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CELEBRAZIONE EUCARISTICA PER RICORDARE
PAPA PIO XII E PAPA GIOVANNI XXIII

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica Vaticana - Domenica, 6 novembre 1983

 

1. “Gesù Cristo . . . è il primogenito dei morti: a lui la gloria e la potenza dei secoli” (Ap 1, 5-6).

Queste parole del Libro dell’Apocalisse acclamano a Cristo-Dio, il primo nato di tra i morti, gloriosamente risorto dopo la sua passione e la sua definitiva immolazione. A lui, unico Re-Salvatore divino, va la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.

Il tema della risurrezione dei morti, così caro alla Chiesa nel mese di novembre consacrato alla memoria e alla preghiera per i defunti, è al centro della Liturgia della Parola di questa domenica. Infatti, nel Vangelo Gesù afferma con autorità che “i morti risorgono” e che “Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui” (Lc 20, 37-38). D’altra parte, una fede invitta nella risurrezione diede la forza di sopportare le torture ai sette giovani ebrei, di cui la prima Lettura racconta il martirio. San Paolo poi ci ha parlato “di una consolazione eterna e di una buona speranza” (2 Ts 2, 16).

Cari Fratelli e Sorelle!

Gesù Cristo, primogenito dei morti, e cioè “primo di coloro che risuscitano dai morti” (Col 1, 18; cf. 1 Cor 15, 20) annunzia e assicura con la sua parola divina e testimonia con la realtà della sua risurrezione il destino ultraterreno di ogni uomo e il significato trascendente di tutta la storia umana. A questo riguardo, la cultura odierna è spesso ambigua e contraddittoria, mentre la rivelazione di Cristo, che è annunzio di Verità, accerta che l’anima è immortale e responsabile e che il corpo risorgerà nell’ultimo giorno. Così il cristiano possiede la sicurezza di dover risorgere e imposta e vive la sua esistenza in modo da risorgere glorioso. Le parole della Liturgia odierna emanano una luce di consolazione e di speranza, nella cui scia noi riguardiamo i nostri defunti specie in questo mese di novembre, stabilendo con essi un’autentica comunione di spirito.

2. Nella cornice di tali certezze cristiane, con questa solenne Celebrazione eucaristica noi vogliamo particolarmente volgere lo sguardo verso due indimenticabili servi di Dio: i Papi Pio XII e Giovanni XXIII, in occasione del XXV anniversario rispettivamente della morte e della elevazione al supremo pontificato. Lo facciamo per commemorare coloro che ci furono padri nella fede, e lo facciamo, parimenti, nello spirito dell’Anno Santo Giubilare della Redenzione. Esso è un tempo propizio di grazia e di salvezza, durante il quale la Chiesa è sollecita di farci incontrare con Cristo per essere, mediante lui, riconciliati con Dio, onde possiamo recare frutti abbondanti di santità.

I due grandi Pontefici hanno continuamente e instancabilmente predicato il Mistero salvifico della Redenzione, l’altissimo disegno di amore di Dio Padre, che nel Figlio suo e per opera dello Spirito Santo ci vuole tutti salvi.

Il loro impegno sacerdotale, episcopale e pontificale fu totalmente rivolto a servire il Mistero della Redenzione e a donare la grazia divina, trovando così piena verifica in essi la parola dell’Apostolo Paolo: “Ognuno ci consideri come Ministri di Cristo e amministratori dei Misteri di Dio” (1 Cor 4, 1). In tale fedele servizio di amore e di donazione a Cristo e ai fratelli, essi “buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio” (1 Pt 4, 10) hanno offerto prove indiscusse di eccelsa virtù, e sono apparsi anche in vita circonfusi da fama di santità.

Ora la Chiesa, raccogliendo tale ispirata voce del popolo cristiano, mediante la decisione di Papa Paolo VI, ha avviato il procedimento canonico per constatare l’esercizio di tale santità nella vita dei due Pontefici. Essa inoltre innalza la sua fervente preghiera, a cui ciascun fedele è chiamato ad associarsi, affinché Dio voglia confermare ad onore del suo popolo tale fama di santità da cui i suoi Servi eletti sono circondati.

3. A 25 anni dal passaggio di Pio XII all’eternità, non si è ancora cancellata dagli sguardi l’immagine sua dolce e austera, soffusa di riverberi di cielo e aperta con largo gesto all’abbraccio universale. Non si è spenta l’eco della sua voce energica, vibrante e persuasiva, consolatrice e dolente, ammonitrice e profetica.

Nel tragico vortice del secondo conflitto mondiale, ch’egli aveva cercato di scongiurare, e nella faticosa ricostruzione dalle rovine della guerra, Pio XII fu instancabilmente apostolo e coraggioso operatore di pace. Di questo sommo bene indicò ripetutamente i presupposti nell’ambito dell’ordine internazionale e della vita sociale, in riferimento ai più urgenti problemi dell’ora, non senza richiamare alle loro responsabilità i reggitori dei popoli. Prese le difese degli oppressi e dei perseguitati. Esercitò indefessamente il ministero della carità a favore di tutte le vittime della guerra. E non si limitò a questo. Nella sua preveggente sapienza, Pio XII delineò i rimedi di quel cruciale travaglio nella prospettiva della futura pace.

Il suo ricchissimo Magistero, le sue instancabili cure per tutte le categorie del tessuto ecclesiale, le riforme da lui adottate o iniziate, costituiscono quella che Paolo VI definì “immensa e feconda preparazione alla successiva parola dottrinale e pastorale del Vaticano II” (Insegnamenti di Paolo VI, XIII [1975] 216).

Giovanni XXIII chiamato ad assumere tanta eredità si qualificò subito come personificazione del Pastore mite e buono. Con calma e coraggio, guardando in alto e lontano, fedele al suo motto episcopale “Oboedientia et Pax”, sorretto da profonda umiltà e dal genio della semplicità, che erano caratteristiche della sua statura spirituale, elaborò in pochi mesi un programma di straordinarie proporzioni e non esitò ad avviarne l’esecuzione.

Il suo operoso pontificato, relativamente breve nel tempo, è rimasto legato a gigantesche imprese, quali il Concilio e la revisione del Codice di Diritto canonico, che hanno determinato la stagione del rinnovamento ecclesiale a cui noi apparteniamo.

4. L’opera dei due Papi è già stata diffusamente ricordata nel corso del Sinodo dei Vescovi. Essa è ormai ben nota nella Chiesa e nel mondo intero per una vasta e circostanziata indagine biografica e storica. A noi oggi, in questa festiva celebrazione liturgica, importa soprattutto sottolineare che Pio XII e Giovanni XXIII furono supremi Pastori della Chiesa sulla Cattedra e nella sede di san Pietro.

La Chiesa nasce e fiorisce dall’opera della Redenzione di Cristo Signore, e mediante la forza salvifica di essa, incessantemente presente e in atto, la Chiesa continua a crescere tra gli uomini, permettendo così ad essi di crescere, a loro volta, nella Verità e nell’Amore fino alla misura della perfezione.

Ai Pastori della Chiesa è stato affidato il supremo compito di guidare responsabilmente gli uomini sulla via di questa crescita e di questa personale maturazione verso i destini definitivi del Regno di Dio. Personalmente impegnati a percorrere essi stessi le strade della Verità e dell’Amore, i Papi sono i garanti, in virtù del proprio mandato apostolico, dell’autentica diffusione di tale messaggio. A questo proposito ascoltiamo ancora una volta quanto il Concilio Vaticano II sottolineò con suprema autorità: “Gesù Cristo . . . prepose agli altri Apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione” (Lumen Gentium, 18 b).

Pio XII e Giovanni XXIII sono grandi soprattutto per aver servito e garantito “l’unità della fede e della comunione” e cioè l’incessante diffusione della Verità e dell’Amore, in altre parole del piano salvifico di Dio per l’umanità. Essi brillano di viva luce nel firmamento del pontificato romano proprio per tale diaconia, che costituisce il senso essenziale e radicale della Chiesa stessa, con la chiara coscienza di agire e di lottare - non senza profonde sofferenze - per la causa di Dio e delle anime, nel turbinio di tante vicende fuori e dentro la compagine ecclesiale.

In loro si verificarono pienamente le parole di Cristo all’apostolo Pietro: “Io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede: e tu . . . conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 32).

I Sommi e amati Pastori che noi oggi ricordiamo ci fanno constatare con evidenza e consolazione, come il piano salvifico di Dio, realizzato da Cristo Rivelatore e Redentore e affidato alle mani provvide della Chiesa, si prolunghi nel tempo di Pontefice in Pontefice e avanzi entro la storia umana fino a sfociare nell’eternità.

5. Carissimi!

Evocando a 25 anni di distanza tappe tanto significative della storia del Papato e della Chiesa, l’animo nostro si riempie di riconoscenza. Nello stesso tempo esso avverte più vivo e accentuato il bisogno della fedeltà. Una fedeltà totale a Cristo e alla sua Sposa, secondo gli esempi e gli insegnamenti dei due insigni Pastori; una fedeltà amica della tradizione e del rinnovamento, aliena da nostalgici ritardi e da spinte improvvide; una fedeltà limpida e operosa, per la vitalità del presente e a garanzia dell’avvenire.

Cristo “Primogenito dei morti”, a cui va la gloria e la potenza nei secoli dei secoli, elargisca tale sua gloria e spirituale potenza ai Servi fedeli Pio XII e Giovanni XXLII! Essi hanno servito la Chiesa come Pastori del gregge sulla sede di Pietro; essi siano partecipi della gioia di Cristo glorificato e, mediante la Comunione dei santi, continuino a servire provvidamente la Chiesa di Dio.

Amen.

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 

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