 |
PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA
MESSA DELLA SANTA CROCE NELLA
CATTEDRALE DI VARSAVIA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Varsavia (Polonia), 16 giugno 1983
1. Per noi Cristo si fece “obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni
altro nome (Fil 2, 8-9).
Rileggiamo queste parole nel solenne momento dell’odierna liturgia, prima del
Vangelo, unendole al canto dell’alleluia. Queste parole, nel vigoroso riassunto
di Paolo, traducono ciò che costituisce il mistero della Redenzione compiuta da
Cristo. Lo costituiscono l’“umiliazione” del Figlio di Dio mediante la morte di
Croce e l’“esaltazione”, mediante la Risurrezione. Lo costituiscono l’obbedienza
al Padre fino alla morte e il reciproco dono del Padre elargito a nome di Cristo
all’uomo e all’intera creazione. La Redenzione è una nuova creazione. La
creazione è stata il primo e il fondamentale dono, elargito da Dio al mondo e
all’uomo. La Redenzione vince la disobbedienza dell’uomo nei riguardi del
Creatore, cioè il peccato: questo peccato Cristo lo assume su di sé sulla Croce,
per aprire con la sua obbedienza fino alla morte la nuova ed eterna alleanza di
Dio con l’uomo: la nuova gamma di doni elargiti nello Spirito Santo, la nuova
Vita.
La Chiesa è emersa dal mistero della Redenzione e di esso quotidianamente
vive. In questo mistero trova la sua più profonda ragion d’essere. Questo
mistero annunzia e predica nel Vangelo. Questo mistero celebra nei Sacramenti e
soprattutto nell’Eucaristia.
Il 25 marzo 1983 ha avuto inizio l’Anno della Redenzione, come Giubileo
straordinario della Chiesa. Desideriamo far risaltare in questo modo - come
nell’anno 1933 - un particolare anniversario della Redenzione: allora il 1900°
e, ora, il 1950°.
2. La Chiesa celebra questo Giubileo straordinario dell’Anno della
Redenzione, contemporaneamente a Roma e in tutto il mondo. Desidero dunque,
mediante questo mio presente pellegrinaggio, celebrare l’Anno Santo della
Redenzione insieme con la Chiesa in Polonia. Tutte le funzioni liturgiche da me
compiute nell’ambito di questo pellegrinaggio offrono ai partecipanti la
possibilità di attingere dal doni soprannaturali del Giubileo: il perdono dei
peccati e la remissione delle pene temporali, naturalmente alle solite note
condizioni.
Cristo si fece per noi obbediente fino alla morte, perché noi avessimo la
Vita e l’avessimo in abbondanza (cf. Gv 10, 10). Desidero che il mio
servizio pastorale nella terra natale contribuisca a quella “abbondanza di vita”
che tutti gli uomini ricevono dal Padre in Gesù Cristo, crocifisso e risorto.
Che esso contribuisca a quella abbondanza di vita, che tutti gli uomini hanno in
Cristo per opera dello Spirito Santo. Infatti nel suo operare invisibile -
l’operare santificante - si prolunga, sino alla fine del mondo, il salvifico
“andar via” di Cristo mediante la morte e la Risurrezione.
3. Il Vangelo odierno dà una testimonianza di quell’“andare via”. Udiamo Gesù
che grida a gran voce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc
15, 34), esprimendo la profondità insondabile della sua sofferenza salvifica.
Siamo testimoni di come egli “spirò” (cf. Mc 15, 37) sulla Croce. Udiamo
infine, passato il sabato, ciò che hanno udito le donne venute al sepolcro: “Voi
cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove
l’avevano deposto (Mc 16, 6).
Mediante le parole del Vangelo siamo in intimità con il centro stesso degli
eventi, per mezzo dei quali si compì la Redenzione del mondo. Questi eventi sono
passati alla storia, ci dividono da essi 1950 anni. Ma la Redenzione del mondo
continua inesaurita e sempre di nuovo aperta all’uomo, ad ogni uomo. In modo
particolare a colui che soffre (e forse soffre di più, quando non riesce a
percepire sino in fondo il senso della propria sofferenza e, ancora di più, il
senso della sua stessa esistenza).
Lasciamoci avvolgere dal mistero della Redenzione! Come quel centurione sono
la Croce, che al momento della morte di Cristo confessa: “Veramente quest’uomo
era Figlio di Dio” (Mc 15, 39).
Lasciamoci avvolgere dal mistero della Redenzione. Tutti stiamo sotto la
Croce. L’umanità intera sta continuamente sotto la Croce. La nostra Nazione sta
da mille anni sotto la Croce. Lasciamoci avvolgere dal mistero della Redenzione:
dal mistero del Figlio di Dio. In esso si svela anche sino in fondo ciò che a
volte è tanto difficile risolvere, il mistero dell’uomo. E si manifesta,
attraverso tutte le sue sofferenze e le umiliazioni, la vocazione suprema di
lui: dell’uomo.
Insieme con tutti i miei connazionali - specialmente con coloro che in modo
più doloroso assaporano l’amarezza della delusione, dell’umiliazione, della
sofferenza, della privazione della libertà, del torto, della dignità calpestata
dell’uomo - io sto sotto la Croce di Cristo, per celebrare in terra polacca il
Giubileo straordinario dell’Anno della Redenzione. Sto qui e so che, come una
volta sul Calvario, ai piedi di questa Croce sta la Madre di Cristo.
4. La prima tappa del mio pellegrinaggio a Jasna Gora, in occasione del 600°
anniversario della effigie della Madre di Cristo, conduce alla Cattedrale di
Varsavia, alla tomba del grande Primate del millennio, del Cardinale Stefano
Wyszynski.
Non son potuto venire a Varsavia per il suo funerale, il 31 maggio del 1981,
a causa dell’attentato compiuto alla mia vita nel giorno 13 maggio, che causò
alcuni mesi di ricovero all’ospedale.
Oggi, invece, essendomi dato di venire in Patria, indirizzo i miei primi
passi verso la sua tomba. E mi presento all’altare della cattedrale di San
Giovanni a celebrare la prima Santa Messa in terra polacca per lui. La celebro
per l’anima del defunto Cardinale Stefano, ma unisco questo Santissimo
Sacrificio con un profondo ringraziamento. Rendo grazie alla Divina Provvidenza
perché nel difficile periodo della nostra storia, dopo la seconda guerra
mondiale, a cavallo del primo e del secondo millennio, ci diede questo Primate,
quest’uomo di Dio, questo innamorato della Madre di Dio, di Jasna Gora, questo
intrepido Servo della Chiesa e della Patria.
L’odierna liturgia evoca nella prima lettura l’immagine del Servo, nel quale
tutti riconosciamo la profetica figura di Cristo. Il defunto Cardinale fissava
lo sguardo in Cristo come Servo della nostra Redenzione. Con profonda emozione
compiva in questa cattedrale la liturgia della lavanda dei piedi il Giovedì
Santo, avendo nella memoria queste parole del Maestro: non sono venuto per
essere servito, ma per servire (cf. Mt 20, 28; Mc 10, 45).
E quando non poteva compiere questo ministero del Vescovo, scriveva con
dolore: “. . . già per la terza volta vivo il mio terribile Giovedì Santo . . .
Non ti dono ai miei discepoli . . . La mia cattedrale di Primate oggi è senza il
Vescovo, che lo Spirito Santo ha voluto per la Chiesa . . . Tutta la mia
Settimana Santa è un Orto degli Ulivi, ancora una volta . . .”. Queste parole
troviamo negli “Appunti dalla prigione” del Cardinale Stefano Wyszynski in data
29 marzo 1956.
5. Oggi desidero, insieme con voi, cari fratelli e sorelle, insieme con il
successore nella Sede primaziale, con i Vescovi, i sacerdoti, le famiglie
religiose maschili e femminili, l’intero Popolo di Dio della capitale e della
Polonia, ringraziare per questo servizio provvidenziale, offerto per molti anni
dal Cardinale Stefano Wyszynski, Primate della Polonia. Servì l’uomo e la
Nazione. Servì la Chiesa e il mondo, servendo Cristo mediante Maria. Nel suo
servizio e nel suo ministero prese per modello colei che - al momento della
suprema elezione divina - si chiamò serva del Signore (cf. Lc 1, 38). Di
questo servizio e di questo ministero il compianto Primate fece la forza
principale del suo compito pastorale. Lo rese forte il servizio, il servizio
consapevole della missione affidatagli dal Principe dei Pastori. Lo rese forte
il servizio, e con questo suo servizio come Primate rese forte la Chiesa e la
Nazione in mezzo alle prove e alle esperienze della storia.
Oggi, insieme con voi, presso la sua tomba, nel cuore di Varsavia, rendo
grazie alla Santissima Trinità per questo grande servizio, reso come Primate dal
Cardinale Stefano Wyszynski, chiedendo che i frutti di esso continuino a
perdurare nei cuori degli uomini in tutta la Patria.
Egli era forte della sua fede in Dio, che è il Signore della creazione e il
Signore della storia per mezzo di Gesù Cristo, crocifisso e risorto. Ancora oggi
sembra rivolgersi a noi con le parole del Salmista: “La destra del Signore si è
alzata, la destra del Signore ha fatto meraviglie. Non morirò, resterò in vita e
annunzierò le opere del Signore” (Sal 118, 16-17).
Egli era forte della sua fede in Cristo, quella pietra angolare della
salvezza dell’uomo, dell’umanità, della Nazione. Fece di tutto perché questa
pietra angolare non venisse respinta dagli uomini della nostra epoca, ma
piuttosto si riconsolidasse nelle fondamenta della costruzione spirituale delle
generazioni contemporanee e future. Come l’apostolo Paolo, anche il defunto
Primate predicò Cristo crocifisso, il quale è potenza di Dio e sapienza di Dio (cf.
1 Cor 1, 23-24), in mezzo al mondo, che cerca in ogni epoca altre potenze
e altre sapienze.
Egli ci ha lasciato nei suoi “Appunti” la seguente preghiera: “. . . tutte le
tue strade sono giustizia e verità! Il dolore si trasforma in amore
riconoscente. La punizione cessa di essere una ritorsione, perché è una
medicina, offerta con paterna delicatezza. La tristezza, che fa tremare l’animo,
è l’aratura del campo prima della nuova semina. La solitudine è un guardarti più
da vicino. L’umana rabbia è scuola di silenzio e di umiltà. Il distacco dal
lavoro è impegno maggiore e offerta del cuore. La cella della prigione è segno
del fatto che non abbiamo qui una dimora stabile . . . Affinché nessuno pensi
male di te, Padre, perché nessuno osi rimproverarti di eccessiva severità:
perché sei buono, perché la tua misericordia è per i secoli dei secoli” (18
gennaio 1954).
6. Ringraziamo oggi la Santissima Trinità per questa eredità evangelica,
pasquale del Cardinale Stefano Wyszynski, il quale stava sempre sotto la Croce
di Cristo, insieme a Maria. “Tutto ho posto nelle mani di Maria”. Nei riguardi
di lei si sentiva come l’apostolo Giovanni, come un figlio adottivo, e come
l’innamorato della Genitrice di Dio, “schiavo d’amore”. In questa donazione
senza riserve trovava la propria libertà spirituale: sì, era un uomo libero, e
insegnava a noi, suoi connazionali, la vera libertà. Era un instancabile araldo
della dignità d’ogni uomo e del buon nome della Polonia tra le Nazioni d’Europa
e del mondo.
Si potrebbero riferire a lui le parole del poeta: “Mi prostro umilmente in
ginocchio / per rialzarmi come operaio forte di Dio. / Quando mi alzerò, la mia
voce sarà la voce del Signore . . . / Il mio grido sarà il grido di tutta la
Patria (Juliusz Slowacki, Così Dio mi aiuti).
La Provvidenza Divina gli ha risparmiato i dolorosi avvenimenti, che si
collegano con la data del 13 dicembre 1981. È andato al Padre nella solennità
dell’Ascensione del Signore, e i suoi funerali si sono svolti nella festività
della Visitazione di Maria Santissima. Quasi che la Signora di Jasna Gora
volesse imprimere l’ultimo sigillo terreno sulla vita di questo Primate, il
quale, insieme con l’Episcopato della Polonia, la invitò a visitare tutte le
diocesi e parrocchie della nostra Patria.
Rendendo grazie alla Santissima Trinità per il grande servizio del Primate
del millennio, preghiamo il Re dei secoli perché nulla distrugga di questo
profondo fondamento, che gli fu dato di stabilire nell’animo del Popolo di Dio
nell’intera terra polacca.
© Copyright 1983 - Libreria Editrice
Vaticana
|