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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN BRASILE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
PER I GIOVANI E GLI STUDENTI

Belo Horizonte (Brasile), 1° luglio 1980

 

Cari giovani e amici miei.

1. Non meravigliatevi se il Papa comincia questa omelia con una confessione. Avevo letto molte volte che la metà della popolazione del vostro paese ha meno di venticinque anni di età. Vedendo fin dal mio arrivo a Brasilia, ovunque sono passato, una infinità di volti giovanili; passando in questa città tra moltitudini di giovani; vedendo voi giovani così numerosi intorno a questo altare, confesso che ho capito meglio, da questa visione concreta, ciò che avevo appreso in maniera astratta. Credo anche di avere capito meglio perché i Vescovi di Puebla parlino di opzione preferenziale - certo non esclusiva, ma prioritaria - per i giovani.

Questa opzione significa che la Chiesa assume l’impegno di annunciare incessantemente ai giovani un messaggio di liberazione piena. È il messaggio della salvezza che essa ascolta dalla bocca dello stesso Salvatore e che deve trasmettere con assoluta fedeltà.

2. In questa messa che ho la gioia di celebrare in mezzo a voi e per le vostre intenzioni, questo messaggio appare nel suo contenuto essenziale dalle letture che abbiamo ascoltato.

“Osservate il diritto e praticate la giustizia”, ci esorta il profeta Isaia, con una forza che non si è esaurita dopo 2500 anni (Is 56,1). E aggiunge: importa soprattutto rimanere “fermi nella mia alleanza” che Dio fece con l’uomo. È un invito alla coerenza e alla fedeltà, invito che tocca molto da vicino i giovani.

Nella lettera di Paolo ai cristiani di Corinto, una parola vigorosa e convincente come suole essere quella del grande apostolo: chi vuole costruire la sua vita, non deve porre un fondamento diverso da quello che già fu posto: Cristo Gesù (cf. 1Cor 3,10). Questo Paolo sapeva bene quello che diceva. Adolescente, aveva perseguitato la Chiesa. Ma un bel giorno sulla strada di Damasco ci fu un incontro inaspettato con Gesù in persona. È la sua stessa vita che gli fa dire: Non c’è altro fondamento possibile. È urgente porre Gesù come fondamento dell’esistenza.

Nel Vangelo di san Matteo, c’è la pagina che non si può rileggere senza emozione. Gesù domanda agli apostoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Dopo varie opinioni riferite, la domanda di fondo: ma, “voi chi dite che io sia?”. Noi tutti abbiamo esperienza di questo momento, nel quale non basta più parlare di Gesù ripetendo ciò che gli altri dicono. È necessario dire ciò che tu pensi, e non riportare una opinione; è necessario dare una testimonianza, sentirsi impegnato dalla testimonianza data e andare fino alle estreme esigenze di questo impegno. I migliori amici, seguaci e apostoli di Cristo sono sempre stati quelli che un giorno hanno sentito nel loro intimo la domanda definitiva, ineludibile, davanti alla quale tutte le altre diventano secondarie e derivate: “Per te, chi sono io?”. La vita, il destino, la storia presente e futura di un giovane dipende dalla risposta chiara e sincera, senza retorica e sotterfugi, che egli darà a questa domanda. Essa ha già trasformato la vita di molti giovani.

3. Da questi messaggi offerti dalla parola di Dio io vorrei ricavare un messaggio semplice e schietto, che vi lascio in questo incontro, che mi fa sentire la serietà con cui affrontate la vostra esistenza.

La più grande ricchezza di questo paese, immensamente ricco, siete voi. Il futuro reale di questo “paese del futuro” è racchiuso nel presente di voi giovani. Perciò questo paese, e con esso la Chiesa, guarda a voi con uno sguardo pieno di attese e di speranza.

Aperti alle dimensioni sociali dell’uomo, voi non nascondete la vostra volontà di trasformare radicalmente le strutture sociali che a voi si presentano ingiuste. Voi dite, a ragione, che è impossibile essere felici, quando si vede una moltitudine di fratelli mancanti del minimo richiesto per una esistenza degna dell’uomo. Voi dite anche che non è giusto che alcuni sperperino ciò che manca alla mensa degli altri. Voi siete decisi a costruire una società giusta, libera e prospera, in cui tutti e ciascuno possano godere dei benefici del progresso.

4. Nella mia giovinezza io ho vissuto queste stesse convinzioni. Giovane studente, le ho proclamate con la voce della letteratura e dell’arte. Dio volle che esse venissero temperate al fuoco di una guerra la cui atrocità non ha risparmiato la mia famiglia. Ho visto conculcate in molte maniere queste convinzioni. Ho temuto per esse, vedendole esposte alla tempesta. Un giorno decisi di confrontarle con Gesù Cristo: ho capito che egli era l’unico a rivelarmi il vero contenuto e valore; ho pensato di difenderle con lui contro non so quali inevitabili logorii.

Tutto questo, questa tremenda e valida esperienza mi ha insegnato che la giustizia sociale è vera soltanto se basata sui diritti dell’individuo. E che questi diritti saranno realmente riconosciuti soltanto se sarà riconosciuta la dimensione trascendente dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, chiamato a essere suo figlio e fratello degli altri uomini e destinato a una vita eterna. Negare questa trascendenza è ridurre l’uomo a strumento di dominio, la cui sorte è soggetta all’egoismo e all’ambizione di altri uomini, o all’onnipotenza dello stato totalitario, eretto a valore supremo.

Nello stesso movimento interiore che mi ha portato alla scoperta di Gesù Cristo e mi ha attirato irresistibilmente a lui, ho percepito qualche cosa che ben più tardi il Concilio Vaticano II espresse chiaramente. Ho capito che “il Vangelo di Cristo annuncia e proclama la libertà dei figli di Dio, respinge ogni schiavitù, che deriva, in ultima analisi, dal peccato, onora come sacra la dignità della coscienza e la sua libera decisione, non si stanca di ammonire a raddoppiare tutti i talenti umani a servizio di Dio e a bene degli uomini, tutti quanti, infine, raccomandando alla carità di tutti. Ciò corrisponde alla legge fondamentale della economia cristiana” (Gaudium et Spes, 41)

Ho imparato che un giovane cristiano cessa di essere giovane e da molto tempo non è più cristiano, quando si lascia sedurre da dottrine o ideologie che predicano l’odio e la violenza. Perché non si costruisce una società giusta sopra l’ingiustizia. Non si costruisce una società che meriti il titolo di umana senza rispettare e, peggio ancora, distruggendo la libertà umana, negando agli individui le libertà più fondamentali.

Condividendo come sacerdote, Vescovo e Cardinale la vita di innumerevoli giovani nell’università, nei gruppi giovanili, nelle escursioni in montagna, nei circoli di riflessione e di preghiera, ho visto che un giovane comincia pericolosamente a invecchiare, quando si lascia ingannare dal principio facile e comodo che “il fine giustifica i mezzi”, quando comincia a credere che l’unica speranza per migliorare la società sta nel promuovere la lotta e l’odio tra i gruppi sociali, sta nell’utopia di una società senza classi, che si rivela ben presto creatrice di nuove classi. Mi sono convinto che solo l’amore avvicina ciò che è diverso e realizza l’unione nella diversità. Le parole di Cristo: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato” (Gv 13,34), mi apparvero allora, oltre alla loro ineguagliabile profondità teologica, come germe e principio dell’unica trasformazione abbastanza radicale per essere apprezzata da un giovane. Germe e principio dell’unica rivoluzione che non tradisce l’uomo. Solo l’amore vero costruisce.

6. Se un giovane quale io sono stato, chiamato a vivere la giovinezza in un momento cruciale della storia, può dire qualcosa a giovani come voi, penso che direbbe loro: Non lasciatevi strumentalizzare!

Cercate di essere ben coscienti di ciò che volete e di ciò che fate. Ma vedo che proprio questo vi hanno detto i Vescovi dell’America latina, riuniti a Puebla l’anno scorso: “Si formerà nel giovane un senso critico di fronte... ai controvalori culturali che cercano di trasmettergli le diverse ideologie” (Documento de Puebla, n. 1197), specialmente le ideologie di carattere materialista, perché non siano manipolati da esse. E il Concilio Vaticano II: “Quell’ordine sociale è da sviluppare sempre più, e da fondarsi sulla verità, realizzarsi nella giustizia, deve essere vitaliziato dall’amore, deve trovare un equilibrio sempre più umano nella libertà” (Gaudium et Spes, 26).

Un mio grande predecessore, il Papa Pio XII, adottò come emblema: “Costruire la pace nella giustizia”. Penso che sia un emblema e soprattutto un impegno degno di voi, giovani brasiliani!

7. Temo che molti buoni desideri di costruire una società giusta naufraghino nell’inautenticità e si svuotino come una bolla di sapone, se non sono sostenuti da un serio impegno di austerità e di frugalità. In altre parole è necessario saper vincere la tentazione della cosiddetta “società dei consumi”, la tentazione dell’ambizione di avere sempre di più, invece di cercare di essere sempre di più, dell’ambizione di avere sempre di più, mentre altri hanno sempre di meno. A questo proposito, penso che nella vita di ogni giovane acquisti senso e forza concreti e attuali la beatitudine della povertà di spirito: nel giovane ricco, perché capisca che il superfluo è quasi sempre ciò che manca ad altri e perché non si ritiri triste (cf. Mt 19,22) se percepisce nel fondo della coscienza un appello del Signore a un distacco più pieno; nel giovane che vive la dura esperienza dell’incertezza del domani, che forse patisce anche la fame, perché cercando il legittimo miglioramento delle condizioni di vita per sé e per i suoi, sia attratto dalla dignità umana, non dalla ambizione, dalla cupidigia, dal fascino del superfluo.

Amici miei, voi siete anche responsabili della conservazione dei veri valori che hanno sempre onorato il popolo brasiliano. Non lasciatevi trasportare dalla esasperazione del sesso, che compromette l’autenticità dell’amore umano e conduce alla disgregazione della famiglia. “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi?”, scriveva san Paolo nel testo che abbiamo ascoltato.

Le ragazze cerchino di trovare il vero femminismo, l’autentica realizzazione della donna come persona umana, come parte integrante della famiglia e della società con una partecipazione cosciente secondo le sue caratteristiche.

8. Terminando, riprendo le parole chiave che abbiamo raccolto dalle letture di questa Messa:

- fare ciò che si deve, e praticare la giustizia; - non costruire su altro fondamento che non sia Gesù Cristo;

- avere una risposta da dare al Signore quando egli domanda: “Per te, chi sono io?”.

Ecco il messaggio sincero e fiducioso di un amico. Sarebbe mio desiderio stringere la mano a ciascuno di voi e parlare con ciascuno.

Comunque, dico a tutti e a ciascuno: giovani di Belo Horizonte e di tutto il Brasile, il Papa vi vuole molto bene! Il Papa non vi dimenticherà mai! Il Papa porta via di qui una grande nostalgia di voi!

Ricevete, cari amici, la benedizione apostolica che vi darò alla fine di questa messa, come un segno della mia amicizia, della mia fiducia in voi e in tutti i giovani di questo paese.

Prima di passare alla liturgia eucaristica propriamente detta, ancora solo una parola: solo l’amore costruisce, solo l’amore avvicina, solo l’amore realizza l’unione degli uomini nella loro diversità.

Recentemente sono stato in Francia, e là i giovani che ho incontrato mi hanno chiesto spontaneamente di portarvi alcuni messaggi di amicizia, il che ho fatto molto volentieri. Questo gesto di darvi la mano serva come simbolo e stimolo per costruire sempre di più la fraternità umana, cristiana ed ecclesiale, nel mondo. “Dove vai?”. Con voi faccio questa domanda, con voi, cari giovani, sto per offrire anche tutto quello che di nobile c’è nei vostri cuori, tutto quello che di bello stiamo vivendo qui insieme, per il buon esito del congresso eucaristico di Fortaleza, verso il quale sto recandomi come un pellegrino, insieme con la Chiesa che sta in Brasile. “Dove vai?”.

Amen.

 

© Copyright 1980 - Libreria Editrice Vaticana

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