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VIAGGIO APOSTOLICO IN CANADA

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA PER LO SVILUPPO DEI POPOLI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Aeroporto di Edmonton
Lunedì, 17 settembre 1984

 

“Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore, / egli annunzia la pace. / Misericordia e verità s’incontreranno; / giustizia e pace si baceranno” (Sal 85, 8.10).

Cari fratelli e sorelle in Cristo,

1. Queste sono parole dell’odierna liturgia, tratte dai salmi responsoriali. Il Dio dell’Alleanza è un Dio di pace. La pace sulla terra è un bene che appartiene al suo regno e alla sua salvezza. Questo bene si ottiene nella giustizia e nella fedeltà ai divini comandamenti. Questo bene, che è la pace, ci è promesso in differenti sfere; come bene interiore della nostra coscienza, come bene dell’umana convivenza, e infine, come bene sociale e internazionale.

Quest’ultimo significato era quello che Paolo VI intendeva quando scrisse queste memorabili parole: “II nuovo nome della pace è sviluppo”. Egli scrisse queste parole nell’enciclica Populorum progressio (Pauli VI, Populorum Progressio, n. 87).

2. Oggi siamo qui riuniti a Edmonton per fare di questo tema dello sviluppo o progresso dei popoli il principale obiettivo delle nostre meditazioni e preghiere nel Sacrificio eucaristico. In questa comunità eucaristica è prima di tutto raccolta l’intera Chiesa dell’arcidiocesi di Edmonton. Desidero perciò salutare questa Chiesa insieme al suo pastore, l’arcivescovo MacNeil, e così anche l’eparchia di Edmonton degli ucraini, insieme con il vescovo Savaryn e il vescovo Greschuk. Accolgo inoltre con profonda gratitudine la presenza di un grande gruppo di fedeli di Saskatchewan, che hanno portato le loro croci per essere benedette. E abbraccio nell’amore di Gesù Cristo nostro Signore tutti i pellegrini e i visitatori. I profughi dall’America Centrale, dal Sud Est Asiatico e dall’Europa Orientale, hanno un posto speciale nel mio cuore.

Desidero salutare tutti coloro che sono venuti dalle altre diocesi di Alberta, da Grouard-McLennan, da Calgary e Saint Paul: dalla Columbia Britannica, dai territori del nord-ovest, e i visitatori provenienti dagli Stati Uniti. Oltre agli ucraini di lingua germanica, saluto anche ogni gruppo etnico e culturale: italiano, portoghese, spagnolo, lituano, sloveno, boemo, croato, ungherese, e polacco. E ancora: i filippini, i cinesi, i coreani e i vietnamiti. A tutti voi e quelli che sono qui oggi, grazie e pace in Gesù Cristo, il Figlio di Dio e Salvatore del mondo.

Visto il tema, credo che in un certo senso tutto il Canada partecipi a questo incontro di Edmonton. Pur se il tema è stato proposto dalla comunità locale, certamente lo si è scelto con il pensiero rivolto all’intera società, per la quale la causa dello sviluppo dei popoli è una questione della massima importanza e di responsabilità sociale e internazionale. Specialmente dal momento che questo “sviluppo” o “progresso” è il nuovo nome della “pace”.

3. La liturgia ci porta a considerare quest’importante tema, prima di tutto, così come esso è presentato nel venticinquesimo capitolo del Vangelo di san Matteo.

Abbiamo ascoltato oggi il Vangelo sul giudizio finale con la stessa emozione di sempre. Questo brano tocca alcune questioni fondamentali riguardo alla nostra fede e moralità. Questi due campi sono strettamente legati l’uno all’altro. Forse nessun altro passo del Vangelo parla della loro relazione in modo altrettanto convincente.

La nostra fede in Gesù Cristo trova qui una specie di espressione compiuta: “Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio” (Gv 5, 22). Nel Vangelo di oggi Cristo sta davanti a noi come giudice. Egli ha uno speciale diritto per emettere questo giudizio; perché egli divenne uno di noi, nostro fratello. Questa fratellanza con la natura umana, e allo stesso tempo la sua fratellanza con ogni singola persona, lo ha condotto alla croce e alla risurrezione. Quindi egli giudica nel nome della sua solidarietà con ogni persona e parimenti nel nome della nostra solidarietà con lui, che è nostro fratello e redentore e che noi scopriamo in ogni essere umano: “lo ho avuto fame . . . ho avuto sete . . . ero forestiero . . . nudo . . . malato . . . carcerato . . .” (Mt 25, 35-36).

E quelli chiamati al giudizio, alla sua destra o alla sua sinistra, chiederanno: quando e dove? Quando e dove ti abbiamo visto come adesso? Quando e dove abbiamo fatto quel che tu dici? Oppure: quando e dove non lo abbiamo fatto?

La risposta: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). E, viceversa: “Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt 25, 45).

4. “A uno di questi miei fratelli più piccoli”. Dunque: all’uomo, a una persona umana che ha bisogno.

E ancora, il Concilio Vaticano II, seguendo tutta la tradizione, ci ammonisce a non fermarci a un’interpretazione “individualistica” dell’etica cristiana, perché l’etica cristiana ha anche la sua dimensione sociale. La persona umana vive in una comunità, in una società. E con la comunità divide fame e sete e malattia e malnutrizione e miseria e tutte le privazioni che ne risultano. Nella sua stessa persona l’essere umano è destinato a sperimentare i bisogni degli altri.

È così che Cristo, il giudice, parla di “uno di questi miei fratelli più piccoli”, e allo stesso tempo egli sta parlando di ciascuno e di tutti.

Sì. Egli sta parlando dell’intera dimensione globale dell’ingiustizia e del male. Egli sta parlando di ciò che oggi siamo abituati a chiamare il contrasto Nord-Sud. Quindi non solo Est-Ovest, ma anche Nord-Sud: il Nord sempre più ricco, e il Sud sempre più povero.

Sì, il Sud, che diventa sempre più povero; e il Nord, che diventa sempre più ricco. Più ricco anche dei missili con cui le super-potenze e i blocchi possono reciprocamente minacciarsi. E si minacciano a vicenda - anche questa è una delle ragioni - per non distruggersi a vicenda.

Questa è una dimensione a sé - e secondo l’opinione di molti è una dimensione di facciata - della mortale minaccia che pesa sul mondo moderno e che richiede specifica attenzione.

Ciò nondimeno, alla luce delle parole di Cristo, questo Sud povero giudicherà il Nord ricco. E i popoli poveri e le nazioni povere - poveri in vari modi, non solo per mancanza di cibo, ma anche per mancanza di libertà e altri diritti umani - giudicheranno quei popoli che gli portano via questi beni, arrogandosi il monopolio imperialistico dell’economia e della supremazia politica alle spese degli altri.

5. Il Vangelo dell’odierna liturgia è molto ricco di contenuti. È pertinente alle differenti sfere dell’ingiustizia e della malvagità umana. Nel mezzo di ciascuna di queste situazioni sta Cristo stesso, e come redentore e giudice egli dice: “L’avete fatto a me”, “non l’avete fatto a me”.

Nondimeno egli vuole, in questo giudizio finale, che è costantemente a venire e che in un certo senso è costantemente presente, testimoniare prima di tutto del bene che è stato fatto.

E di qui prende le mosse anche quella significativa espressione dell’insegnamento della Chiesa, la principale formulazione della quale è divenuta la Populorum Progressio. Quella che era l’intima preoccupazione di Paolo VI e della Chiesa universale è divenuta dinamica azione e un vibrato appello che echeggia ancor oggi: “Non è solo questione di eliminare la fame, o anche di ridurre la povertà. La lotta contro la miseria, benché urgente e necessaria, non è sufficiente. È questione, piuttosto, di costruire un mondo dove ogni uomo, qualunque sia la sua razza, religione o nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana, libero dal servaggio impostogli dagli altri uomini o dalle forze naturali; un mondo in cui la libertà non sia una parola vuota e dove il povero Lazzaro possa sedere alla stessa tavola con il ricco” (Pauli VI, Populorum Progressio, n. 47).

Sì, “sviluppo” è il nuovo nome della pace. La pace è necessaria; è un imperativo del nostro tempo. E tale è anche questo sviluppo o progresso: il progresso di tutti gli svantaggiati.

6. Oggi noi preghiamo con questo spirito. L’odierna liturgia enfatizzata molto chiaramente il legame fra giustizia e la pace.

Guardate la prima lettura di Isaia: “Ma infine in noi sarà infuso uno spirito dall’alto . . . Effetto della giustizia sarà la pace, frutto del diritto una perenne sicurezza. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri” (Is 32, 15.17-18).

Questo fu scritto dal profeta secoli prima di Cristo. Come sono durevoli e immutabili i desideri degli individui e dei popoli!

E più tardi, dopo Cristo, l’apostolo Paolo scrive nella Lettera ai filippesi: “E la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Fil 4, 7).

Ancora, la condizione per tale pace è il comportamento umano in ogni dimensione dell’esistenza. Quindi, continua san Paolo: “Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi” (Fil 4, 8-9).

7. Oggi in Canada, in questa città di Edmonton, noi preghiamo per il progresso dei popoli. Preghiamo dunque, secondo il senso delle parole del papa Paolo VI, per la pace, perché noi preghiamo per ciò che ad essa dona attualmente il suo significato. Le parole del profeta Isaia e dell’apostolo delle nazioni ci orientano nel medesimo senso. Per questo noi preghiamo mentre celebriamo questa Eucaristia e prendiamo parte ad essa.

Che la nostra preghiera salga sino al cielo! Che il Dio della pace sia con noi!

Che il Dio della pace sia con noi! Questo grido esprime anche tutto il dramma della nostra epoca, tutta la minaccia che pesa su di essa. La minaccia nucleare? Sicuro!

Ma ancora: tutta la minaccia dell’ingiustizia, la minaccia che proviene dalla struttura rigida dei sistemi dei quali l’uomo non può evitare l’oppressione - questi misteri che non si schiudono mai abbastanza da poter andare verso l’uomo, servire lo sviluppo dei popoli, la giustizia con tutte le sue esigenze, e la pace.

Ovunque, nel mondo, non sembra che il bilancio si aggravi sempre di più, il bilancio di ciò che noi “non abbiamo fatto a uno di questi nostri fratelli più piccoli”? A milioni di questi nostri fratelli più piccoli? A miliardi? Questo lo dobbiamo dire ugualmente qui, in Canada, un Paese che è vasto come un continente.

E allo stesso tempo da qui, da questo stesso luogo, dobbiamo dirlo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, e a tutti i gruppi, le comunità, le organizzazioni, le istituzioni, i governi e le nazioni, che quel che veramente conta è tutto quello che noi “abbiamo fatto” e che noi faremo ancora, che noi progetteremo e realizzeremo con energia e determinazione sempre maggiori.

Così il bilancio può progredire, deve progredire grazie a tutto ciò che noi “abbiamo fatto” per una persona, per milioni, per miliardi di persone: sarà lì il bilancio positivo di ciò che è buono nella storia dell’uomo.

Il giudizio di cui si parla nel Vangelo di oggi è costantemente in preparazione e sta già avendo luogo: quello che avete fatto a uno . . . a milioni . . . a miliardi, “lo avete fatto a me”!

Il Dio della pace sia con noi, qui in Canada e ovunque.

Possano giustizia e pace baciarsi (cf. Sal 85, 10) ancora una volta alla fine del secondo millennio che ci prepara alla venuta di Cristo, in gloria. Amen. 

Vi ringrazio moltissimo per la vostra partecipazione. Desidero esprimere la mia profonda gratitudine per tutta la celebrazione della vostra fede ad Edmonton, innanzi tutto all’arcidiocesi di Edmonton e all’arcidiocesi di questa regione, compresa una parte del Saskatchewan. Vi ringrazio per l’accoglienza di ieri lungo le strade. È stata meravigliosa. Il mio grazie va specialmente ai gruppi che hanno cantato e danzato durante gli incontri della giornata. E ora vi ringrazio con tutto il cuore per la preghiera ecumenica.

Noi guardiamo e lavoriamo per l’unità dei cristiani, e anche per le religioni non cristiane, per la gente che crede in Dio, che lo cerca, come è possibile per tutti e con tutti costoro noi ci uniamo per andare insieme verso un comune destino, poiché questo destino è Dio stesso. Il Concilio Vaticano II ha reso più profonda la nostra convinzione che gli uomini e le donne di tutta l’umanità sono fratelli e sorelle, che siamo stati creati dal medesimo Creatore, lo stesso Dio nostro Padre e noi tutti siamo stati redenti dallo stesso Cristo Gesù, figlio di Dio; da Dio, dal suo Spirito, dal suo Santo Spirito che opera nell’anima di ciascuno di noi e che questa è la divina dimensione dell’esistenza umana. Noi scopriamo sempre di più questa divina dimensione e cerchiamo il modo di esprimerla a Dio. La preghiera ecumenica ne era un esempio e vi ringrazio per questa solenne Eucaristia che abbiamo appena finito di celebrare qui ad Edmonton. Vi ringrazio per la partecipazione e per i diversi preparativi. Ringrazio assieme a voi la Provvidenza per il sole e per il vento. Vi ringrazio per le vostre preghiere e per i meravigliosi canti del vostro coro; ancora grazie all’orchestra.

Rinnovo il mio benvenuto a tutti i gruppi, a tutti i gruppi etnici e a tutti voi ripeto: sia lodato, sia lodato Dio Padre, nostro Padre, la Santissima Trinità, il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Grazie.

 

© Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana

 

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