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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN BRASILE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Curitiba, 6 luglio 1980

 

Cari fratelli nell’episcopato e nel presbiterato,
cari figli e figlie, religiosi e laici.

1. Come ringraziare la provvidenza divina che mi dà la grazia di questo incontro con la popolazione di Curitiba e con i pellegrini venuti da tutto il Paranà e dal vicino Stato di Santa Catarina? Serva come ringraziamento l’eucaristia che avete voluto porre al centro dell’incontro, come sua anima e sua ispirazione.

Ora, in questa eucaristia, sono appena risuonate due pagine del Nuovo Testamento che un Papa, successore dell’apostolo Pietro, non può sentire senza intima trepidazione, senza che si riapra in lui, come una piaga, la coscienza della propria piccolezza davanti alla missione ricevuta - ma anche senza una rinnovata fiducia in colui che tutto può (cf. Fil 4,13)

Una riporta l’episodio di Cesarea di Filippo: la chiara confessione di Pietro (Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente), alla quale risponde la misteriosa e prodigiosa confessione di Cristo (Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa). Lungo duemila anni, 264 volte questa stessa parola fu pronunciata agli orecchi e alla coscienza di un uomo fragile e peccatore. 264 volte un nuovo Pietro fu messo a fianco del primo per essere pietra di fondamento della Chiesa. Ultimo nel tempo, è a me che fu ripetuta la promessa di Cesarea di Filippo, ed è nella funzione di Pietro che mi trovo in mezzo a voi. Con che messaggio?

Lo stesso che scaturisce dall’altra pagina letta in questa liturgia. Pietro, l’ardente ma timoroso, l’amico, il rinnegato, il pentito, aveva appena ricevuto lo Spirito Santo. E con la forza dello Spirito annuncia a una Gerusalemme piena di pellegrini: “Quest’uomo che voi avete consegnato, facendolo crocifiggere, Dio l’ha risuscitato e l’ha costituito Signore” (cf. At 2,23-34.36). Tutto quello che Pietro dirà fino all’ultima confessione sul colle del Vaticano, che corona quella di Cesarea di Filippo, si riduce a queste frasi. Tutto quello che deve dire il successore di Pietro, forse è contenuto in queste semplici parole: “Dio l’ha costituito Signore”. In fondo, è quello che sente il Papa: il dolce e urgente dovere di annunciare, dovunque passi, con la forza e il fervore di chi annuncia una buona notizia.

2. Ma il successore di Pietro trova qui adesso un nuovo titolo di somiglianza con il suo lontano e primo predecessore, in quella sua predicazione riportata nella lettura di questa liturgia. Questo Stato del Paranà, questa città di Curitiba in cui mi trovo, danno bene l’idea della Gerusalemme del mattino della Pentecoste, per l’immensa varietà di razze di quelli che sentono annunciare la buona novella di Gesù Cristo. Là. secondo l’affascinante enumerazione degli Atti degli apostoli, Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia, della Panfilia e dell’Egitto. Qui, amalgamati dalla terra che li ha accolti, ma presenti e riconoscibili in qualche modo nei volti dei loro figli, nipoti e pronipoti, portoghesi, italiani, ucraini, tedeschi, giapponesi, rumeni, spagnoli, siriani, libanesi - per non parlare di quelli, numerosi, che portano nelle vene un sangue uguale al mio, sangue polacco.

Ben prima che immaginassi di venire fino a qui e che prevedessi questo incontro, già conoscevo questo aspetto del Paranà, punto di arrivo di moltissime correnti migratorie, punto di incontro di fratelli venuti dai più lontani angoli del mondo. In questo fenomeno, che la fredda etichetta di “immigrazione” definisce tanto poveramente, si nasconde una mirabile ricchezza di aspetti umani e - perché no? - evangelici.

3. Primo fra tutti, l’accoglienza franca e generosa che, appena nato all’indipendenza politica, questo paese incominciò ad offrire alle popolazioni più diverse. Quando difficili congiunture storiche fecero scendere su vari paesi d’Europa lo spettro della fame, immense terre del sud del Brasile si offrirono a braccia disposte a coltivarle, ma soprattutto una nuova patria fu data a chi accorreva. Quando in una nazione l’eccesso di popolazione cominciò a creare seri problemi di spazio vitale, il Brasile ha saputo aprire, con prodigalità e intelligenza, i suoi spazi quasi illimitati. C’è un’arte nell’accoglienza, c’è un certo modo di ricevere: cose queste che è impossibile codificare nelle leggi e nelle norme dell’immigrazione, ma che il Brasile, grazie alle qualità del la sua gente, conosce e applica perfettamente. Esisteranno paesi in cui l’assimilazione e l’integrazione dell’immigrato avvengono con uguale naturalezza?

Perché con una naturalezza maggiore di questa non è possibile. Non credo di aver visto in altro posto gli immigrati e i loro figli e nipoti sentirsi così appassionati per la terra che ha accolto loro o i loro padri, così “campanilisticamente” legati al Brasile, al tempo stesso in cui non rinnegano i propri paesi di origine.

Voglio perciò, come figlio di una patria da dove molti figli sono qui venuti, rendere un sentito omaggio alla grande e inconfondibile ospitalità di questo paese.

4. Ed ecco ora il secondo aspetto. Accolto senza reticenze né preconcetti, l’immigrato ha ripagato immediatamente l’ospitalità ricevuta. Non si esagera nel dire che il Brasile moderno, che ho già avuto modo di vedere pulsare di vitalità a Brasilia, a Rio de Janeiro, a Belo Horizonte, São Paulo e Porto Alegre, e che ora vedo pulsare qui, è il prodotto anche del lavoro duro, ma libero e gioioso di centinaia di migliaia di immigranti. Penso che assieme a São Paulo e al Rio Grande do Sul, il Paranà sia un magnifico esempio di questo. E non c’è dubbio che l’operosità dell’immigrante, sommandosi a quella dei brasiliani lunga data, poteva solo arricchire con un senso nuovo il progresso del paese. Sarebbe eccessivo parlare di un’impronta profondamente solidale e fraterna di questo progresso?

Non voglio passare sotto silenzio, durante questa eucaristia un omaggio di affetto agli immigranti che aiutarono a costruire il Paranà e il Brasile. La loro venuta qui non si è compiuta sempre in modo piacevole. Molte volte è stata una storia di sofferenze e di amarezze quella di ogni famiglia e di ogni gruppo che giunse qui. Non sarà mancata nessuna di quelle spine che normalmente accompagnano l’uscita dalla propria patria, in cerca di un’altra. Malgrado tutto, quegli uomini e donne hanno saputo acclimatarsi nella nuova terra, costruire una nuova patria, creare famiglie la cui povertà materiale andava di pari passo con altissimi valori umani, morali e religiosi. Hanno saputo soprattutto amare la loro nuova patria, e lavorare per essa. Darle figli e nipoti di prima qualità nel sacerdozio, nelle arti, nella politica, nella letteratura.

5. Il terzo aspetto è quello che oggi si presenta ai miei occhi: la prodigiosa integrazione nella mescolanza di razze di cui il Brasile dà esempio. Ebbi occasione di dirlo, ma lo ripeto volentieri a causa dell’ammirazione - e dell’emozione che il fatto suscita in me: di tutte le bellezze del vostro paese, non so se porterò nel cuore immagini di bellezza più toccante e significativa di quella della concordia, della gioia spontanea, del senso di autentica fraternità che caratterizza qui la convivenza delle più diverse razze.

A questo festoso incontro sono anche presenti numerosi cittadini di origine italiana, ai quali desidero rivolgere un affettuoso saluto ed un cordiale augurio.

Il mio è il saluto del Papa, cioè del Vescovo di Roma, di quella Roma che non solo è il centro del cattolicesimo, ma è anche la capitale della vostra cara patria di origine, che avete lasciato per cercare lavoro, ma che conservate nel vostro cuore e in cima ai vostri pensieri con immenso amore, per quello che essa ha rappresentato per voi, per i vostri parenti, per la storia del mondo e per la storia stessa del cristianesimo.

Vi esorto a conservare quei tesori di luce, di verità, di cultura, di arte, ma specialmente quei grandi valori umani e cristiani, che hanno sempre caratterizzato e fatto la vera gloria del popolo italiano: la sua cordialità per tutti; l’apertura alla solidarietà universale; la grande carica umana; l’attaccamento al nucleo familiare; il senso del dovere; l’impegno per il lavoro.

Conservate intatta, anzi fate fruttificare, con una testimonianza coerente e chiara, il tesoro della fede cristiana, che vi è stato dato con il battesimo.

Siate fieri di essere cristiani! Dimostratelo sempre con la parola, con il comportamento, nell’ambiente di lavoro, nella famiglia, nella professione, senza alcun rispetto umano!

La mia benedizione apostolica confermi questi miei auguri!

Desidero rivolgere una parola di saluto e di affetto anche alla popolazione di origine tedesca, che proprio nella regione a sud del Brasile è particolarmente numerosa e la cui presenza si è rivelata importante per lo sviluppo sociale del paese. Come gli emigranti di altre nazioni, anche i vostri predecessori hanno dato un apporto decisivo alla bonifica e alla coltivazione del Brasile. Essi hanno dato un’impronta a villaggi, città e ad intere regioni con l’eredità spirituale e culturale della loro patria e questa si incunea, elemento importantissimo, nel popolo brasiliano e nella sua cultura.

Come supremo pastore della Chiesa, cari fratelli e sorelle di ceppo tedesco, desidero in quest’occasione ricordarvi soprattutto che questa eredità dei vostri padri è principalmente un’eredità cristiana, e che la fede in Cristo e la vostra appartenenza alla Chiesa di Gesù Cristo sono tesori preziosi ed ineguagliabili, che avete ricevuto dalle mani dei vostri predecessori. Vale qui ricordare quanti sono stati i sacerdoti e i religiosi venuti dalle vostre file, che hanno portato numerosi la vita religiosa in molti campi di questo paese. La fedeltà alla vostra eredità spirituale e culturale significa perciò in modo speciale fedeltà alle vostre origini religiose e ad una condotta di vita cristiana nelle vostre famiglie, nelle comunità, nella professione e nella società.

Il successore di san Pietro, con questa sua visita desidera incoraggiarvi e rafforzarvi, insieme a tutti i fratelli di fede, in questa fedeltà alla vostra fede cattolica. Perciò impartisco di cuore a voi e a tutti i vostri fratelli e sorelle di origine tedesca nel grande Brasile la benedizione apostolica.

Ein herzliches Wort des Grußes und der Verbundenheit richte ich auch an die deutschstämmige Bevölkerung, die gerade in den südlichen Regionen von Brasilien besonders zahlreich und von Bedeutung für die soziale und gesellschaftliche Entwicklung des Landes ist. Wie die Einwanderer anderer Nationen haben auch eure Vorfahren zur Urbarmachung und Kultivierung Brasiliens einen entscheidenden Beitrag geleistet. Sie haben Dörfer, Städte und ganze Gegenden durch das geistige und kulturelle Erbe ihrer deutschen Heimat geprägt und dieses als wertvollen Bestandteil im brasilianischen Volk und seiner Kultur verankert.

Als oberster Hirte der Kirche möchte ich euch, liebe Brüder und Schwestern deutscher Abstammung, bei dieser Gelegenheit jedoch vor allem daran erinnern, daß dieses Erbe eurer Väter wesentlich ein christliches ist, daß der christliche Glaube und eure Zugehörigkeit zur Kirche Jesu Christi die unvergleichlich kostbaren Schätze sind, die ihr aus den Händen eurer Vorfahren empfangen habt. Bleibt dessen eingedenk, wie viele Priester und Ordensleute gerade aus eurer Mitte hervorgegangen sind und das religiöse Leben in weiten Gebieten dieses Landes maßgeblich mitgestaltet haben. Treue zu eurem geistig-kulturellen Erbe bedeutet deshalb in einer besonderen Weise Treue zu euren religiösen Überzeugungen und zu einer christlichen Lebensführung in euren Familien und Gemeinden, in Beruf und Gesellschaft.

Der Nachfolger des heiligen Petrus möchte durch diesen Besuch euch zusammen mit allen Glaubensbrüdern in dieser Treue zu eurem katholischen Glauben und in der Liebe zur Kirche ermutigen und stärken. Dazu erteile ich euch und allen euren deutschstämmigen Brüdern und Schwestern im weiten Brasilien von Herzen den Apostolischen Segen.
 

Traduzione italiana del discorso pronunciato in lingua ucraina

Ed ora mi rivolgo a voi, cari ucraini.

Ringrazio anche voi che avete voluto salutare nella mia persona il vicario di Cristo sulla terra.
Qui a Curitiba c’è il centro della vostra vita ecclesiastica, poiché qui c’è la sede della vostra diocesi, che è stata eretta dal mio predecessore Paolo VI di venerata memoria; qui a Curitiba ebbe inizio la vostra vita religiosa, in quanto qui, oltre 80 anni fa, il primo sacerdote cattolico ucraino ha celebrato la prima santa liturgia nel vostro rito per i vostri antenati nella festa di san Giovanni Battista, e per questo a lui è dedicata la vostra cattedrale e la vostra diocesi.

Adesso in onore del precursore di Cristo voi ucraini cattolici state per edificare qui a Curitiba una nuova chiesa cattedrale. E proprio oggi ben volentieri benedico la prima pietra di tale tempio.

Assieme alla prima pietra benedico di tutto cuore voi tutti qui raccolti.

In primo luogo benedico l’attuale zelante pastore il Vescovo Jefrem Krewey ed il suo predecessore il Vescovo Josyf Martenetz, uomo di virtù e di preghiera.

Benedico tutti i sacerdoti, tanto secolari che religiosi, ch lavorano per la santificazione delle vostre anime immortali. Benedico tutti coloro che li aiutano nel lavoro pastorale; e cioè: le suore ancelle dell’Immacolata, le suore basiliane, le suore catechiste di sant’Anna, le suore di san Giuseppe, e le catechiste del Sacro Cuore.

Benedico gli alunni del seminario minore e maggiore, speranza della vostra diocesi, nonché gli scolastici basiliani.

Benedico i malati nei vostri ospedali, tutti coloro che sono afflitti nell’anima e nel corpo.

Benedico i bimbi nei vostri orfanotrofi. Benedico tutti voi, anziani e giovani: padri e figli, tutti qui presenti, nonché tutti gli ucraini nell’intero Brasile.

Siate fedeli ai comandamenti di Dio, siate leali cittadini dello Stato in cui vivete.

Stimate il vostro rito, amatelo, poiché esso preserva la vostra identità nazionale.

Iddio misericordioso vi abbia nella sua protezione per l’intercessione dell’Immacolata Vergine Maria e dei santi della vostra Chiesa.

Sia lodato Gesù Cristo!

Permettete che a quanto ho detto ieri, cari fratelli e sorelle, aggiunga un ricordo di alcuni nostri patroni, che hanno saputo tradurre il mistero della croce, il mistero dell’amore divino nel linguaggio particolare della vita quotidiana e nelle diverse epoche, sin dall’inizlo, e l’hanno impresse nei cuori delle generazioni degli uomini credenti e nella storia della nostra nazione e della patria: santo Wojciech (Adalberto), san Stanislao Kostka, sant’Andrea Bobola, i beati Ladislao da Gielniow, Simone da Lipnica, Salomea, Ceslao, Kinga, Edvige Regina, Massimiliano Maria Kolbe, testimone particolare della croce di Cristo nei nostri tempi, Maria Teresa Ledochowska e tanti altri non canonizzati, ma tanto presenti nella vita della Chiesa e della patria. Voglio richiamare anche coloro che hanno vissuto qui, in questa terra, e hanno impresso su di essa il segno dell’amore di Cristo, e hanno reso la testimonianza della fedeltà alla croce.

Quanto desidero che la loro eredità viva e si sviluppi in voi, che loro stessi rivivano nei nostri tempi e nelle nuove generazioni, nella misura dei bisogni e dei doveri!

Cari fratelli e sorelle, vi saluto tutti, vi ringrazio per le espressioni di unione con la s6anta Sede e per le preghiere che sollevate a Dio secondo le mie intenzioni. Pregate anche che io possa compiere nel modo migliore questa mia presente visita pastorale in Brasile, il mio servizio alla Chiesa in questo paese.

Tutti voi che siete qui, le vostre famiglie, i vicini, gli amici, i conoscenti, coloro che sono qui presenti con lo spirito e il cuore, io benedico cordialmente col segno della croce di Cristo, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

6. Celebrando qui, sotto l’invocazione della Pentecoste ricordata nella prima lettura, l’eucarestia che è il sacramento dell’unità e della fraternità dei discepoli di Cristo, ma che è pure germe di unità e fraternità nel mondo, voglio fare una richiesta a voi, e una per voi.

Per voi chiedo a Dio con il più gran fervore, che non si raffreddi mai, ma che anzi si rinvigorisca e cresca la profonda integrazione razziale che esiste tra di voi. Che in questa fraternità tra i vari popoli non manchi una speciale solidarietà con i vostri fratelli indigeni. Che ci sia ancora tra voi apertura per accogliere molti altri gruppi umani, che hanno bisogno di una nuova patria perché sono privati della loro.

E a voi chiedo, con affetto di padre e fiducia di fratello, che conserviate sempre questo aspetto del vostro essere. E questa mia richiesta si amplia in un augurio perché, in questo nostro mondo dove c’è ancora tanta discriminazione, gli uomini si comprendano sempre di più, si accettino gli uni gli altri per quello che hanno in comune, per far crescere la solidarietà, l’amore e la fraternità tra i popoli e perché si consolidino le basi della pace.

La Vergine Maria, Nostra Signora Aparecida, riceva la preghiera del Papa in questo senso.

 

© Copyright 1980 - Libreria Editrice Vaticana


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