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SANTA MESSA A CONCLUSIONE DELLA
SETTIMANA PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Lunedì, 25 gennaio 1982

 

“Io sono Gesù il Nazareno che tu perseguiti”.

Carissimi fratelli e sorelle!

1. In questa solennità della “Conversione di san Paolo”, che ci riunisce oggi proprio nella Basilica, sorta per ricordare la testimonianza di sangue data dal grande Apostolo a Cristo Gesù, da cui era stato “conquistato” (cf. Fil 3,12), desidero anzitutto rivolgere il mio affettuoso saluto a tutti i presenti: i Rappresentanti della Curia Romana e del Vicariato di Roma; i Monaci dell’Abbazia di san Paolo, del Collegio Internazionale di sant’Anselmo e delle altre comunità monastiche dell’Urbe; i fedeli del nuovo territorio affidato alla cura pastorale dell’Abate “nullius” di san Paolo e della parrocchia di san Paolo; i gruppi di impegno ecumenico e i fedeli tutti della mia diletta diocesi di Roma; e con un affetto speciale i rappresentanti a Roma delle Chiese e Comunità ecclesiali non cattoliche.

Celebriamo oggi l’apparizione di Gesù Risorto a Saulo di Tarso, apparizione che è stata rivelazione del mistero della Chiesa, e che portò Saulo alla conversione, e gli conferì una missione d’importanza unica per il futuro della Chiesa.

“Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti” (At 22,8). Saulo, come sappiamo, stava andando a Damasco, pieno di zelo per la Legge di Dio, con la missione di perseguitare coloro che seguivano la via di Gesù. In un attimo di accecante rivelazione – la rivelazione fu letteralmente accecante – incontrò il Signore Risorto e udì la sua voce: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Con umiltà domandò: “Chi sei, o Signore?” (At 9,4s), e nella risposta del Signore capì il mistero della piena unità di Cristo con le sue membra: “Io sono Gesù, che tu perseguiti”; un insegnamento, questo, che Paolo avrebbe poi predicato ogni volta che proclamava la Chiesa come il Corpo di Cristo, e quando diceva ai cristiani: “Quanti di voi siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo... poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,26s).

A tale rivelazione il persecutore rispose con fede. Al suo arrivo a Damasco fu ricevuto e battezzato da Anania; “e improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame” (At 9,18) ed il recupero della vista fu simbolo della nuova visione spirituale, che egli aveva acquisito. Il persecutore divenne Apostolo. Quella rivelazione bastò per convertire Paolo al servizio perseverante del suo Signore e alla proclamazione fedele che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio (cf. At 9,20-22). Allorché i primi cristiani sentirono parlare della conversione di Saulo glorificarono Dio: “Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere” (Gal 1,23).

2. Noi pure, fratelli e sorelle, riuniti questa sera in questa Basilica, dedicata all’Apostolo delle genti, dobbiamo glorificare Dio, la cui grazia ha trionfato in quest’uomo in maniera incomparabile, a benedizione per la Chiesa attraverso i secoli.

“Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto... Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana” (1Cor 15,8-10).

Non dobbiamo però dimenticare quanto ciò sia costato a Paolo. La sua non fu una vocazione facile; dapprima molti cristiani ebbero paura di lui e non credettero che fosse un vero discepolo (cf. At 9,26); in seguito, Paolo dovette vantarsi delle sofferenze sopportate e delle debolezze sperimentate, poiché fu attraverso quelle che si manifestò la gloriosa potenza di Dio (cf. 2Cor 11,21; 12,10). La sua conversione sulla strada di Damasco fu immediata e radicale, ma egli dovette viverla nella fede e nella perseveranza durante i lunghi anni del suo apostolato; da quel momento la sua vita dovette essere una incessante conversione, un rinnovamento continuo: “il nostro uomo... interiore si rinnova di giorno in giorno” (cf. 2Cor 4,16). Questa perseverante e continua conversione fu effetto della suprema e gratuita grazia di Dio, che si è manifestata nella potenza del Signore risorto. Nel contemplare quindi questo miracolo della potenza del Signore risorto, il nostro primo atteggiamento dovrebbe essere di umile adorazione a Colui, al quale è dato ogni potere in cielo e in terra (cf. Mt 28,18).

3. Paolo, tuttavia, non potè sostare nella contemplazione della visione ricevuta. Il Signore gli disse: “Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare” (At 9,6), proprio come aveva detto agli Apostoli prima dell’Ascensione: “Ma voi restate in città finché non sarete rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49). Quando Dio chiama, quando Dio converte, egli dà anche una missione. La missione ricevuta da Paolo fu quella di essere “testimone davanti a tutti gli uomini” delle cose che aveva visto e udito (cf. At 22,15). Paolo ricevette così dal Cristo risorto lo stesso comando che ricevettero tutti gli Apostoli: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15).

In questa specifica missione di Paolo, però, Cristo rivelava e realizzava in modo particolare la missione della Chiesa nei confronti di tutte le nazioni, quella cioè di essere veramente universale, veramente cattolica, “testimone davanti a tutti gli uomini”. La missione di Paolo ebbe effetti incalcolabili per tutto il lavoro dell’evangelizzazione e per l’universalità della Chiesa. Papa Paolo VI, parlando in questa Basilica agli Osservatori delle altre Chiese e Comunità ecclesiali in un incontro di preghiera per l’unità, verso la fine del Concilio Vaticano II, ebbe a dire che la Chiesa vede in san Paolo “L’apostolo della sua ecumenicità” (Paolo VI, Allocutio, die 4 dec. 1965: AAS 58 [1966] 63).

Il mistero della conversione e della missione di questo grande Apostolo contiene elementi sui quali potremmo a lungo meditare. Ve ne è uno, però, in particolare, che desidero proporre alla vostra meditazione questa sera, in questa celebrazione del Sacramento dell’unità, per concludere questa Settimana di Preghiera, preghiera che abbiamo elevato in unione spirituale con i cristiani di ogni parte del mondo.

La comunione che già sperimentiamo, e la comunione piena, per cui preghiamo, sono segni della potenza del Signore risorto e dei miracoli, che la sua grazia può ancora operare. In questa potenza del Signore risorto sta la sorgente della nostra incrollabile speranza. Ed è soprattutto con una nota di speranza che voglio chiudere questa Settimana di preghiera.

4. Tale speranza deve esprimersi in una certa audacia specialmente nella preghiera della Chiesa di Roma e del suo Vescovo, come di tutti coloro che sono incaricati di aiutarmi nel mio ministero per la Chiesa universale e la sua unità. Questa Chiesa “fondata e stabilita dai due gloriosissimi apostoli, Pietro e Paolo” (S. Ireneo, Adversus Haereses, III, 3, 2: PG 7, 848), deve garantire che la fedeltà del suo servizio per l’unità va di pari passo con l’intensità e la fiducia della sua preghiera per l’unità. Deve essere l’eco umile e sincera della preghiera del suo Signore “perché tutti siano una sola cosa.

Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola...” (Gv 17,21).

Associandoci così a questa preghiera di Cristo, ci associamo anche a tanti cristiani, che in tutto il mondo, nonostante le divisioni, si uniscono con Cristo per chiedere la grande grazia di quella unità, da lui così ardentemente desiderata, e che solo la sua potenza può realizzare.

Questa Settimana di preghiera, grazie a Dio, è divenuta per molti cristiani una realtà acquisita, un’occasione in cui, benché divisi, insieme si inginocchiano davanti al Padre comune per chiedere, per mezzo dell’unico Cristo e nell’unico Spirito, il dono dell’unità. Il fatto che i cristiani preghino insieme in questo modo è già in se stesso una grazia e una garanzia delle grazie future, segno di speranza certa.

Sono già 75 anni da quando questa pratica venne introdotta dal fondatore dei Francescani dell’“Atonement”, con l’incoraggiamento del Papa. Sotto l’influsso poi di uomini dediti alla causa dell’ecumenismo, come l’Abbé Couturier, la Settimana di Preghiera ebbe un grande sviluppo e, più recentemente, per la collaborazione fra il Segretariato per l’Unione dei Cristiani ed il Consiglio Ecumenico delle Chiese, ha assunto l’attuale forma universale. Questo sviluppo è di per sé un indizio dell’incremento generale della comune ricerca dell’unità, la quale deve essere sempre accompagnata e sostenuta dalla preghiera.

5. È certamente significativo che il Vescovo di Roma concluda questa Settimana di Preghiera in questa Basilica che, con l’adiacente monastero, è un centro di intensa preghiera e di varie iniziative di carattere ecumenico. Proprio qui, 23 anni fa, Papa Giovanni XXIII annunciò ai Cardinali il suo progetto di convocare un Concilio ecumenico; Concilio che voleva essere anche un “rinnovato invito ai fedeli delle Comunità separate a seguirci anch’esse amabilmente in questa ricerca di unità e di grazia, a cui tante anime anelano da tutti i punti della terra” (AAS 51 [1959] 69). Proprio qui, quasi 7 anni dopo, Papa Paolo VI, i Padri Conciliari e gli Osservatori si riunirono per pregare per l’unità, qualche giorno prima della chiusura dello stesso Concilio Vaticano II; e rivolgendosi agli Osservatori, il Papa disse: “Abbiamo di nuovo incominciato ad amarci” (Paolo VI, Allocutio, die 4 dec. 1965: AAS 58 [1966] 62). Proprio qui, qualche mese dopo, lo stesso grande Pontefice abbracciò l’Arcivescovo Ramsey di Canterbury e con lui pregò, in quella storica occasione del primo incontro ufficiale tra il Vescovo di Roma ed il Presidente della Comunione Anglicana. Il ricordo di quell’avvenimento è per me particolarmente commovente oggi, mentre sto preparando la mia prossima visita in Gran Bretagna per confermare i fratelli nell’Episcopato e i figli e le figlie delle diocesi cattoliche di quella terra; visita che avrà anche conseguenze ecumeniche per il previsto incontro con l’Arcivescovo di Canterbury, Dr. Runcie. Per questo chiedo la benedizione di Dio, in modo speciale in questo momento in cui, dopo undici anni di lavoro, la Commissione Mista Internazionale del Dialogo tra la Chiesa Cattolica e la Comunione Anglicana ha sottoposto alle rispettive Autorità un importante Rapporto.

Se vogliamo avere una parte preminente nella preghiera per l’unità, dobbiamo essere disposti ad assumere anche una parte preminente nel lavoro. Come per san Paolo, e con la sua stessa speranza nella potenza di Dio, anche per noi la conversione deve essere perseverante. Attraverso la nostra conversione e il rinnovamento, individuale e collettivo, già serviamo la causa dell’ecumenismo (cf. Unitatis Redintegratio, 6-7). Vorrei però aggiungere che, a sua volta, il nostro lavoro per l’unità favorisce tale rinnovamento; infatti, quando ci impegniamo in un vero dialogo con i nostri fratelli in una comune fedeltà al Vangelo, gli uni e gli altri ci specchiamo in esso spronandoci a vicenda ad una sempre maggiore fedeltà. Che tutti possiamo mettere in pratica le parole di san Paolo: “Confortatevi a vicenda edificandovi gli uni gli altri” (1Ts 5,11).

6. Sull’esempio di san Paolo, inoltre, dobbiamo anche noi dedicarci alla missione della Chiesa, che è quella di annunciare il Vangelo a tutte le creature, ciascuno secondo la propria vocazione.

Annunciare il Vangelo è un obbligo, che deriva già dalla realtà del battesimo. L’unico battesimo quindi obbliga tutti i cristiani a collaborare, per quanto possibile, nel compimento di tale dovere, ed in particolare nella testimonianza comune che Gesù è il Figlio di Dio (cf. At 9,20). Dio, autore della Verità, vorrà certamente guardare a questi sforzi e, come il nostro impegno nel dare tale testimonianza è di sprone all’ecumenismo, così l’ecumenismo a sua volta renderà più efficace la stessa testimonianza perché il mondo creda che Gesù di Nazaret è l’Inviato del Padre (cf. Gv 17,21).

Cari fratelli e sorelle in Cristo, questi sono gli insegnamenti che provengono dalla solennità che celebriamo oggi in questa Basilica e dalla preghiera universale di questa settimana che ha avuto come tema l’invocazione: “Che tutti trovino la loro dimora in te, o Signore”. Mediante l’intercessione potente del grande apostolo Paolo, miracolo della grazia del Signore risorto sull’umana debolezza, abbiamo una speranza, anzi una certezza: Dio ci concederà di essere fedeli al nostro servizio alla Chiesa universale e alla sua unità e vorrà benedire e portare a compimento il lavoro, che Egli stesso ha iniziato in noi. “Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” (Fil 1,6) per mezzo del quale, nell’unico Spirito, giunga al Padre tutta la gloria, ora e sempre.

Amen.

 

© Copyright 1982 - Libreria Editrice Vaticana

 

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