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FESTA DELLA BEATA VERGINE DI LOURDES

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

11 febbraio 1979

 

Carissimi Fratelli e Sorelle. 

1. Saluto voi tutti che siete oggi qui presenti. Vi saluto in modo particolarmente cordiale e con grande emozione. Proprio oggi, 11 febbraio, giorno nel quale la liturgia della Chiesa ricorda ogni anno l’apparizione della Madonna a Lourdes, saluto voi, che siete soliti di recarvi in pellegrinaggio a quel santuario, e voi, che aiutate i pellegrini malati: sacerdoti, medici, infermiere, membri del servizio di sanità, di trasporto, di assistenza. Vi ringrazio perché quest’oggi avete riempito la Basilica di San Pietro, e con la vostra presenza fate onore al Papa, rendendolo quasi partecipe dei vostri annuali pellegrinaggi a Lourdes, della vostra comunità, della vostra preghiera, della vostra speranza e anche di ogni vostra personale rinuncia e di quella reciproca donazione e sacrificio, che caratterizzano la vostra amicizia e solidarietà. Questa Basilica e la Cattedra di San Pietro hanno bisogno della vostra presenza. Questa vostra presenza è necessaria a tutta la Chiesa, a tutta l’umanità. Il Papa vi è per questo riconoscente, immensamente riconoscente. Infatti l’incontro odierno è, senza dubbio, unito alla gioia, che scaturisce da una fede viva, ma anche a una non lieve fatica e sacrificio. 

2. Il Signore Gesù, nel Vangelo di oggi, incontra un uomo gravemente malato: un lebbroso, che gli chiede: “Se vuoi, puoi guarirmi” (Mc 1,41). E subito dopo, Gesù gli proibisce di divulgare il miracolo compiuto, cioè di parlare della sua guarigione. E benché sappiamo che “Gesù andava... predicando il Vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità” (Mt 9,35), tuttavia la restrizione, “la riserva” di Cristo riguardo alla guarigione da lui effettuata è significativa. Forse c’è qui una lontana previsione di quella “riserva”, di quella cautela con cui la Chiesa esamina tutte le presunte guarigioni miracolose, ad esempio quelle che da oltre cento anni si sono verificate a Lourdes. È noto a quali severi controlli medici venga sottoposta ognuna di esse. 

La Chiesa prega per la salute di tutti i malati, di tutti i sofferenti, di tutti gli inguaribili, umanamente condannati a una invalidità irreversibile. Prega per i malati e prega con i malati. Con la più grande riconoscenza accoglie ogni guarigione, anche se parziale e graduale. E nello stesso tempo, con tutto il suo atteggiamento fa capire – come Cristo – che la guarigione è qualcosa di eccezionale, che dal punto di vista dell’“economia” divina della salvezza è un fatto straordinario e quasi “supplementare”. 

3. Questa economia divina della salvezza – come l’ha rivelata Cristo – manifesta indubbiamente nella liberazione dell’uomo da quel male, che è la sofferenza “fisica”. Ancor più però si manifesta nella trasformazione interiore di quel male, che è la sofferenza spirituale, nel bene “salvifico”, nel bene che santifica colui che soffre e anche per gli altri per mezzo suo. E perciò il testo della liturgia odierna, sulla quale dobbiamo soprattutto soffermarci, non sono le parole: “Lo voglio, guarisci”, sii purificato, ma le parole: “Fatti mio imitatore”. È San Paolo che si rivolge con queste parole ai Corinzi: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1Cor 11,1). Prima di lui Cristo stesso molte volte aveva detto: “Vieni e seguimi” (cf. Mt 8,22;19,21; Mc 2,14; Lc 18,22; Gv 21,22). 

Queste parole non hanno la forza di guarire, non liberano dalla sofferenza. Hanno però una forza trasformatrice. Sono una chiamata a diventare un uomo nuovo, a diventare particolarmente simile a Cristo, per ritrovare in questa somiglianza, attraverso la grazia, tutto il bene interiore in ciò che di per se stesso è un male, che fa soffrire, che limita, che forse umilia o mette in disagio. Cristo che dice all’uomo sofferente “vieni e seguimi” è lo stesso Cristo che soffre: Cristo del Getsemani, Cristo flagellato, Cristo incoronato di spine, Cristo sulla via della croce, Cristo in croce... È lo stesso Cristo, che fino in fondo ha bevuto il calice della sofferenza umana “datogli dal Padre” (cf. Gv 18,11). Lo stesso Cristo, che ha assunto tutto il male della condizione umana sulla terra tranne il peccato, per ritrarne il bene salvifico: il bene della redenzione, il bene della purificazione e della riconciliazione con Dio, il bene della grazia. 

Se dice a ciascuno di voi, cari Fratelli e Sorelle: “Vieni e seguimi”, vi invita e vi chiama a partecipare alla stessa trasformazione, alla stessa trasmutazione del male della sofferenza in bene salvifico: della redenzione, della grazia, della purificazione, della conversione... per sé e per gli altri. 

Proprio per questo, San Paolo, che voleva essere così appassionatamente imitatore di Cristo, afferma in un altro luogo: “completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo” (Col 1,24). 

Ciascuno di voi può di queste parole fare l’essenza della propria vita e della propria vocazione. Vi auguro una tale trasformazione che è “un miracolo interiore”, ancor più grande del miracolo della guarigione; questa trasformazione, che corrisponde alla normale via dell’economia salvifica di Dio, come ce l’ha presentata Gesù Cristo. Vi auguro questa grazia e la imploro su ciascuno di voi, cari Fratelli e Sorelle. 

4. “Ero malato – dice Gesù di se stesso – e m’avete visitato” (Mt 25,36). Secondo la logica della stessa economia della salvezza, lui che si immedesima in ciascun sofferente, attende – in quest’uomo – altri uomini che “vengano a visitarlo”. Attende che si sprigioni la compassione umana, la solidarietà, la bontà, l’amore, la pazienza, la sollecitudine in tutte le varie forme. Attende lo sprigionarsi di ciò che c’è di nobile, di elevato nel cuore umano: “M’avete visitato”. 

Gesù, che è presente nel nostro prossimo sofferente, vuole essere presente in ogni nostro atto di carità e di servizio, che si esprime anche in ogni bicchiere d’acqua che diamo “nel suo nome” (cf. Mc 9,41). Gesù vuole che dalla sofferenza, e attorno alla sofferenza, cresca l’amore, la solidarietà d’amore, cioè la somma di quel bene, che è possibile nel nostro mondo umano. Bene che non tramonta mai. 

Il Papa, che vuol essere servo di questo amore, bacia la fronte e bacia le mani di tutti coloro che contribuiscono alla presenza di questo amore e alla sua crescita nel nostro mondo. Egli sa, infatti, e crede di baciare le mani e la fronte di Cristo stesso, che è misticamente presente in coloro che soffrono e in coloro che, per amore, servono chi soffre. 

Con questo “bacio spirituale” di Cristo apprestiamoci, cari Fratelli e Sorelle, a celebrare e a partecipare a questo sacrificio, in cui dalla eternità è inserito il sacrificio di ciascuno di voi. E forse oggi conviene in modo particolare ricordare che, secondo la Lettera agli Ebrei, celebrando questo sacrificio e pregando “cum clamore valido” (Eb 5,7), Cristo viene esaudito dal Padre: 

Cristo delle nostre sofferenze,
Cristo dei nostri sacrifici,
Cristo del nostro Getsemani,
Cristo delle nostre difficili trasformazioni,
Cristo del nostro servizio fedele al prossimo,
Cristo dei nostri pellegrinaggi a Lourdes,
Cristo della nostra comunità, oggi, nella Basilica di San Pietro,
Cristo nostro Redentore,
Cristo nostro Fratello!

Amen. 

        

 

© Copyright 1979 - Libreria Editrice Vaticana

 

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