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SANTA MESSA CONCELEBRATA "PRO PACE ET
IUSTITIA SERVANDA"
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Basilica di San Pietro, 22 maggio 1982
Venerati fratelli, diletti figli.
1. La Concelebrazione Eucaristica, che ci vede oggi riuniti intorno all’altare
di Cristo, ha per scopo principale l’invocazione della pace tra i due Paesi
che attualmente la ben nota controversia nell’Atlantico australe divide ed
oppone, con dolorose conseguenze nel presente ed anche più gravi prospettive
per il futuro, se una pacifica soluzione non dovesse celermente trovarsi.
Ammaestrati dalla parola ispirata del Salmista, secondo cui “se il Signore non
costruisce la casa, / invano vi faticano i costruttori” (Sal 126 [127],1),
noi, mentre auspichiamo che siano rinnovati gli sforzi per trovare mediante la
trattativa una onorevole composizione della contesa, ci raccogliamo in preghiera
sotto gli occhi di Dio, per implorare da lui il dono del bene preziosissimo
della pace, presupposto insostituibile di ogni autentico progresso umano.
2. Non ci nascondiamo gli ostacoli che, in questo momento, si frappongono al
conseguimento di una meta tanto essenziale al bene ed ai veri interessi dei due
popoli, e tuttavia con ferma fiducia riaffermiamo la nostra convinzione: la pace
è doverosa, la pace è possibile.
È doverosa la pace, perché ogni abitante della terra, qualunque sia il Paese
da cui ha tratto i natali, o la lingua nella quale ha imparato ad esprimere
pensieri e sentimenti, o il “credo” politico e religioso a cui ispira la
propria vita, sempre appartiene a quell’unica famiglia del “genere umano”
che già l’antico saggio pagano considerava come una “infinita societas”
– una società senza confini – “quam conciliavit ipsa natura” (cf. M. T.
Cicerone, De amic., 5).
Come potrà non essere di ciò convinto il credente, il quale riconosce in ogni
suo simile l’immagine di Colui “che da uno solo ha creato tutte le nazioni
degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra” (At 17,26)? E
se la ribellione degli inizi ha introdotto tra gli uomini le lacrimevoli
divisioni e le lotte cruente, di cui è intessuta la storia, il credente sa
ancora che il Figlio stesso di Dio s’è mosso dagli abissi della sua eternità
per “ricomporre l’unità della famiglia umana disgregata dal peccato” e
per formare un popolo nuovo “radunato nel vincolo d’amore della Trinità”
(cf. Praef. VIII in Domin. Ord.).
Per questo, quando ormai si accingeva a dare inizio alla sua Passione, il
Signore Gesù potè elevare al Padre la commovente preghiera: che “tutti siano
una cosa sola, come io e tu siamo una cosa sola” (cf. Gv 17,21), suggerendo in
tal modo una certa similitudine tra l’unione delle Persone divine e l’unione
degli esseri umani nella verità e nella carità. Per questo, in tale
circostanza, egli potè altresì promettere: “Vi lascio la pace, vi do la mia
pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi”.
La pace è un dono di Cristo che per noi cristiani diventa un impegno.
3. È doverosa, dunque, la pace – ed è anche possibile. Non induce forse a
ritenerla tale quella dote peculiare dell’uomo, grazie alla quale egli è
posto al di sopra di tutte le creature irrazionali, meritando l’appellativo di
“re del creato”? Tale dote è la ragionevolezza, la capacità cioè di
discernere il bene dal male; di riconoscere i propri diritti, ma insieme, anche
quelli degli altri, e quindi i propri doveri nei riguardi di questi; di
orientare la propria vita verso i giusti traguardi, correggendo all’evenienza
gli errori nei quali fosse capitato di incorrere.
Il ricorso alla ragione fa dell’uomo un essere civile, che non è ridotto a
poter risolvere le divergenze con i propri simili solo con l’uso della forza,
ma che è in grado di ricercarne, e di ritrovarne la soluzione mediante il
dialogo, il confronto, la trattativa.
In questa linea di pensiero si poneva il grande Agostino quando, scrivendo ad un
magistrato romano, osservava essere titolo di gloria più alto “ipsa bella
verbo occidere, quam homines ferro” (S. Agostino, Ep. 229, ad Darium):
“uccidere la guerra con la parola della trattativa, anziché uccidere gli
uomini con la spada”, ecco l’impegno che l’uomo deve fare proprio, con
indomito coraggio, con tenace speranza, con generosa volontà.
Certo, si tratta di possibilità non sempre facile: in non pochi casi anzi, come
appunto quello presente, le difficoltà possono essere di tale genere da
apparire quasi, praticamente, non sormontabili. Ma insormontabili mai sono, se
le Parti sanno dare, entrambe, prova di vicendevole comprensione dei propri ed
altrui diritti e interessi vitali, ivi compreso l’onore nazionale
legittimamente inteso; se sanno dare prova, cioè, di una visione più ampia,
che abbracci anche il bene di altri popoli e dell’umanità; di lungimiranza
nel considerare le conseguenze del proprio operato; di magnanima buona volontà,
che nulla toglie al doveroso senso di responsabilità verso il proprio Paese e i
propri Concittadini. Richieste esigenti, ma necessarie: perché veramente “umane”
ed essenziali per il bene dell’umanità.
Come, infatti, non indietreggiare atterriti di fronte alle prospettive di
distruzione e di morte, che riserva oggi ogni guerra, anche se condotta con le
armi cosiddette convenzionali, alle quali tuttavia la tecnologia moderna ha
conferito micidiali possibilità di devastazione e di sterminio? Ogni persona
responsabile deve riflettere seriamente su tali prospettive, di fronte alle
quali già il mio predecessore di venerabile memoria Pio XII usciva nell’accorato
ammonimento: “Con la pace nulla è perduto, tutto può esserlo con la guerra”.
4. Su tali pensieri deve ritornare soprattutto il cristiano, che ha aperto il
proprio cuore al messaggio di Colui che il profeta Isaia salutava come il “principe
della pace” (Is 9,5). Non si aspettava forse questo l’apostolo Paolo dalla
comunità cristiana primitiva? Abbiamo ascoltato poco fa l’esortazione che
egli rivolgeva ai cristiani del suo tempo e, in loro, a quelli di ogni epoca:
“Esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e
ringraziamenti: e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i
vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Fil 4,6-7).
Abbiamo, del resto, ben presenti alla mente le riflessioni del medesimo Apostolo
sull’opera pacificatrice di Cristo, il quale venne nel mondo per “fare dei
due un popolo solo, abbattendo il muro della separazione che era frammezzo,
cioè l’inimicizia”, e in tal modo diventando “la nostra pace”, così
che ormai “per mezzo di lui possiamo presentarci gli uni e gli altri al Padre
in un solo Spirito” (cf. Ef 2,14.18).
Ecco, fratelli e figli carissimi: mai come durante la celebrazione dell’Eucaristia
noi sperimentiamo la verità di queste parole. Nel mistero di Cristo, che per
noi rinnova la sua Pasqua di morte e di risurrezione, noi “possiamo
presentarci gli uni e gli altri al Padre in un solo Spirito”.
Abbiamo patrie umane diverse, tradizioni culturali diverse, mentalità ed
interessi diversi: eppure ci sentiamo membri di un’unica famiglia
soprannaturale, la famiglia dei figli di Dio, che il Sangue di Cristo ha redento
ed affratellato. E sentiamo di poter convivere serenamente fra noi, senza dover
per questo rinunciare alle peculiarità connesse con la nostra personale e
nazionale storia, ma tali peculiarità riuscendo anzi a confrontare fra loro,
nel tentativo di costruire una superiore sintesi, che significhi maggiore
ricchezza di umanità per tutti.
Di questa esperienza tipicamente cristiana io vi chiedo, venerabili fratelli e
figli carissimi, di farvi testimoni e portavoce. Proclamate davanti a tutti con
la parola e con l’esempio che è possibile, pur rispettando le giuste esigenze
del patriottismo, salvaguardare quella superiore unità di pensieri, di intenti,
di realizzazioni, che ha le sue radici nella comune natura umana ed il suo
coronamento nella vocazione alla medesima figliolanza divina.
Voglia Iddio che questo messaggio di umana e cristiana sapienza raggiunga le
menti ed i cuori di tutti, nell’Argentina come nella Gran Bretagna. Che la
reciproca buona volontà dei responsabili, tesa alla ricerca del vero bene dei
due popoli, possa condurre al superamento delle attuali tensioni ed all’avverarsi
dell’auspicio ispirato: “giustizia e pace si baceranno” (Sal 84 [85],11).
Noi per questo preghiamo con tutto l’ardore dell’animo, affidando la nostra
supplica all’intercessione di Colei per la quale gli uomini di ogni razza e di
ogni lingua non hanno che un nome, quello di figli.
Regina della pace, prega per noi.
© Copyright 1982
- Libreria Editrice Vaticana
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