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VISITA ALL'OSPEDALE ROMANO SAN CAMILLO
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Domenica,
3 luglio 1983
1. Le sono grato, Signor Presidente, per le parole con cui, interpretando il
pensiero del personale medico e della vasta comunità degli infermi e dei loro
familiari, mi ha dato il benvenuto. E grato sono pure a lei, Reverendissimo
Superiore generale dei Camilliani, per le cordiali espressioni con cui, anche a
nome dei religiosi e delle religiose che lavorano in questo Ospedale, ha voluto
accogliermi in occasione di questa visita pastorale, per me tanto significativa.
Rivolgo un affettuoso saluto anche a Monsignor Fiorenzo Angelini, al
Direttore, ai medici primari, aiuti, assistenti, ai medici e studenti
frequentatori, ai caposala e alle caposala, agli infermieri e alle infermiere,
al personale ausiliario e amministrativo, e a tutti i presenti, ai quali va la
mia riconoscenza per l’accoglienza calorosa che mi è stata riservata.
Il mio saluto si estende inoltre con particolare affetto ai malati sia del
San Camillo che degli altri Ospedali Carlo Forlanini e Lazzaro Spallanzani, che
si sono qui raccolti per la circostanza. Guardo a voi, cari fratelli e sorelle,
e il mio pensiero va ai malati che non hanno potuto lasciare le corsie, a quelli
più gravi e in pericolo di vita, ai bambini. Il mio pensiero valica, anzi, in
questo momento le mura dell’Ospedale San Camillo e si allarga ad abbracciare
tutti i degenti negli Ospedali e nelle Cliniche di Roma, come anche coloro che
lottano con la malattia nelle loro case sostenuti dall’affetto dei familiari.
Con questa mia visita intendo ricambiare quella degli ammalati, venuti di
recente in Piazza San Pietro per la celebrazione del Giubileo.
Anche l’odierno incontro vuole essere un’occasione di salutare riflessione,
ed anzi un momento forte nella celebrazione dell’Anno Santo della Redenzione.
Sappiamo e crediamo che il volto dell’uomo sofferente è il volto di Cristo
stesso. Gli infermi e quanti si muovono intorno ad essi conoscono questa
misteriosa e preziosa configurazione col Signore, il quale redime nella
sofferenza e mediante la sofferenza.
2. Questo ospedale porta il nome di uno dei santi che più intensamente hanno
vissuto il mistero della Redenzione nel suo quotidiano attuarsi attraverso la
Croce: san Camillo de Lellis, la cui opera prese avvio proprio in questa città
quattro secoli or sono. Da allora ad oggi l’umanità ha compiuto un lungo cammino
e nel nostro tempo i luoghi di ricovero e di cura non sono più isole segregate
dal resto della comunità, ma ne rappresentano un aspetto qualificante di impegno
e di progresso. La dimensione sociale dell’assistenza sanitaria, gestita dai
pubblici poteri mediante il servizio sanitario nazionale, mentre da una parte ha
moltiplicato tali luoghi, dall’altra ne ha fatto punti di straordinario e
continuo incontro di umanità; malati, familiari e conoscenti dei medesimi,
medici e infermieri, personale ausiliario e di volontariato, comitati di
gestione e strutture sempre più complesse, sono chiamati a costruire quella
“famiglia sanitaria” che, inserendosi sempre più pienamente nel contesto
sociale, deve diventare luogo e misura della nostra capacità di sentire e di
vivere la fraternità umana nelle sue più compiute espressioni.
Chi meglio del cristiano può aprirsi a un simile ideale? Non è forse rivolta
a lui la parola di Cristo, riportata nel brano evangelico ascoltato poc’anzi?
Anche oggi, come ieri e come sempre, resta valido il comando: “Quando entrerete
in una città . . . curate i malati che vi si trovano e dite loro: è vicino a voi
il Regno di Dio” (Lc 10, 8-9). Memore di ciò, la Chiesa s’è fatta
promotrice, sin dalle sue origini, dell’assistenza socio-sanitaria, riconoscendo
nella sollecitudine per il mondo della sofferenza uno dei dati qualificanti
dell’azione redentrice, secondo l’indicazione del Signore, il quale è venuto ad
annunziare “ai poveri un lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la
liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a
predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4, 1-19; cf. Is 61,
1).
Tale messaggio divenne già nel Signore azione, poiché “Gesù percorreva tutte
le città e i villaggi, insegnando nelle . . . sinagoghe, predicando il Vangelo
del Regno e curando ogni malattia e infermità” (Mt 9, 35). Non deve
destare meraviglia che, in tutti i tempi, anche i discepoli di Gesù abbiano
sentito impellente il bisogno di tradurre nei fatti la consegna che aveva ad
essi lasciato il Maestro divino.
3. Uno di questi, pronto a raccogliere e ad attuare in maniera eroica
l’esempio del Signore, fu proprio san Camillo de Lellis. Dopo avere a lungo
sperimentato nel proprio corpo e nello spirito “le stigmate di Cristo” (cf.
Gal 6, 17), egli, per divina ispirazione, scelse di formare, come ebbe a
dire Benedetto XIV, “una nuova scuola di carità” (Benedetto XIV, Bolla di
canonizzazione, 29 giugno 1746), istituendo l’Ordine e la Famiglia
Camilliana, oggi presente in molte parti del mondo.
Un contemporaneo di san Camillo de Lellis ci informa che il santo, accanto al
malato, ne partecipava a tal punto la condizione “da adorare l’infermo come la
persona del Signore” (cf. P. Sannazzaro, Camillo de Lellis, in Dizionario
degli Istituti di Perfezione, III, coll. 9-10). Non è forse scritto nel Vangelo:
“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più
piccoli lo avete fatto a me” (Mt 25, 40)?
Le mutate condizioni dei tempi nulla hanno tolto alla validità
dell’intuizione di san Camillo, anzi ne sollecitano nuove espressioni, in
armonia con le esigenze dell’odierno contesto sociale. Se infatti il progresso
della civiltà è dato dall’accresciuta possibilità di servire l’uomo, il carisma
camilliano non può che trovare conferma e crescente applicazione.
4. Una singolare coincidenza storica merita di essere rilevata e fatta
oggetto di riflessione. Camillo de Lellis nacque nell’Anno Santo del 1550 e si
convertì, a 25 anni, da una vita dissipata, nell’Anno Santo del 1575. Noi ci
incontriamo oggi, in questo luogo così carico di richiami all’eredità spirituale
camilliana, per celebrare l’Anno Santo della Redenzione.
Non v’è forse motivo di chiedersi se Camillo de Lellis non abbia qualcosa da
dirci a proposito di questo Anno di grazia che stiamo celebrando? Egli ha, in
effetti, un messaggio e un messaggio importante per noi. Egli ci ricorda che vi
è un rapporto strettissimo tra la sofferenza, spirituale e corporale, e la
finalità primaria dell’Anno Santo, costituita dai fondamentali impegni della
conversione e del rinnovamento.
In chi soffre, la conversione è un bisogno, che attinge alle radici
dell’esistenza, ricupera i valori umani essenziali, santifica il luogo del
soffrire, si fa evangelizzazione. Il rinnovamento poi diventa nel malato il
nucleo stesso della speranza non solo per quanto concerne la sua salute, ma
spesso anche per l’impostazione generale della vita e per le prospettive verso
cui orientarne il cammino. Proprio per questo, non v’è forse altro “luogo” umano
in cui, meglio che in un ospedale, i termini di conversione e di rinnovamento
assumano un significato più vero e più pieno, abbracciando ogni autentico valore
umano nella superiore sintesi della visione cristiana.
Da questa comunità e famiglia sanitaria sale certamente una domanda di vita
quale non si manifesta altrove: vita fisica e psichica, vita individuale e vita
sociale, vita come sopravvivenza e come creatività piena, vita come capacità di
donarsi. I luoghi di ricovero e di cura sono luoghi di vita e quanti in essi
operano non possono, non devono dimenticare che sono al servizio della vita, di
tutta la vita e della vita di tutti.
L’infermo, e chiunque ha bisogno di assistenza e di cure, conosce fino in
fondo come sia impensabile una conversione ai valori dell’esistenza, se
prioritariamente non sia difesa e affermata la vita, radice e condizione di ogni
valore. Non solo: ma proprio dove approdano le vittime della fragilità della
condizione umana, delle calamità, degli infortuni, di ogni forma di violenza,
che aggredisce l’uomo e la società, il comandamento primario - del quale i
responsabili e gli addetti alla sanità sono i destinatari - è quello di
difendere e di celebrare la vita fin dal suo primo concepimento e non già di
consentire che sia abbattuta o stroncata. In questa luce si manifesta l’alto
significato della scelta di coloro che, essendosi votati al servizio della vita,
si rifiutano, per coerenza con la propria coscienza, di prestarsi a sopprimerla.
A tutti costoro desidero testimoniare la mia stima e il mio incoraggiamento in
questo impegno umano e cristiano.
Nessun uomo, credente o non credente, può rifiutarsi di credere alla vita e
di sentire il dovere di difenderla, di salvarla, specialmente quando essa non ha
ancora neppure la voce per proclamare i suoi diritti. Se tale consapevolezza e
tale conseguente messaggio viene da voi, infermi, medici, infermieri,
cappellani, suore, volontari, familiari dei malati, esso diventa necessariamente
credibile, poiché non si rifà ad enunciati astratti, ma alla vostra personale e
quotidiana esperienza. Esso è trascrizione in termini di vita della vostra fede
in Dio e nell’uomo e, in definitiva, della vostra fede in Cristo, che è insieme
Dio e uomo.
5. Sappiamo, tuttavia - e voi lo sperimentate con particolare realismo - che
le forze umane non sono sufficienti da sole a far fronte a compiti tanto alti e
impegnativi. È necessaria le preghiera, vera medicina del corpo e dello spirito,
canale e ponte della nostra esperienza. Di fronte a Gesù che sanava, un uomo che
implorava guarigione chiese al Signore di accrescere la sua fede (Mc 9,
24). Quella sua domanda era una preghiera e forse da nessun luogo della terra,
come dai luoghi destinati ad accogliere persone provate dalla sofferenza, la
domanda di fede è sincera e spontanea, essenziale e, insieme, efficace.
Preghiera individuale, personale, intima, ma anche preghiera comunitaria,
invocazione collettiva, capace di chiamare a raccolta quanti condividono questo
servizio alla vita, pur nella diversità della condizione e delle mansioni. Il
mio pensiero in questo momento va, in particolare, alla Santa Messa, che spesso
viene celebrata nelle corsie di questo ospedale: in essa, Cristo si fa
sacramentalmente presente realizzando una autentica comunione tra i malati e
coloro che lavorano accanto ad essi.
Tutta la storia della pietà cristiana attesta che la preghiera che sale
soprattutto dalle labbra di chi soffre ha sempre cercato l’intercessione della
Madre di Dio, universalmente invocata come “Salute degli infermi”. A Maria si
affidi la vostra supplica perché ella la presenti a Dio, Padre di bontà e di
misericordia.
Questo odierno incontro, carissimi, non rimanga un momento isolato, anche se
vissuto con commossa partecipazione. Sollecitato e sostenuto dall’Anno Santo
della Redenzione, segni l’inizio di un rinnovato impegno dell’intera famiglia
sanitaria così che da essa parta un messaggio verso i “sani”, i quali devono
sentire la presenza degli infermi come parte viva della loro esperienza
comunitaria, umana e cristiana.
Nessuno vive e soffre solo per se stesso, ma la vita e la sofferenza ci
ciascuno appartengono alla vita e all’esperienza dell’intera comunità sociale e,
in maniera del tutto particolare, come vocazione specifica, alla vita della
comunità ecclesiale.
Il nome del Santo portato da questo ospedale, la presenza in esso dei Padri
Camilliani, ministri degli infermi, e delle religiose della Carità di Santa
Antida Touret e dei Sacri Cuori, la dedizione di tanti medici qualificati e di
esperti infermieri, l’impegno cristiano di tutte le componenti attive di questa
realtà sanitaria, siano garanzia di un servizio sempre solerte e responsabile al
fondamentale valore della vita, che in Dio ha la sua sorgente originaria e il
suo ultimo destino.
Con questo augurio vi imparto con affetto la mia apostolica benedizione, su
tutti invocando l’effusione di copiosi favori celesti, a conforto e sostegno dei
propositi e delle speranze che ciascuno si porta nel cuore.
© Copyright 1983 - Libreria Editrice
Vaticana
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