. L. Walk vede
nel mito la filosofia naturale, primitiva e areligiosa; R. Otto lo considera
strumento di conoscenza religiosa; per C. G. Jung invece il mito è
manifestazione degli archetipi e l’espressione dell’“inconscio collettivo”,
simbolo dei processi interiori. M. Eliade scopre nel mito la struttura della
realtà che è inaccessibile all’indagine razionale ed empirica: il mito
infatti trasforma l’evento in categoria e rende capaci di percepire la realtà
trascendente; non è soltanto simbolo dei processi interiori [come afferma
Jung], ma un atto autonomo e creativo dello spirito umano, mediante il quale si
attua la rivelazione [cf. Traité d’histoire des religiones, Paris
1949, p. 363; Images et symboles, Paris 1952, pp. 199-235]. Secondo P.
Tillich il mito è un simbolo, costituito dagli elementi della realtà per
presentare l’assoluto e la trascendenza dell’essere, ai quali tende l’atto
religioso. H. Schlier sottolinea che il mito non conosce i fatti storici e non
ne ha bisogno, in quanto descrive ciò che è destino cosmico dell’uomo che è
sempre tale e quale. Infine il mito tende a conoscere ciò che è
inconoscibile.) – vi troviamo “in nucleo” quasi tutti gli elementi dell’analisi
dell’uomo, ai quali è sensibile l’antropologia filosofica moderna e
soprattutto contemporanea. Si potrebbe dire che Genesi 2 presenta la creazione
dell’uomo specialmente nell’aspetto della sua soggettività.
Confrontando insieme ambedue i racconti, giungiamo
alla convinzione che questa soggettività corrisponde all’oggettiva realtà
dell’uomo creato “a immagine di Dio”. E anche questo fatto è – in un
altro modo – importante per la teologia del corpo, come vedremo nelle analisi
seguenti.
2. È significativo che il Cristo, nella sua
risposta ai farisei in cui si richiama al “principio”, indica innanzitutto
la creazione dell’uomo con riferimento a Genesi 1,27: “Il Creatore da
principio li creò maschio e femmina”; soltanto in seguito cita il testo di
Genesi 2,24. Le parole, che direttamente descrivono l’unità e
indissolubilità del matrimonio, si trovano nell’immediato contesto del
secondo racconto della creazione, il cui tratto caratteristico è la creazione
separata della donna (cf. Gen 2,18-23), mentre il racconto della
creazione del primo uomo (maschio) si trova in Genesi 2,5-7.
Questo primo essere umano la Bibbia lo chiama “uomo”
(“‘adam”), mentre invece dal momento della creazione della prima
donna, comincia a chiamarlo “maschio”, “‘is”, in relazione a “‘iššâ”
(“femmina”, perché è stata tolta dal maschio = “‘iš”)
(Quanto all’etimologia, non è escluso che il termine ebraico “‘iš”
derivi da una radice che significa “forza” [“‘iš” oppure
“‘wš”]; invece “‘iššâ” è legata ad una serie di termini
semitici, il cui significato oscilla tra “femmina” e “moglie”. L’etimologia
proposta dal testo biblico è di carattere popolare e serve a sottolineare l’unità
della provenienza dell’uomo e della donna; ciò sembra confermato dall’assonanza
di ambedue le voci.). Ed è anche significativo che, riferendosi a Genesi 2,24,
Cristo non soltanto collega il “principio” col mistero della creazione, ma
anche ci conduce, per così dire, al confine della primitiva innocenza dell’uomo
e del peccato originale.
La seconda descrizione della creazione dell’uomo
è stata fissata nel Libro della Genesi proprio in tale contesto. Vi leggiamo
innanzitutto: “Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo,
una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: “Questa volta essa
è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché
dall’uomo è stata tolta” (Gen 2,22-23).
“Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua
madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gen
2,24).
“Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua
moglie, ma non provavano vergogna” (Gen 2,25).
3. In seguito, immediatamente dopo questi versetti,
inizia Genesi 3, il racconto della prima caduta dell’uomo e della donna,
collegato con l’albero misterioso, che già prima è stato chiamato “albero
della conoscenza del bene e del male” (Gen 2,17). Con ciò emerge una
situazione completamente nuova, essenzialmente diversa da quella precedente. L’albero
della conoscenza del bene e del male è una linea di demarcazione tra le due
situazioni originarie, di cui parla il libro della Genesi. La prima situazione
è quella dell’innocenza originaria, in cui l’uomo (maschio e femmina) si
trova quasi al di fuori della conoscenza del bene e del male, fino al momento in
cui non trasgredisce la proibizione del Creatore e non mangia il frutto dell’albero
della conoscenza. La seconda situazione, invece, è quella in cui l’uomo, dopo
aver trasgredito il comando del Creatore per suggerimento dello spirito maligno
simboleggiato dal serpente, si trova, in un certo modo, dentro la conoscenza del
bene e del male. Questa seconda situazione determina lo stato di peccaminosità
umana, contrapposto allo stato di innocenza primitiva.
Sebbene il testo jahvista sia nell’insieme molto
conciso, basta però a differenziare e a contrapporre con chiarezza quelle due
situazioni originarie. Parliamo qui di situazioni, avendo davanti agli occhi il
racconto che è una descrizione di eventi. Nondimeno attraverso questa
descrizione e tutti i suoi particolari, emerge la differenza essenziale tra lo
stato di peccaminosità dell’uomo e quello della sua innocenza originaria (“Lo
stesso linguaggio religioso richiede la trasposizione da “immagini” o
piuttosto “modalità simboliche” a “modalità concettuali” di
espressione. A prima vista questa trasposizione può sembrare un cambiamento
puramente “estrinseco”... Il linguaggio simbolico sembra inadeguato a
prendere la via del concetto per un motivo che è peculiare della cultura
occidentale. In questa cultura il linguaggio religioso è sempre stato
condizionato da un altro linguaggio, quello filosofico, che è il linguaggio
concettuale “per eccellenza”... Se è vero che un vocabolario religioso è
compreso solo in una comunità che lo interpreta e secondo una tradizione di
interpretazione, è vero però anche che non esiste tradizione di
interpretazione che non sia “mediata” da qualche concezione filosofica. Ecco
che la parola “Dio”, che nei testi biblici riceve il suo significato dalla
“convergenza” di diversi modi del discorso [racconti e profezie, testi di
legislazione e letteratura sapienziale, proverbi ed inni], – vista, questa
convergenza, sia come il punto di intersezione che come l’orizzonte sfuggente
ad ogni e qualsiasi forma – dovette essere assorbita nello spazio concettuale,
per essere reinterpretata nei termini dell’Assoluto filosofico, come primo
motore, causa prima, “Actus essendi”, essere perfetto, ecc. Il nostro
concetto di Dio appartiene quindi ad una onto-teologia, nella quale si organizza
l’intera costellazione delle parole-chiave della semantica teologica, ma in
una cornice di significati dettati dalla metafisica” [P. Ricœur, Ermeneutica
biblica, Morcelliana, Brescia 1978, pp. 140-141; tit. orig.: Biblical
Ermeneutics, Montana 1975].
La questione, se la riduzione metafisica esprima
realmente il contenuto che nasconde in sé il linguaggio simbolico e metaforico,
è un tema a parte.). La teologia sistematica scorgerà in queste due situazioni
antitetiche due diversi stati della natura umana: “status naturae integrae”
(stato di natura integra) e “status naturae lapsae” (stato di natura
decaduta). Tutto ciò emerge da quel testo jahvista di Genesi 2 e 3, che
racchiude in sé la più antica parola della rivelazione, ed evidentemente ha un
significato fondamentale per la teologia dell’uomo e per la teologia del
corpo.
4. Quando Cristo, riferendosi al “principio”,
indirizza i suoi interlocutori alle parole scritte in Genesi 2,24, ordina loro,
in certo senso, di oltrepassare il confine che, nel testo jahvista della Genesi,
corre tra la prima e la seconda situazione dell’uomo. Egli non approva ciò
che “per durezza del... cuore” Mosè ha permesso, e si richiama alle parole
del primo ordinamento divino, che in questo testo è espressamente legato allo
stato di innocenza originaria dell’uomo. Ciò significa che questo ordinamento
non ha perduto il suo vigore, benché l’uomo abbia perso la primitiva
innocenza. La risposta di Cristo è decisiva e senza equivoci. Perciò dobbiamo
trarne le conclusioni normative, che hanno un significato essenziale non
soltanto per l’etica, ma soprattutto per la teologia dell’uomo e per la
teologia del corpo, la quale, come un momento particolare dell’antropologia
teologica, si costituisce sul fondamento della parola di Dio che si rivela.
Cercheremo di trarre tali conclusioni durante il prossimo incontro.
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