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VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA DI
S. GIOVANNI BATTISTA DEI FIORENTINI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Roma, 8 marzo 1981

 

1. “Adora il Signore Dio tuo e a Lui solo rendi culto” (Mt 4,10).

Queste categoriche parole, rivolte da nostro Signore Gesù Cristo a Satana tentatore, e poste dalla liturgia alle soglie della Quaresima, sono un incisivo e perenne programma di vita per l’uomo, chiamato dalla forza dell’Amore eterno al servizio ed al Regno di Dio e solo di Dio, e tuttavia, fin dall’inizio della sua contingente esistenza e per tutta la sua vita, così esposto e suscettibile di fronte a tutte le “tentazioni”, nelle quali lo spingono continuamente il “regno” di questo mondo e il “principe di questo mondo” (cf. Gv 12,31; 14,30; 16,11), che fanno di tutto per dominare e manipolare l’uomo cercando di metterlo in opposizione a Dio.

Di fronte a Satana, che gli promette addirittura “tutti i regni del mondo con la loro gloria” dietro contropartita della adorazione, Gesù risponde con la luce e con la forza della Parola di Dio, il quale aveva messo in guardia il popolo eletto dalla affascinante e pericolosa tentazione dell’idolatria: “Guardati dal dimenticare il Signore che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile. Temerai il Signore Dio tuo, lo servirai... Farai tutto ciò che è giusto e buono agli occhi del Signore” (Dt 6,12-13.18).

Ed oggi occorre che noi sappiamo ascoltare ancora una volta e meditare profondamente queste categoriche parole di Gesù come un autentico programma per la Quaresima dell’anno del Signore 1981; occorre che le ascoltiamo e le meditiamo, in modo particolare, in questa Basilica parrocchiale di San Giovanni Battista dei Fiorentini, che oggi ho la fortuna di visitare come Vescovo di Roma.

2. Desidero, anzitutto, esprimere, fratelli e sorelle carissimi, sincera gioia per l’incontro odierno con voi tutti in questa chiesa, carica di storia e di arte, nella quale san Filippo Neri fu parroco dal 1564 al 1575, e che ha una lunga tradizione di vita pastorale.

Il mio affettuoso saluto si rivolge all’arciprete parroco, Monsignor Giuseppe Generali, il quale, dopo aver svolto il suo ministero in alcune parrocchie romane, dal 1961, cioè da 20 anni, dedica il suo zelo e le sue energie per la vostra crescita e maturazione nella fede cristiana.

Un cordiale saluto al vice-parroco, ai sacerdoti collaboratori, ai Membri del Capitolo, alle religiose ed ai religiosi, che vivono ed operano nell’ambito della parrocchia: le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli; quelle dell’Istituto Apostolico “Verbum Dei”; le Suore di Betania del Sacro Cuore; le componenti della “Fraternità Clarettiana”; i Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria di Maiorca e i Silenziosi Operai della Croce.

Né posso dimenticare i 2500 fedeli, con le rispettive 700 famiglie della parrocchia: saluto i padri e le madri, pensosi dell’avvenire dei loro figli; saluto i giovani, le giovani, gli adolescenti, i bambini, già immersi, ciascuno a suo modo, nella grande avventura della vita; saluto gli ammalati e i poveri, e quanti soffrono nel corpo e nello spirito; auguro che tutti i fedeli di questa parrocchia, che è così vicina alla Basilica di san Pietro, ed alla residenza del Papa, vivano con sempre maggior impegno la loro testimonianza cristiana, nella bontà e nella carità.

3. La Quaresima, tempo liturgico privilegiato, è – come sappiamo – un tempo di conversione. La Sacra Scrittura presenta la vita dell’uomo nei suoi confronti con Dio come una continua conversione interiore, in quanto Dio nel suo infinito amore chiama l’uomo a vivere in comunione con Lui. Ma l’uomo è fragile, debole, peccatore, per mettersi quindi in contatto, in comunione con Dio, egli ha bisogno di un atteggiamento di umiltà e di penitenza; deve orientarsi verso Dio, “cercare il volto di Dio” (cf. Os 5,15; Sal 24,6); deve invertire il cammino che lo porta verso il male; mutare il proprio comportamento etico; cambiare addirittura concezione e modi di pensare individuali, che siano in opposizione alla Volontà ed alla Parola di Dio.

E Gesù, il Figlio di Dio incarnato, già fin dall’inizio del suo ministero messianico lancia agli uomini il suo appello alla conversione: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo!” (Mc 1,15; cf. Mt 4,17).

Ed è proprio la Quaresima che rappresenta nella vita della Chiesa quasi un particolare grido alla conversione: “Utinam hodie vocem eius audiatis, nolite obdurare corda vestra! (Ascoltate oggi la sua voce; non indurite il cuore!”) (Sal 95,8). Questo “hodie” si riferisce proprio alla Quaresima, che nella straordinaria ricchezza evocativa dei suoi testi liturgici è un continuo, pressante appello alla urgenza della autentica conversione interiore.

4. La conversione è fondamentalmente un allontanarsi dal peccato e un rivolgersi, un ritornare al Dio Vivente, al Dio dell’Alleanza. “Venite, ritorniamo al Signore: / Egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. / Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà” (Os 6,1): è l’invito del profeta Osea, il quale insiste sul carattere interiore della vera conversione, che deve essere sempre ispirata ed animata dall’amore e dalla conoscenza di Dio. E il profeta Geremia, il grande maestro della religiosità interiore, preannuncia da parte di Dio una straordinaria trasformazione spirituale dei membri del popolo eletto: “Darò loro un cuore capace di conoscermi perché io sono il Signore, essi saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, se torneranno a me con tutto il cuore” (Ger 24,7).

La conversione è un dono di Dio, che l’uomo deve chiedere con fervente preghiera e che ci è stato meritato da Cristo “nuovo Adamo”. È quanto la liturgia odierna ci ha fatto meditare nel brano della lettera ai Romani di san Paolo: per la disobbedienza del primo Adamo il peccato e la morte sono entrati nel mondo e dominano l’uomo. Ma se è vero che “per la caduta di uno solo (cioè di Adamo) la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo” (cf. Rm 5,17).

Il cristiano, forte della forza che gli viene da Cristo, si allontana sempre più dal peccato, dai peccati concreti, mortali o veniali, superando le cattive inclinazioni, i vizi, il peccato abituale, e, così facendo, renderà sempre più debole il fomite del peccato, cioè la triste eredità della disobbedienza originaria. Questo avviene nella misura in cui abbonda in noi sempre di più la Grazia, dono di Dio, concesso per i meriti “di un solo uomo, Gesù Cristo” (cf. Rm 5,15). La conversione è, in tal modo, un trapasso quasi graduale, efficace, continuo, dal “vecchio” Adamo al “nuovo”, che è Cristo. Tale esaltante processo spirituale, nel periodo della Quaresima, deve diventare in ogni cristiano particolarmente cosciente ed incisivo.

5. Ma la conversione è possibile solo in base al superamento delle tentazioni, come è messo in chiara evidenza dalla liturgia della Parola di questa prima Domenica di Quaresima.

La pluralità e la molteplicità delle tentazioni trovano il loro fondamento in quella triplice concupiscenza, di cui ci parla la prima lettera di san Giovanni: “Non amate né il mondo né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui, perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo” (1Gv 2,15 s).

Come è noto, nella concezione di san Giovanni, il “mondo” dal quale si deve allontanare il cristiano, non è la creazione, l’opera di Dio, che è stata affidata al dominio dell’uomo; ma è il simbolo e il segno di tutto ciò che ci separa da Dio o che vuole escludere Dio; cioè è l’opposto del “Regno di Dio”. Sono pertanto tre gli aspetti del mondo, da cui il cristiano, per essere fedele al messaggio di Gesù, deve tenersi lontano: gli appetiti sensuali; la brama eccessiva dei beni terreni, sui quali l’uomo si illude di poter costruire tutta la sua vita; ed infine l’orgogliosa autosufficienza nei confronti di Dio.

Nelle tre “tentazioni”, che Satana muove a Cristo nel deserto, si possono facilmente riscontrare le “tre concupiscenze” già menzionate, sono le tre grandi tentazioni, alle quali anche il cristiano sarà sottoposto nel corso della sua vita terrena.

Ma alla base di questa triplice tentazione ritroviamo la primitiva e onnicomprensiva tentazione, rivolta dallo stesso Satana ai nostri progenitori: “Diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (cf. Gen 3,5). Satana promette all’uomo l’onnipotenza e l’onniscienza di Dio; cioè la totale autosufficienza ed indipendenza. Ora, l’uomo non è tale se non per la sua possibilità di “scegliere” Dio ad immagine del quale è stato creato. Ma il primo Adamo sceglie se stesso al posto di Dio; cede alla tentazione e si ritrova misero, fragile, debole, “nudo”, “schiavo del peccato” (cf. Gv 8,34). Il secondo Adamo, Cristo, riafferma invece contro Satana la fondamentale, strutturale ed ontologica dipendenza dell’uomo da Dio. L’uomo – ci dice Cristo – non viene umiliato, bensì esaltato nella sua stessa dignità ogni qualvolta si prostra per adorare l’Essere Infinito, suo Creatore e Padre: “Adora il Signore Dio tuo e a Lui solo rendi culto!” (Mt 4,10).

6. Questo appello quaresimale alla conversione comporta un continuo e paziente lavoro su se stessi, lavoro che giunge alla conoscenza dei motivi nascosti e delle molle occulte dell’amor proprio, della sensualità, dell’egoismo.

A tale lavoro, che richiede impegno e costanza, siamo chiamati tutti e ciascuno, senza eccezione, sia a livello personale, sia a livello comunitario, affinché ci possiamo aiutare vicendevolmente nel cammino della conversione, la quale è sempre frutto del “ritrovamento” di Dio, Padre, ricco di misericordia. “L’autentica conoscenza del Dio della misericordia, dell’amore benigno – ho scritto nella mia seconda enciclica – è una costante ed inesauribile fonte di conversione, non soltanto come momentaneo atto interiore, ma anche come stabile disposizione, come stato d’animo. Coloro che in tal modo arrivano a conoscere Dio, che in tal modo lo “vedono”, non possono vivere altrimenti che convertendosi a Lui. Vivono, dunque, “in statu conversionis”; ed é questo stato che traccia la più profonda componente del pellegrinaggio di ogni uomo sulla terra “in statu viatoris” (Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia, 13).

La parrocchia tutta, ad immagine della Chiesa, deve realizzare questo ideale ed aiutare i suoi fedeli a vivere questo messaggio di conversione permanente a Dio, il quale deve essere sempre presente nella comunità e deve rimanere l’unico e solo Essere, al quale ci gloriamo di servire e di rendere l’omaggio della nostra filiale adorazione: “Adora il Signore Dio tuo e a Lui solo rendi culto” (Mt 4,10).

Amen!

 

© Copyright 1981 - Libreria Editrice Vaticana

 

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