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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA

SOLENNE CONCELEBRAZIONE IN ONORE DELLA MADONNA DELLA GRAZIA
NELLO STADIO «X ANNO»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Varsavia (Polonia), 17 giugno 1983

 

Sia lodato Gesù Cristo!

1. Con questo saluto cristiano mi rivolgo a tutti gli abitanti di Varsavia, capitale della Polonia, riuniti in questa assemblea liturgica, e a tutti gli ospiti, che sono giunti qui da fuori Varsavia, dell’arcidiocesi di Varsavia, e in particolare, saluto il Cardinale Primate di Polonia nella sua qualità di Metropolita di Varsavia, tutti i Cardinali ospiti, Arcivescovi e Vescovi, in particolar modo quelli che concelebrano con me questa Santa Messa.

Saluto il Capitolo metropolitano e tutto il clero di Varsavia e dell’arcidiocesi, i vicini e gli ospiti giunti dalle altre parti della Polonia. Saluto gli Ordini religiosi maschili e femminili, i Seminari ecclesiastici e gli Atenei cattolici qui rappresentati.

Saluto voi tutti, fratelli e sorelle! Miei conterranei!

2. Ho lodato Gesù Cristo con l’antico saluto polacco, e voi tutti avete risposto “nei secoli dei secoli”. Cristo è infatti “lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8). Cristo è “il Signore del secolo futuro”, come attesta la prima lettura dell’odierna liturgia tratta dal Libro dell’Apocalisse. È lui, Cristo crocifisso e risorto, colui che diede inizio alla “vita eterna” già nella storia del cosmo e nella storia dell’umanità. È lui, come Redentore del mondo, a preparare ormai “un nuovo cielo e una nuova terra” (Ap 21, 1). È per opera sua che Giovanni, l’autore dell’Apocalisse, vede “la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa . . . per il suo sposo” (Ap 21, 2). È per opera sua, di Cristo, che Giovanni, l’autore dell’Apocalisse, sente una voce potente che dice: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo, ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dal loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno . . . (Ap 21, 3-4).

È lui, Cristo crocifisso e risorto, a far sì che quando le prime cose passeranno (cf. Ap 21, 3-4) si compiranno insieme le parole del Libro: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5).

Quando ho lodato il nome di Gesù Cristo avete risposto “nei secoli dei secoli”, raggiungendo con questa risposta non solo l’intero futuro, che è ancora davanti a noi, il futuro del mondo temporale che passa, ma anche tutta quella dimensione del “secolo futuro” al quale Dio stesso, per opera di Cristo, conduce nello Spirito Santo il mondo e l’umanità.

3. Cristo, “Padre del secolo futuro”, è al tempo stesso “ieri e oggi”. Quando sono stato in Polonia nel primo anno del mio servizio nella Sede romana di san Pietro, ho detto a Varsavia, in piazza della Vittoria, che è difficile capire la storia della nostra Patria, il nostro storico “ieri” e anche l’“oggi”, senza Cristo.

Dopo quattro anni ritorno nuovamente come pellegrino a Jasna Gora, per partecipare al Giubileo nazionale di questa beata Effigie, nella quale da sei secoli la Madre di Cristo dimora in mezzo al nostro popolo. Il Vangelo dell’odierna liturgia - lo stesso che viene letto a Jasna Gora - paragona questa dimora di Maria tra noi alla sua presenza a Cana di Galilea. Insieme a lei andarono là Gesù e i suoi discepoli.

Se diciamo che non è possibile comprendere il nostro storico “ieri, e anche l’“oggi” senza Cristo, allora il Giubileo di Jasna Gora mette in rilievo che questa presenza di Cristo nella nostra storia è - come a Cana di Galilea - mirabilmente unita alla presenza della sua Madre. A questa presenza, a noi cara, la Chiesa in Polonia rende proprio testimonianza mediante il Giubileo di Jasna Gora, dello scorso anno, prolungato per l’anno corrente. A questa stessa presenza materna desidero anch’io rendere testimonianza insieme a voi, e perciò vengo in Patria, ringraziando dell’invito tutte le componenti della società.

Insieme con voi, cari fratelli e sorelle, voglio proclamare, all’inizio di questo mio pellegrinaggio, che, grazie alla particolare presenza di Maria nella storia della nostra Nazione, Cristo stesso, nella sua divinità e insieme nella sua umanità, ci e maggiormente vicino. Cerchiamo di comprendere la Croce e la Risurrezione, cerchiamo di comprendere il mistero della Redenzione, attraverso il cuore di sua Madre. Cerchiamo l’accesso a Cristo, come quella gente a Cana di Galilea, per Maria. La caratteristica cristocentrica del nostro cristianesimo si è unita profondamente alla caratteristica mariana, materna. Lo dico a Varsavia, la capitale della Polonia, la cui Patrona è, da gran tempo, la Madonna delle Grazie.

4. E lo dico insieme in un preciso momento storico. Nell’anno 1983, sull’ampio sfondo del nostro millennio polacco e insieme del 600° di Jasna Gora, risalta con un luminoso riflesso la storica data di trecento anni fa: il soccorso a Vienna, la vittoria viennese! Questo è l’anniversario che unisce noi tutti, polacchi, e anche i nostri vicini del sud e dell’ovest, i più vicini e i più lontani. Come trecento anni fa ci unì la comune minaccia, così, dopo trecento anni, ci unisce l’anniversario del combattimento e della vittoria.

Questo combattimento e questa vittoria non scavarono un abisso tra la Nazione polacca e quella turca. Al contrario, destarono rispetto e apprezzamento. Sappiamo che, quando la Polonia, alla fine del XVIII secolo, sparì dalla carta politica d’Europa, il governo turco non riconobbe mai il fatto della spartizione. Alla corte ottomana - come dice la tradizione -, durante i solenni ricevimenti dei rappresentanti degli altri Stati, veniva chiesto con insistenza: “È presente l’inviato di Lechistan?”. La risposta “non ancora”, fu data per lungo tempo, finché giunse l’anno 1918 e il rappresentante della Polonia indipendente andò di nuovo nella capitale della Turchia. Ho avuto la possibilità di constatarlo durante il mio soggiorno nella capitale della Turchia, dove ho visitato il Patriarcato di Costantinopoli.

C’era bisogno di ricordare questo caratteristico particolare per apprezzare pienamente il valore del soccorso a Vienna nel 1683 e la vittoria del re Giovanni III Sobieski.

5. Il Re avvisò della vittoria la Sede Apostolica con le significative parole: “Venimus, vidimus, Deus vicit”: sono giunto, ho visto, Dio ha vinto. Queste parole del sovrano cristiano si imprimono profondamente sia nel millennio del nostro Battesimo, sia nel Giubileo di Jasna Gora di quest’anno. Giovanni III, durante la sua campagna viennese, fece pellegrinaggi a Jasna Gora e agli altri santuari mariani.

Le parole del re hanno impresso nel nostro “ieri” storico la verità evangelica sulla vittoria, della quale parla anche la seconda lettura dell’odierna liturgia. L’uomo è chiamato a riportare la vittoria in Gesù Cristo. È questa la vittoria sul peccato, sull’“uomo vecchio”, che è radicato profondamente in ognuno di noi. “. . . Per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori . . . per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5, 19). San Paolo parla di Adamo e di Cristo.

“Deus vicit” (Dio ha vinto): con la potenza di Dio, che per opera di Gesù Cristo agisce in noi mediante lo Spirito Santo, l’uomo è chiamato alla vittoria su se stesso. Alla vittoria su ciò che vincola la propria libera volontà e la rende sottomessa al male. Tale vittoria significa vivere nella verità, significa la rettitudine di coscienza, l’amore del prossimo, la capacità di perdonare, lo sviluppo spirituale della nostra umanità.

Ho ricevuto negli ultimi mesi molte lettere da diverse persone, tra le altre dagli internati. Queste lettere sono state spesso per me una testimonianza edificante proprio di tali vittorie interiori, delle quali si può dire: “Deus vicit”, Dio ha vinto nell’uomo. Il cristiano infatti è chiamato in Gesù Cristo alla vittoria. Tale vittoria è inseparabile dalla fatica, e perfino dalla sofferenza, così come la Risurrezione di Cristo è inseparabile dalla Croce.

“E ha vinto già oggi, benché giacesse calpestato per terra, colui che ama e perdona - disse il Cardinale Stefan Wyszynski - colui che, come Cristo, dà il suo cuore e perfino la propria vita per i suoi fratelli” (Card. Stefan Wyszynski, Omelia, 24 giugno 1966).

6. La Nazione nel corso della sua storia riporta vittorie, delle quali si allieta, come gioisce quest’anno della vittoria viennese; però subisce anche sconfitte che le provocano dolore. Queste sconfitte sono state numerose nell’arco degli ultimi secoli. Non avremmo detto tutta la verità affermando che queste siano state solamente sconfitte politiche, fino alla perdita della indipendenza. Esse sono state anche sconfitte morali: la decadenza della moralità nei tempi dei Sassoni, la perdita della sensibilità al bene comune fino a deplorevoli crimini contro la Patria. Però già la seconda metà del XVIII secolo porta decisi tentativi verso il rinnovamento sociale, culturale e politico. Basti ricordare la Commissione di educazione e soprattutto la costituzione del 3 maggio. Sullo sfondo di questi tentativi, il colpo inflitto alla Prima Repubblica da parte degli Stati che attuarono la spartizione della Polonia, fu una terribile ingiustizia della storia, la violazione dei diritti della Nazione e dell’ordine internazionale.

Come un uomo sente di dover riportare una vittoria morale se la sua vita deve avere il proprio senso, così anche una Nazione, che è una comunità di uomini. Perciò per tutto il secolo XIX ci furono instancabili tentativi, che miravano alla ricostruzione morale e a far riacquistare l’indipendenza politica, ciò che avvenne in seguito alla prima guerra mondiale. Parlo di tutto questo perché la storia della Nazione si inscrive nel nostro Giubileo patrio, di sei secoli della presenza di Maria, Regina della Polonia, a Jasna Gora. Là pure trovano la loro profonda risonanza le vittorie e le sconfitte. Di là giunge costantemente l’appello a non arrendersi alla sconfitta, ma a ricercare le vie per la vittoria. Cristo è “il Padre del secolo futuro, e il Regno di Dio oltrepassa la dimensione delle questioni temporali. Al tempo stesso però Cristo è “ieri e oggi” e qui si incontra con l’uomo di ogni generazione, qui si incontra anche con la Nazione, che è una comunità di uomini. Da questo incontro proviene quella chiamata alla vittoria nella verità, nella libertà, nella giustizia e nell’amore, della quale Giovanni XXIII ha parlato nell’enciclica Pacem in Terris.

7. Questa enciclica fu pubblicata vent’anni fa, e conteneva in sé il profondo riflesso di quegli sforzi, miranti al mantenimento della pace nel mondo contemporaneo dopo le terribili esperienze della seconda guerra mondiale. La Chiesa prende parte a questi sforzi della famiglia umana, considera ciò compito della sua missione evangelica.

Come successore di Giovanni XXIII e di Paolo VI sulla Sede romana, ho avuto molte volte occasione di pronunciarmi su questo tema. Poco dopo il mio ritorno dalla Polonia nel 1979, lo feci davanti al forum dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, a New York. Rimarrà indimenticabile per me anche il messaggio-preghiera, lanciato da Hiroshima nel febbraio del 1981.

Non posso oggi non ritornare sullo stesso tema, mentre sono a Varsavia, la capitale della Polonia, che nell’anno 1944 fu ridotta in rovine dagli invasori. Di qui dunque rinnovo il mio messaggio di pace, che da parte della Sede Apostolica giunge costantemente a tutte le Nazioni e a tutti gli Stati, specialmente a quelli sui quali grava la massima responsabilità per la causa della pace nel mondo contemporaneo.

Anche da questa città, capitale della Nazione e dello Stato che a prezzo dei più grandi sacrifici ha combattuto per la buona causa durante l’ultima guerra mondiale, voglio ricordare a tutti che il diritto della Polonia alla sovranità e anche al corretto sviluppo nel campo culturale e in quello socio-economico si appella alla coscienza di molti uomini e di molte società nel mondo. La Polonia ha mantenuto fino in fondo, anzi abbondantemente, gli impegni di alleata, che si assunse nelle terribili esperienze degli anni 1939-1945. La sorte della Polonia nell’anno 1983 non può essere indifferente alle Nazioni del mondo, specialmente dell’Europa e dell’America.

Cari miei connazionali! fratelli e sorelle! Nell’anno 1944 la capitale della Polonia venne trasformata in un cumulo di rovine. Dopo la guerra, la stessa Varsavia fu ricostruita così, come la vediamo oggi soprattutto da qui, da questo posto: antica e moderna insieme. Non è questa ancora una vittoria morale della Nazione? E tante altre città e centri sono stati ricostruiti sui territori polacchi, soprattutto quelli settentrionali e occidentali, dove mi sarà dato recarmi nell’ambito dell’attuale pellegrinaggio: cioè a Wroclaw e Gora Swietej Anny.

8. “Venimus, vidimus, Deus vicit”: le parole del re pronunciate dopo la vittoria viennese si sono impresse nel contenuto del nostro millennio, esse si sono impresse anche nel contenuto di questo Giubileo di Jasna Gora, mediante il quale esprimiamo il ringraziamento per i sei secoli della presenza particolare della Genitrice di Dio nella nostra storia.

Il desiderio della vittoria, di una nobile vittoria, di una vittoria riscattata dalla fatica e dalla croce, di una vittoria riportata perfino mediante le sconfitte, fa parte del programma cristiano della vita dell’uomo. Anche della vita della Nazione.

La mia presente visita in Patria cade in un periodo difficile. Difficile per molti uomini, difficile per l’intera società. Come sono grandi queste difficoltà! Come siano grandi queste difficoltà, voi stessi, cari connazionali, lo sapete meglio di me, anche se io pure vivo profondamente tutta l’esperienza degli ultimi anni fin dall’agosto del 1980. Essa è del resto importante per molte società dell’Europa e del mondo; dappertutto non mancano uomini che si rendono conto di ciò. Non mancano neppure coloro che, specialmente sin dal dicembre del 1981, portano aiuto alla mia Nazione; di ciò anch’io sono grato a tutti.

Tuttavia, la Nazione deve vivere soprattutto con le proprie forze e svilupparsi con le proprie forze. Da sola deve riportare questa vittoria, che la Provvidenza Divina le dà come compito in questa tappa della storia. Tutti ci rendiamo conto che non si tratta di una vittoria militare, come trecento anni fa, ma di una vittoria di natura morale. Proprio essa costituisce la sostanza di un rinnovamento proclamato più di una volta. Si tratta dell’ordine maturo della vita nazionale e di quella dello Stato, nella quale saranno rispettati i fondamentali diritti dell’uomo. Solo una vittoria morale può portare la società fuori della divisione e restituire l’unità. Un tale ordine può essere contemporaneamente vittoria dei governati e dei governanti. Bisogna arrivare ad esso per la via del dialogo reciproco e dell’accordo, l’unica strada che consenta alla Nazione di poter godere di pienezza dei diritti civici e di strutture sociali rispondenti alle sue giuste esigenze, capaci di sviluppare il consenso, del quale lo Stato ha bisogno per assolvere i suoi compiti e mediante il quale la Nazione esprime la sua concreta sovranità.

Riporto qui le parole della Lettera pastorale dell’Episcopato polacco per il giorno 29 agosto 1982: “La Nazione polacca ha bisogno di un vero rinnovamento morale e sociale, affinché possa ritrovare di nuovo la fede in se stessa, nel suo futuro, la fiducia nelle proprie forze; svegliare le energie morali e la generosità sociale per poter affrontare la grande fatica del lavoro e le rinunce necessarie che stanno davanti a tutti. Un’urgente necessità è la ricostruzione della fiducia tra la società e il potere per costruire nel comune sforzo il migliore avvenire della Patria, e assicurare gli interessi della Nazione e dello Stato”.

9. Cari fratelli e sorelle! Partecipanti a questa liturgia del Papa pellegrino, vostro connazionale, nella capitale della Polonia! Di qui, da Varsavia, parto per Jasna Gora, che il defunto Primate di Polonia, Cardinale Stefan Wyszynski, era solito chiamare “Jasna Gora della vittoria” (“Chiaro monte della vittoria”).

Desidero portare là questo particolare dono, che nell’anno del Giubileo di Jasna Gora è stato l’elevazione sugli altari del martire polacco di Oswiecim, san Massimiliano Maria. Sono grato alla Provvidenza Divina che mi è stato dato di compiere questa canonizzazione, il 10 ottobre dell’anno 1982.

Partendo da Varsavia per Jasna Gora, mi inserisco spiritualmente nel corteo di pellegrini, che dal 1711, dunque da 272 anni, si muove ogni anno dalla capitale della Polonia verso la capitale della Regina della Polonia: il pellegrinaggio di Varsavia.

Desidero presentarmi davanti alla Genitrice di Dio e davanti al suo Divin Figlio, Gesù Cristo, che è “il Padre del secolo futuro” e, insieme, è “ieri” e “oggi”. In particolare: è “l’ieri e l’oggi” delle generazioni che sono passate e passano attraverso la nostra Patria. Desidero portare là tutte le sofferenze della mia Nazione, e insieme quella volontà di vittoria, che non l’abbandona pur in mezzo a tutte le sconfitte e le esperienze della storia.

E voglio dire: “Prendi sotto la tua protezione tutta la Nazione, che vive per la tua gloria. Che si sviluppi splendida. O Maria!”.


Terminata la celebrazione, si è trattenuto con i fedeli dicendo:

Prima della benedizione finale, prego tutte le comunità che partecipano a questo Sacrificio Eucaristico di accogliere il mio saluto particolare. È ovvio che è presente qui la città di Varsavia e l’arcidiocesi di Varsavia, ma ci sono anche dei pellegrini. Questa nostra Eucaristia, celebrata dal Papa pellegrino, si è effettuata con la partecipazione dei pellegrini di varie diocesi. Desidero salutarli tutti in questa comunità e chiedere che portino la benedizione del Papa alle loro diocesi, parrocchie e famiglie. Vi sono dei pellegrini dell’arcidiocesi in Bialystok, della diocesi di Drihiczy, sul Bug, ci sono dei pellegrini della diocesi di Danzica (qualsiasi cosa volessi aggiungere a questa menzione sarà inutile, di fronte a questa reazione dei qui radunati, or ora udita). Saluti e benedizione alla diocesi di Danzica (ci siamo messi d’accordo in questa faccenda, cioè su chi ha qui il diritto di parlare). Ci sono dei pellegrini della diocesi di Lublino, della diocesi di Lomza, della diocesi di Plock, pellegrini della diocesi di Sandomierz-Radom, infine della diocesi di Siedlce cioè di Fodlasie. Da tutte queste diocesi, durante l’offertorio ho ricevuto un dono particolare, dono spirituale e simbolico. Desidero ricambiare questo dono, offerto in nome delle comunità diocesane, con il saluto e la benedizione del Papa, affinché li portiate, cari pellegrini, con voi, là da dove siete venuti. Questo è il primo cerchio: ma dobbiamo allargarlo ancora, poiché al Sacrificio Eucaristico celebrato qui, su questo luogo imponente, sullo sfondo di tutto il panorama di Varsavia, posto tra il verde, si potrebbe dire tra lo sport e la liturgia (perché così bisogna chiamare questa Messa oltre lo stadio), vi sono diversi ospiti, venuti dall’estero: i Cardinali e i Vescovi. Ognuno di loro rappresenta la Chiesa e la società, la nazione nella quale questa Chiesa vive.

Prima di finire la Santa Messa, vorrei, in nome di tutti noi che abbiamo partecipato a questa liturgia eucaristica, mandare i saluti e le benedizioni a quelle Chiese, i cui pastori sono venuti da noi. Perciò li elencherò. Quanto ci è vicino il nome dell’Arcivescovo di Filadelfia negli Stati Uniti, Cardinale Krol, e accanto a lui l’Arcivescovo di Detroit, l’Arcivescovo Edmund Szoka (invio saluti e la benedizione alla Comunità polacca all’estero e per tutta la comunità della Chiesa negli Stati Uniti, e anche per tutta la società). È presente tra noi il Cardinale di Magonza, nella Germania Occidentale: perciò, saluti e benedizione ai nostri fratelli nella fede, giunti dall’ovest della Polonia. È presente anche il Cardinale vescovo di Berlino: e mandiamo anche in quella direzione i nostri saluti e le parole dell’unità cristiana. Ma abbiamo tra i nostri ospiti anche il Presidente della Conferenza dell’Episcopato della Spagna; per rimanere nella lingua spagnola aggiungo, che abbiamo anche un rappresentante dell’Episcopato del Messico. Li preghiamo di portare il nostro saluto e le parole di unità nella fede, la fede che unisce nel Cristo e nella Chiesa. Ci accostiamo poi al nostri vicini. È presente il Cardinale arcivescovo di Zagabria, in Jugoslavia. Lo preghiamo di portare ai nostri fratelli slavi il saluto e le parole dell’unità nella fede, nella Chiesa e nel Cristo; dell’arduo amore per la Madonna Santissima. C’è infine il Cardinale Primate dell’Ungheria, l’Arcivescovo di Esztergom. Che questa comunità di fede e di Eucaristia, che oggi ci ha riuniti qui a Varsavia, si estenda largamente attraversando i confini dei popoli e perfino dei continenti; e che ci unisca in questa unità che costituiamo nel Cristo, mediante i nostri illustri fratelli nell’Episcopato, nella dignità cardinalizia, nella vocazione pastorale.

Voglio aggiungere che insieme a me è venuto da Roma il cardinale Segretario di Stato, nonché tre Vescovi, che partecipano alla nostra celebrazione di oggi, così come a tutto il pellegrinaggio. Auguro che si trovino in Polonia così bene come in Vaticano e come a casa loro; poiché il Papa deve trovarsi bene in Vaticano.

Infine . . . “pro domo sua”: tra i Cardinali è ovviamente presente il metropolita di Cracovia, il mio successore sulla sede di san Stanislao; il Cardinale Wladyslaw Rubin da Roma, il nostro compatriota. Aggiungo ancora il Vescovo Alfred Abramowicz di Chicago, il presidente della Lega cattolica polacca di Chicago.

Così, miei cari fratelli e sorelle, ci siamo visti alla fine di questa grande unità eucaristica, in un cerchio ancora più grande di quello che qui abbracciano i nostri occhi, le nostre orecchie, e il nostro cuore. Ci siamo visti come inseriti nel cerchio della comunità della Chiesa di tutta la terra polacca e per lo meno in una sua parte rilevante; nonché della comunità della Chiesa universale, nei diversi Paesi e sui diversi continenti.

Adesso ancora l’ultima parola a voi, che avete partecipato così costruttivamente a questo Santissimo Sacramento dell’altare. Ieri, durante il mio saluto all’aeroporto, ho detto che il bacio sulla terra polacca ha un significato simbolico di un bacio della pace. Oggi ritorno a questo pensiero, voglio augurare la pace a tutti i partecipanti di questo grande raduno eucaristico; desidero, cari fratelli, che anche il giorno di oggi e tutti i giorni del mio soggiorno, del mio pellegrinaggio, in Patria, siano giorni di pace, di silenzio, di tranquillità interna: giorni che vivremo dinanzi a Dio, dinanzi alla Madonna di Jasna Gora; giorni durante i quali cercheremo le vie per il futuro, che ogni tanto ci pare così oscuro. Me lo auguro cordialmente e ve lo chiedo: vi chiedo la pace per tutto il soggiorno del Papa pellegrino in ogni posto: Infine, auspico che il fatto che ritornerete alle vostre case; che bacerete i vostri figli, che non hanno potuto venire qui; che vi avvicinerete ai vostri malati, che non hanno potuto essere presenti; che direte una buona parola ai vicini, portando loro i saluti e la benedizione del Papa, produca l’espressione di questa pace e di questo amore, che ci spingono in unità, e ci uniscono soprattutto nell’Eucaristia. Miei cari fratelli e sorelle! Che questa Eucaristia si estenda, che Varsavia viva di essa, che la Polonia viva di essa, ne tragga la pace, l’amore e la salvezza!

Infine saluto tutto il mondo operaio e universitario, e lo saluto perché me l’aveva chiesto. Ciò non significa che senza quel loro richiamo non li avrei salutati; ma poiché me l’hanno chiesto, che l’abbiano! E ora, cari fratelli e sorelle, partecipanti di questo grande incontro eucaristico-mariano, accogliete la mia benedizione di Papa come l’ultima parola della nostra preghiera comune e del nostro sacrificio comune.

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 

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