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CONCELEBRAZIONE PER IL GIUBILEO INTERNAZIONALE DELLE CONFRATERNITE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 1 aprile 1984

 

1. “La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi” (1 Cor 16, v23).

Con queste parole dell’Apostolo Paolo, vi saluto tutti, carissimi Membri delle Confraternite qui convenuti da varie parti d’Italia e del mondo per celebrare il Giubileo della Redenzione. Vi esprimo altresì il mio ringraziamento per questo spettacolo di fede che oggi offrite alla Chiesa e al mondo, a nome e in rappresentanza delle vostre rispettive Associazioni, che attraverso i secoli non hanno cessato di testimoniare la propria fedeltà alla Chiesa.


1. “Io sono la luce del mondo” (cf. Gv 8, 12).
“Finché sono nel mondo sono la luce del mondo” (Gv 9, 5).

Gesù Cristo è nel mondo. È in mezzo agli uomini. Maggiormente tra gli infelici. Tutto il Vangelo lo conferma.

Oggi al centro del Vangelo e al centro della liturgia si trovano Gesù e un uomo cieco dalla nascita. Cristo gli restituisce la vista e lo fa di sabato.

Egli opera questo miracolo per certi aspetti in un modo “rituale”. Prima mescola la polvere della terra alla saliva e la spalma sugli occhi del cieco. Poi gli ordina di lavarsi nella piscina di Siloe. Dopo essersi lavato, il cieco nato riacquista la vista.

Con questo segno Gesù di Nazaret si manifesta come luce del mondo, anzitutto, perché rende possibile la vista all’uomo cieco: la vista è la capacità di contatto con la luce del mondo esterno.

Poi perché libera quest’uomo dalla cecità di spirito. Apre la vista della sua anima a Dio e ai suoi misteri. Una tale apertura all’anima si chiama fede, la quale significa essere in contatto con la luce del mondo interiore. L’uomo cieco dalla nascita, dopo aver riacquistato la capacità di vedere, si apre in pari tempo al mistero di Dio in Cristo. Confessa la fede nel Figlio dell’Uomo.

“Tu credi nel Figlio dell’uomo?” chiede Gesù (Gv 9,35)

“E chi è, Signore, perché io creda in lui?”, risponde il guarito (Ivi 9,36).

“Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui”(Ivi 9,37).

“Io credo, Signore!” e si prostra dinanzi a lui (Ivi 9, 38).

L’evento che leggiamo nella liturgia di questa IV Domenica di Quaresima ci induce a riflettere sulla nostra fede in Cristo, figlio dell’uomo, in Cristo, luce del mondo. Indirettamente questo evento si riferisce anche al Battesimo, che è il primo sacramento della fede: il sacramento che apre gli occhi, mediante la rinascita dall’acqua e dallo Spirito Santo; così come avvenne al cieco nato, al quale si aprirono gli occhi, dopo essersi lavato nell’acqua della piscina di Siloe.

2. L’evento narrato nell’odierna liturgia ci mostra pure che la fede dell’uomo, rinato con la potenza di Cristo, incontra la diffidenza e, addirittura, l’incredulità.

In un certo senso egli deve farsi strada attraverso questa diffidenza e incredulità. Così si fa strada la fede del cieco nato, al quale Cristo ha restituito la vista. La sua fede nel Figlio dell’uomo incontra l’opposizione dei farisei, la loro incredulità. Non è facile a un uomo socialmente minorato opporre a questa incredulità la propria fede. Tuttavia di fronte a tante accuse, che i suoi interlocutori presentano all’indirizzo di Gesù, egli ha un argomento irrefutabile: mi ha restituito la vista: “Prima ero cieco ora ci vedo” (Gv 9, 25).

Oltre alla decisa incredulità, l’uomo guarito dalla cecità congenita incontra anche timore e paura, perfino da parte dei propri genitori, i quali preferiscono non esporsi alle rappresaglie dei farisei influenti; “Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco: come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi, chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso” (Gv 9, 20-21).

Così dunque la fede dell’uomo, al quale Cristo ha restituito la vista, passa attraverso una dura prova, ma ne esce vittoriosa. La luce che Cristo innestò nella sua anima - non solo nei suoi occhi - si dimostra più forte dell’incredulità e della diffidenza, si rivela anche più forte dei timori umani e della stessa volontà di intimorire. 

Tutto ciò ha la sua eloquenza non solo nel contesto di questo uomo concreto e di questo concreto evento (che nel Vangelo di Giovanni è descritto in un modo straordinariamente dettagliato), ma anche nel contesto della vita e del comportamento di ogni uomo, di ogni cristiano.

La fede di ognuno di noi non è forse esposta alla nostra stessa debolezza, e anche all’incredulità, alla diffidenza, ai dubbi, alla pressione dell’opinione e, a volte, all’intimidazione, alla discriminazione e alla persecuzione?

Pensiamo oggi a tutti gli uomini del mondo intero, a tutti coloro, ai quali Cristo ha concesso la sua luce: a quante difficoltà, oppressioni, persecuzioni, viene esposta la fede di molti di loro! E quanto spesso la fede deve lottare con le debolezze di ognuno di noi!

Preghiamo per una fede forte. Preghiamo per il coraggio della fede

3. Perciò la liturgia dell’odierna domenica si rivolge a Cristo-Pastore, il quale da solo ci conduce per le vie della fede:

“Il Signore è il mio pastore . . . / ad acque tranquille mi conduce. / Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, / per amore del suo nome” (Sal 23, 1-3).

Da qui attingiamo forza e coraggio in mezzo a tutte le prove ed esperienze:

“Se dovessi camminare in una valle oscura, / non temerei alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23, 4).

L’uomo, al quale Cristo ha restituito la vista dei sensi e al tempo stesso la vista dell’anima, ha questa consapevolezza, che il buon Pastore è con lui. È lui a guidarlo alla mensa dell’Eucaristia, alla quale il pellegrino nel tempo ristora le forze della sua anima per il cammino dell’eternità:

“Davanti a me tu prepari una mensa / sotto gli occhi dei miei amici; / cospargi di olio il mio capo . . .” (Sal 23, 5).

L’unione è il simbolo della forza spirituale. La fede costituisce una specifica sintesi di luce e di forza di spirito, che provengono da Dio, e la liturgia dell’odierna domenica lo mette in rilievo.

Dell’unzione ci parla la prima lettura dal Libro di Samuele. Il profeta mandato nella casa di Iesse il Betlemita unge il più piccolo tra i figli: Davide, come futuro re di Israele. “ . . . E lo Spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi” (1 Sam 16, 13) - leggiamo. L’unzione - così come il lavarsi con acqua - è un “ritoesterno, che esprime un contenuto interiore, spirituale e soprannaturale.

Un uomo credente accoglie la luce di Cristo e allo stesso tempo, in forza dello Spirito Santo, accede alla partecipazione della triplice missione al Cristo: del profeta, del sacerdote e del re. Mediante questa partecipazione unisce la sua vita e il proprio comportamento alla missione salvifica del buon Pastore, indirizzata a tutta l’umanità e all’intero mondo. Il buon Pastore è infatti il Redentore del mondo, e tutti coloro, che mediante la fede, la speranza e l’amore, appartengono al suo ovile, partecipano alla potenza del mistero della redenzione.

4. Cari pellegrini, guidati da profonda fede, siete venuti in pellegrinaggio a Roma, per rinnovare, accanto alle tombe degli apostoli e dei martiri, la vostra partecipazione alla missione salvifica di Cristo, al mistero della redenzione del mondo in occasione dell’Anno Giubilare della Redenzione.

In questo segno di Cristo-luce, di Cristo pastore, di Cristo redentore del mondo, mi è caro soffermarmi con voi a considerare il valore delle Confraternite a cui appartenete. La loro origine - come ben sapete - risale all’inizio dell’XI secolo, quando gruppi di cristiani ferventi si formano intorno ai monasteri di Germania, di Francia, di Calabria, di Toscana e di altre regioni italiane.

La loro benemerita attività si sviluppa in sempre maggior consonanza con la Chiesa, fino alla massima espansione dei secoli XIII-XIV con i fratelli e le sorelle della Penitenza, istituiti nell’ambito dei nuovi ordini di san Francesco e di san Domenico, come pure di altri istituti religiosi. Nel Cinquecento nascono gli Oratori, legati alle Confraternite o Compagnie, come l’Oratorio del Divino Amore, sorto a Roma nel 1517, o gli Oratori di san Filippo Neri, tanto benemeriti per la vita spirituale e per l’assistenza ai poveri e ai pellegrini. Si può anzi dire che fino al secolo XVII la carità della Chiesa viene esercitata specialmente attraverso questi Oratori e Confraternite. Tra di esse vanno ricordate le “Misericordie” toscane, tuttora fiorenti e operose.

Le finalità delle Confraternite si possono riassumere in tre parole: culto, beneficenza, penitenza.

a) Esse hanno avuto anzitutto cura del culto di Dio, di Gesù, di Maria (specialmente col santo Rosario), dei santi, specie dei patroni locali, delle anime del Purgatorio, per le quali facevano abbondanti suffragi. Un particolare impegno hanno posto, come ancora oggi avviene in alcune nazioni dell’Europa o dell’America Latina, nella commemorazione dei misteri della passione e morte di nostro Signore durante la Settimana Santa, con processioni e rappresentazioni di grande efficacia spirituale.

b) La beneficenza è stata poi praticata secondo gli insegnamenti della Chiesa proposti nelle opere di misericordia spirituale e corporale.

Essa si è tradotta anche in gesti di solidarietà sociale, specialmente nel secolo XIII, quando col formarsi delle “arti” e corporazioni, i loro membri si associarono anche in Confraternite corrispondenti ai vari misteri, svolgendo un ruolo decisivo per consolidarsi della solidarietà e della fratellanza cristiana, per la fusione delle classi sociali, per l’attuazione di opere assistenziali, specialmente ospedaliere, e non di rado di opere pubbliche.

c) La penitenza ha fatto pure parte degli scopi delle Confraternite, che intendevano curare la formazione e il perfezionamento morale dei propri associati, e implorare la divina clemenza in tempi di gravi calamità naturali o di decadimento dei costumi.

5. Ma al di là di questi scopi specifici, vi era un motivo più profondo da cui i fedeli erano mossi ad associarsi: “pro Dei timore et Christi amore”, cioè per il santo timor di Dio e per amore di Cristo!

Eccoci di nuovo dinanzi a Cristo pastore e redentore, a Cristo luce della vita, a Cristo che attira a sé gli uomini, a Cristo che insegna e aiuta a conciliare, nello spirito umano e nella pratica della vita cristiana, il timore e l’amore di Dio, la penitenza e la gioia, la pietà e lo slancio dell’azione.

Come allora, anche oggi Cristo chiama gli uomini alla fede, alla carità, alla speranza; e tra coloro che lo seguono, sceglie i discepoli e gli apostoli ai quali affida il compito di testimoniare, predicare e attuare nel mondo il suo Vangelo.

Questa scelta si attua anche per coloro che si riuniscono nelle Confraternite per svolgere la loro attività, in forme antiche e nuove, nel triplice campo tradizionale del culto, della beneficenza, della penitenza e per accentuare, secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II (cf. Lumen Gentium, 33-36; Apostolicam Actuositatem, 6-8.12.13.18-19) e del nuovo Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici, can. 298), l’impegno apostolico delle loro associazioni. Nella storia delle Confraternite esistono non pochi precedenti di tale destinazione all’apostolato: come nelle Compagnie del Divino amore, già ricordate e, nelle Confraternite della dottrina cristiana sorte ad opera di san Carlo Borromeo e del Concilio di Trento ed estese dalla Chiesa in tutte le parrocchie.

Oggi l’urgenza dell’evangelizzazione esige che anche le Confraternite partecipino più intensamente e più direttamente all’opera che la Chiesa compie per portare la luce, la redenzione, la grazia di Cristo agli uomini del nostro tempo, prendendo opportune iniziative, sia per la formazione religiosa, ecclesiale e pastorale dei loro membri, sia in favore dei vari ceti nei quali è possibile introdurre il lievito del Vangelo.

A questo scopo apostolico può e deve servire anche l’imponente patrimonio artistico accumulato dalle Confraternite nei loro Oratori e Chiese; la grande quantità di abiti, insegne, statue, crocifissi (come quelli portati qui, oggi, dalle gloriose “casasse” di Genova e Liguria), con cui le Confraternite intervengono a funzioni e processioni sacre; l’incidenza che ancora oggi le manifestazioni delle Confraternite possono avere non solo nella sfera della pratica religiosa, ma anche nel campo del “folklore” ispirato alla tradizione cristiana: tutto può e deve servire all’apostolato ecclesiale, specialmente liturgico e catechistico.

6. Sono lieto, come Vescovo di Roma, di poter adorare insieme con voi oggi, in questa domenica di Quaresima, Cristo, che è la nostra Luce.

Come egli restituisce la vista al cieco nato, così dà a noi la vita della fede.

San Paolo descrive nella lettera agli Efesini quasi ricollegandosi all’odierno Vangelo di san Giovanni: “Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce”.

Per questo sta scritto: “Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà” (Ef 5, 8-10.14).

In questa frase risuona la voce della Pasqua ormai vicina. A questa Pasqua dell’Anno Giubilare della Redenzione preparatevi, cari fratelli e sorelle, con grande apertura di spirito.

Che “Cristo vi illumini” nuovamente.

Che egli splenda nelle venerande tradizioni delle vostre associazioni e comunità; nella vostra vita familiare e professionale; nelle vostre parrocchie e diocesi.

“Il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità”.

Che Cristo - crocifisso e risorto - illumini per mezzo vostro tutti gli uomini di buona volontà!

 

© Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana

 

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