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UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 2 Aprile 1980
Gli interrogativi sul
matrimonio nella visione integrale dell’uomo Il
nostro incontro odierno si svolge nel cuore della Settimana Santa, nell’immediata
vigilia di quel “Triduo pasquale”, nel quale culmina e s’illumina l’intero
Anno liturgico. Stiamo per rivivere i giorni decisivi e solenni, nei quali si
compì l’opera della redenzione umana: in essi Cristo, morendo, distrusse la
nostra morte e, risorgendo, ci ridonò la vita. È
necessario che ciascuno si senta personalmente coinvolto nel mistero che la
Liturgia, anche quest’anno, rinnova per noi. Vi esorto, pertanto,
cordialmente a partecipare con fede alle funzioni sacre dei prossimi giorni e
ad impegnarvi nella volontà di morire al peccato e di risorgere sempre più
pienamente alla vita nuova, che Cristo ci ha portato. Riprendiamo,
ora, la trattazione del tema che ci occupa ormai da qualche tempo. 1.
Il Vangelo secondo Matteo e quello secondo Marco ci riportano la risposta data
da Cristo ai farisei, quando lo interrogarono circa l’indissolubilità del
matrimonio, richiamandosi alla legge di Mosè, che ammetteva, in certi casi,
la pratica del cosiddetto libello di ripudio. Ricordando loro i primi capitoli
del Libro della Genesi, Cristo rispose: “Non avete letto che il Creatore da
principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo
padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?
Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello, dunque, che Dio ha
congiunto, l’uomo non lo separi”. Poi, rifacendosi alla loro domanda sulla
legge di Mosè, Cristo aggiunse: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi
ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così” (Mt
19,3; Mc 12,2ss). Nella sua risposta, Cristo si richiamò due volte al
“principio”, e perciò anche noi, nel corso delle nostre analisi, abbiamo
cercato di chiarire nel modo più profondo possibile il significato di questo
“principio”, che è la prima eredità di ogni essere umano nel mondo, uomo
e donna, prima attestazione dell’identità umana secondo la parola rivelata,
prima sorgente della certezza della sua vocazione come persona creata a
immagine di Dio stesso. 2. La risposta di Cristo ha un
significato storico, ma non soltanto storico. Gli uomini di tutti i tempi
pongono il quesito sullo stesso tema. Lo fanno anche i nostri contemporanei, i
quali però nelle loro domande non si richiamano alla legge di Mosè, che
ammetteva il libello di ripudio, ma ad altre circostanze e ad altre leggi.
Questi loro quesiti sono carichi di problemi sconosciuti agli interlocutori
contemporanei di Cristo. Sappiamo quali domande concernenti il matrimonio e la
famiglia siano state rivolte all’ultimo Concilio, al Papa Paolo VI, e
vengano continuamente formulate nel periodo post-conciliare, giorno per
giorno, nelle più varie circostanze. Le rivolgono persone singole, coniugi,
fidanzati, giovani, ma anche scrittori, pubblicisti, politici, economisti,
demografi, insomma, la cultura e la civiltà contemporanea. Penso
che fra le risposte, che Cristo darebbe agli uomini dei nostri tempi e ai loro
interrogativi, spesso tanto impazienti, fondamentale sarebbe ancora quella da
lui data ai farisei. Rispondendo a quegli interrogativi, Cristo si
richiamerebbe innanzitutto al “principio”. Lo farebbe forse in modo tanto
più deciso ed essenziale, in quanto la situazione interiore e insieme
culturale dell’uomo d’oggi sembra allontanarsi da quel “principio” ed
assumere forme e dimensioni, che divergono dall’immagine biblica del “principio”
in punti evidentemente sempre più distanti. Tuttavia,
Cristo non sarebbe “sorpreso” da nessuna di queste situazioni, e suppongo
che continuerebbe a far riferimento soprattutto al “principio”. 3.
È per questo che la risposta di Cristo esigeva una analisi particolarmente
approfondita. Infatti, in quella risposta sono state richiamate verità
fondamentali ed elementari sull’essere umano, come uomo e donna. E la
risposta, attraverso la quale intravvediamo la struttura stessa della
identità umana nelle dimensioni del mistero della creazione e, ad un tempo,
nella prospettiva del mistero della redenzione. Senza di ciò non c’è modo
di costruire un’antropologia teologica e, nel suo contesto, una “teologia
del corpo”, da cui tragga origine anche la visione, pienamente cristiana,
del matrimonio e della famiglia. Lo ha rilevato Paolo VI quando nella sua
enciclica dedicata ai problemi del matrimonio e della procreazione, nel suo
significato umanamente e cristianamente responsabile, si è richiamato alla
“visione integrale dell’uomo” (Paolo VI, Humanae Vitae, 7). Si
può dire che, nella risposta ai farisei, Cristo ha prospettato agli
interlocutori anche questa “visione integrale dell’uomo”, senza la quale
non può essere data alcuna risposta adeguata agli interrogativi connessi con
il matrimonio e la procreazione. Proprio questa visione integrale dell’uomo
deve essere costruita dal “principio”. Ciò è parimenti
valido per la mentalità contemporanea, così come lo era, anche se in modo
diverso, per gli interlocutori di Cristo. Siamo, infatti, figli di un’epoca,
in cui per lo sviluppo di varie discipline, questa visione integrale dell’uomo
può essere facilmente rigettata e sostituita da molteplici concezioni
parziali, le quali, soffermandosi sull’uno o sull’altro aspetto del compositum
humanum, non raggiungono l’integrum dell’uomo, o lo lasciano al di
fuori del proprio campo visivo. Vi si inseriscono, poi, diverse tendenze
culturali, che - in base a queste verità parziali - formulano le loro
proposte e indicazioni pratiche sul comportamento umano e, ancor più spesso,
su come comportarsi con l’“uomo”. L’uomo diviene allora più un
oggetto di determinate tecniche che non il soggetto responsabile della propria
azione. La risposta data da Cristo ai farisei vuole anche che l’uomo,
maschio e femmina, sia tale soggetto, cioè un soggetto che decida delle
proprie azioni alla luce dell’integrale verità su se stesso, in. quanto
verità originaria, ossia fondamento delle esperienze autenticamente umane. È
questa la verità che Cristo ci fa cercare dal “principio”. Così ci
rivolgiamo ai primi capitoli del Libro della Genesi. 4. Lo
studio di questi capitoli, forse più che di altri, ci rende coscienti del
significato e della necessità della “teologia del corpo”. Il “principio”
ci dice relativamente poco sul corpo umano, nel senso naturalistico e
contemporaneo della parola. Da questo punto di vista, nel presente studio, ci
troviamo ad un livello del tutto prescientifico. Non sappiamo quasi nulla
sulle strutture interiori e sulle regolarità che regnano nell’organismo
umano. Tuttavia, al tempo stesso - forse proprio a motivo dell’antichità
del testo - la verità importante per la visione integrale dell’uomo si
rivela in modo più semplice e pieno. Questa verità riguarda il significato
del corpo umano nella struttura del soggetto personale. Successivamente, la
riflessione su quei testi arcaici ci permette di estendere tale significato a
tutta la sfera dell’intersoggettività umana, specie nel perenne rapporto
uomo-donna. Grazie a ciò, acquistiamo nei confronti di
questo rapporto un’ottica, che dobbiamo necessariamente porre alla base di
tutta la scienza contemporanea circa la sessualità umana, in senso
biofisiologico. Ciò non vuol dire che dobbiamo rinunciare a questa scienza o
privarci dei suoi risultati. Al contrario: se questi devono servire a
insegnarci qualcosa sull’educazione dell’uomo, nella sua mascolinità e
femminilità, e circa la sfera del matrimonio e della procreazione, occorre -
attraverso tutti i singoli elementi della scienza contemporanea - giungere
sempre a ciò che è fondamentale ed essenzialmente personale, tanto in ogni
individuo, uomo o donna, quanto nei loro rapporti reciproci.
Ed è proprio a questo punto che la riflessione sull’arcaico testo della
Genesi si rivela insostituibile. Esso costituisce realmente
il principio” della teologia del corpo. Il fatto che la teologia comprenda
anche il corpo non deve meravigliare né sorprendere nessuno che sia cosciente
del mistero e della realtà dell’Incarnazione. Per il fatto che il Verbo di
Dio si è fatto carne, il corpo è entrato, direi, attraverso la porta
principale nella teologia, cioè nella scienza che ha per oggetto la
divinità. L’incarnazione - e la redenzione che ne
scaturisce - è divenuta anche la sorgente definitiva della sacramentalità
del matrimonio, di cui, al tempo opportuno, tratteremo più ampiamente. 5.
Gli interrogativi posti dall’uomo contemporaneo sono anche quelli dei
cristiani: di coloro che si preparano al Sacramento del Matrimonio o di coloro
che vivono già nel matrimonio, che è il sacramento della Chiesa. Queste non
soltanto sono le domande delle scienze, ma, ancor più, le domande della vita
umana. Tanti uomini e tanti cristiani nel matrimonio cercano il compimento
della loro vocazione. Tanti vogliono trovare in esso la via della salvezza e
della santità. Per loro è particolarmente importante la
risposta data da Cristo ai farisei, zelatori dell’Antico Testamento. Coloro
che cercano il compimento della propria vocazione umana e cristiana nel
matrimonio, prima di tutto sono chiamati a fare di questa “teologia del
corpo”, di cui troviamo il “principio” nei primi capitoli del Libro
della Genesi, il contenuto della loro vita e del loro comportamento. Infatti,
quanto è indispensabile, sulla strada di questa vocazione, la coscienza
approfondita del significato del corpo, nella sua mascolinità e femminilità!
quanto è necessaria una precisa coscienza del significato sponsale del corpo,
del suo significato generatore, dato che tutto ciò, che forma il contenuto
della vita degli sposi, deve costantemente trovare la sua dimensione piena e
personale nella convivenza, nel comportamento, nei sentimenti! E ciò, tanto
più sullo sfondo di una civiltà, che rimane sotto la pressione di un modo di
pensare e di valutare materialistico ed utilitario. La biofisiologia
contemporanea può fornire molte informazioni precise sulla sessualità umana.
Tuttavia, la conoscenza della dignità personale del corpo umano e del sesso
va attinta ancora ad altre fonti. Una fonte particolare è la parola di Dio
stesso, che contiene la rivelazione del corpo, quella risalente al “principio”. Quanto
è significativo che Cristo, nella risposta a tutte queste domande, ordini all’uomo
di ritornare, in certo modo, alla soglia della sua storia teologica! Gli
ordina di mettersi al confine tra l’innocenza-felicità originaria e l’eredità
della prima caduta. Non gli vuole forse dire, in questo modo, che la via sulla
quale Egli conduce l’uomo, maschio-femmina, nel Sacramento del Matrimonio,
cioè la via della “redenzione del corpo”, deve consistere nel ricuperare
questa dignità in cui si compie, simultaneamente, il vero significato del
corpo umano, il suo significato personale e “di comunione”? 6.
Per ora, terminiamo la prima parte delle nostre meditazioni dedicate a questo
tema tanto importante. Per dare una risposta più esauriente alle nostre
domande, talvolta ansiose, sul matrimonio - o ancor più esattamente: sul
significato del corpo - non possiamo soffermarci soltanto su ciò che Cristo
rispose ai farisei, facendo riferimento al “principio” (cf. Mt
19,3ss; Mc 10,2ss). Dobbiamo anche prendere in
considerazione tutte le altre sue enunciazioni, tra le quali ne emergono
specialmente due, di carattere particolarmente sintetico: la prima, dal
discorso sulla montagna, a proposito delle possibilità del cuore umano
rispetto alla concupiscenza del corpo (cf. Mt 5,8), e la seconda,
quando Gesù si richiamò alla futura risurrezione (cf. Mt 22,24-30: Mc
12,18-27; Lc 20,27-36). Queste due enunciazioni
intendiamo far oggetto delle nostre successive riflessioni.
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