Piazza del Duomo (Milano) - Domenica, 4 novembre
1984
1. “Il Signore è il mio pastore” (Sal 23, 1).
Carissimi fratelli e sorelle riuniti nel cuore di questa prestigiosa e laboriosa
città per la quale san Carlo si dedicò come pastore!
Il 3 novembre 1584 il cardinale Carlo Borromeo, arcivescovo della Chiesa
milanese, rese la sua anima a Dio. Morì all’età di 46 anni. Gli occhi fissi
sul Crocifisso, diede l’ultima testimonianza a colui al quale aveva
consacrato completamente la vita.
Un profilo sintetico di questa vita ci è stato presentato dall’odierna liturgia
in rito ambrosiano.
Il moribondo, fissando lo sguardo su Cristo crocifisso, sembrava ripetere:
“Il Signore è il mio pastore”.
2. E insieme col suo vescovo morente, tutta la Chiesa milanese sembrava
ripetere le stesse parole.
Il Signore si era già rivelato - un tempo - in questa comunità ecclesiale come
il Buon Pastore mediante il grande sant’Ambrogio e, nel corso dei secoli,
mediante molti altri vescovi.
Ed ecco nuovamente, nell’arco del XVI secolo, il Buon Pastore trovò un suo nuovo
riflesso - della statura di Ambrogio - in Carlo, della famiglia dei
Borromeo, del quale commemoriamo i quattrocento anni della morte.
Chi è il Buon Pastore? È colui, che offre la vita per le pecore.
È colui, che conosce le sue pecore ed esse conoscono lui.
È colui, la cui voce ascoltano, divenendo una sola comunità di Dio, un
solo gregge.
È colui che il Padre ama.
È Cristo.
Carlo Borromeo morente su un duro giaciglio s’immerge con lo sguardo e con il
cuore in Cristo crocifisso, e sembra dire: “Il Signore è il mio pastore”.
La Chiesa milanese, raccolta intorno al letto del moribondo, sembra dire:
- il buon pastore
- era con noi, durante questi anni,
il pastore modellato su Cristo.
- Ecco, il buon pastore ci lascia.
Il Vangelo vera Parola di Vita
3. San Carlo Borromeo fu grande pastore della Chiesa, prima di tutto perché
egli stesso seguì Cristo-Buon Pastore.
Lo seguì con costanza, ascoltando le sue parole e attuandole in modo eroico.
Il Vangelo divenne per lui la vera parola di vita, plasmandone i pensieri e
il cuore, le decisioni e il comportamento.
Nel sacramento del Battesimo viene concepita in noi una nuova vita. “Noi
sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita”, sembrava ripetere
Carlo Borromeo come l’apostolo, fin dalla fanciullezza . . . “siamo passati
dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1 Gv 3, 14).
Proprio quest’amore ha fatto di lui uno straordinario discepolo e seguace di
Cristo-Buon Pastore.
In giovane età egli venne nominato cardinale di santa romana Chiesa e
arcivescovo di Milano; fu chiamato ad essere pastore della Chiesa, perché
egli stesso si lasciò guidare dal Buon Pastore.
“Il Signore è il mio pastore . . . / ad acque tranquille mi conduce. / Mi
rinfranca, mi guida per il giusto cammino / per amore del suo nome” (Sal
23,1-3).
4. Quanto era importante, proprio in quell’epoca, andare “per il giusto
cammino”. Quant’era importante avere in se stessi quella “alacrità” e
la potenza dello Spirito da comunicare poi agli altri! Quant’era
importante trovare riposo nel Signore stesso mediante la preghiera, la
contemplazione e la stretta unione con lui tra le fatiche, i compiti e le
sofferenze di questa vocazione straordinaria!
Non si impaurì per le minacce ed i pericoli
In mezzo a queste fatiche e lotte, proprie del servizio pastorale,
Carlo Borromeo poteva ripetere, fissando gli occhi su Cristo: “Il tuo bastone e
il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Sal 23, 4).
E così egli entrava nel suo popolo di Dio, nella sua Chiesa come vescovo
e pastore, partecipando al mistero imperscrutabile di Cristo, eterno e unico
pastore delle anime immortali, che abbraccia i secoli e le generazioni,
innestando in essi la luce del “secolo futuro”.
5. Il secolo e la generazione in cui fu dato a Carlo di vivere e operare,
non erano facili. Essi anzi appartenevano a tempi particolarmente
difficili della storia della Chiesa.
Gli occhi fissi al suo Redentore e Sposo, il cardinale Borromeo sembrava
ripetere col salmista: “Se dovessi camminare in una valle oscura, / non
temerei alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23, 4).
San Carlo non si impaurì per le minacce e i pericoli che sovrastavano allora la
Chiesa. Li seppe affrontare. Ebbe l’umiltà e la grandezza di vedute necessarie
per dare un valido contributo al fine di portare a termine l’opera allora
indispensabile del Concilio di Trento.
Come è noto infatti, fin da quando era a Roma, chiamato dalla zio, il papa Pio
IV, fu creato cardinale e, divenuto capo della segreteria papale, si adoperò
perché il Concilio, interrotto nel 1552, riprendesse i suoi lavori e giungesse a
compimento, stabilendo le linee della vera, grande riforma della quale la Chiesa
aveva bisogno (H. Jedin, Carlo Borromeo, Roma 1971, p. 9). Fu un’attività
intensa, che rivelò le sue eccezionali capacità di lavoro e alla quale si dedicò
con ardore, nella coscienza di operare per il bene della Chiesa. Al termine del
Concilio, scriveva al cardinale Morone: “È tanto il desiderio mio che ormai si
attenda ad eseguire, appena sarà confermato, questo santo Concilio, conforme al
bisogno che ne ha la cristianità tutta” (J. Susta, Die römische Kurie und das
Konzil von Trient, Wien 1904, IV, p. 454).
6. La via del rinnovamento indicata allora dal Concilio di Trento fu da lui
accolta come norma per la sua attività nella sede milanese.
Una volta che a Roma, come membro di un’apposita commissione cardinalizia, aveva
contribuito alla determinazione delle direttive generali per l’applicazione del
Concilio, sentì poi urgente il bisogno, quando fu investito della responsabilità
pastorale per la Chiesa milanese, di tradurre nei fatti quelle direttive secondo
le possibilità e le esigenze particolari di quella comunità ecclesiale. Dopo
aver quindi dato prova, a Roma, della vastità e profondità dei suoi disegni di
rinnovamento, seppe anche mostrare, a Milano, una straordinaria capacità di
calare quei principi nella concretezza delle situazioni (Ivi). Come
scrisse di lui il cardinale Seripando, egli era “uomo di frutto e non di fiore,
di fatti e non di parole” (M. De Certau, Dizionario biografico degli italiani,
20, Roma 1977, p. 263). Perciò volle applicare i canoni della riforma passando
immediatamente all’azione; e bisogna dire che egli seppe incontrare nel clero,
nei religiosi e soprattutto nel popolo di Dio una generosa disponibilità alle
sue aspettative pastorali.
La premura di san Carlo di realizzare le disposizioni del Concilio Tridentino
appare innanzitutto dal suo impegno per l’istituzione dei seminari,
oggetto di uno dei più importanti decreti dell’assemblea conciliare. Tale
decreto era stato approvato il 15 luglio del 1563 e appena l’anno successivo san
Carlo, ancora residente a Roma, fondò a Milano il primo seminario, affidandolo
ai padri della Compagnia di Gesù. Negli anni seguenti istituì altri seminari
minori.
Un altro campo, in cui san Carlo appare per eccellenza il “vescovo del Concilio
di Trento”, è quello dell’istituzione dei concili provinciali e dei
sinodi diocesani, voluti appunto a Trento, e che risorgevano dopo una lunga
dimenticanza risalente al medioevo. Anche da queste assemblee ecclesiali appare
chiarissima nel Borromeo la consapevolezza, del tutto conforme all’ispirazione
tridentina, che la riforma dovesse cominciare dalla testimonianza di buoni
pastori e buoni sacerdoti: “Io sono deciso - scriveva a papa Pio IV (citato da
C. Orsenigo, Vita di Carlo Borromeo, Milano 1911, pp. 107-108) - di
incominciare dai prelati la riforma prescritta a Trento: è questa la strada
migliore per ottenere l’obbedienza nelle nostre diocesi. Noi dobbiamo marciare
per i primi: i nostri soggetti ci seguiranno più facilmente”.
La legislazione conciliare e sinodale fece di san Carlo il creatore di un nuovo
diritto ecclesiastico locale, che ha lasciato la sua impronta, nella vostra
diocesi, fino ad oggi. Egli però voleva essere innanzitutto pastore, e per
questo corredò le norme emanate con una serie minuziosa di disposizioni, che
mostrarono la concretezza del suo senso pastorale. Aveva poi acquistato una
conoscenza precisa dei bisogni del suo popolo mediante un gran numero di
visite pastorali, durante le quali cercò di valorizzare la funzione delle
parrocchie.
A questo proposito, il mio predecessore papa Paolo VI ebbe a dire giustamente
che una delle note più caratteristiche del di lui episcopato fu l’intento di
“creare una santità di popolo, una santità collettiva, di fare santa tutta la
comunità” (G. B. Montini, Discorsi sulla Madonna e sui Santi, Milano
1965, p. 346).
7. Dice la liturgia odierna: “Se dovessi camminare in una valle oscura, non
temerei alcun male, perché tu sei con me”.
Carlo Borromeo ha avuto un cuore sempre largamente aperto ai poveri e ai
bisognosi.
Ha saputo soffrire con i sofferenti.
L’amore di Cristo, che praticava verso ciascuno di essi, gli permise di non
temere alcun male.
Ciò si manifestò in modo particolare quando Milano, durante la peste,
che ivi infierì, divenne veramente quella “valle oscura” della disgrazia
umana, di cui parla il salmista. In quell’occasione egli volle, come Cristo,
“amare i suoi fino alla fine” (cf. Gv 13, 1), ed essere pronto a dare la
vita per le pecorelle. Di fatto corse effettivamente questo rischio, esponendosi
al contagio con la sua presenza in mezzo agli appestati, ai quali portava il suo
aiuto e il suo conforto della sua parola e dei sacramenti.
Con il suo zelo e il suo prestigio finì per trovarsi alla direzione dell’opera
di soccorso, provvedendo alla pubblicazione di un direttorio per l’assistenza
dei malati e portando ordine e disciplina in simile drammatico frangente”
(citato dal M. Bendiscioli, in Storia di Milano, X, Milano 1957, p. 245).
La peste fu così per lui occasione per rinsaldare la sua unione con la
popolazione milanese, più che mai amata in quel momento. Ne aveva visto la
sciagura, quando era “affamata, angustiata e bisognosa di essere continuamente
soccorsa per vivere”; ne vide poi, grazie anche alla sua opera, la risurrezione:
“O bontà e grazia di Dio - disse nell’omelia della fine del 1576 - come sono ora
mutate le cose? Come sono subito reparate quelle rovine nostre? Come restituita
la sanità, rinnovata la speranza della prima grandezza?”. Si vede qui l’umiltà
del santo che in questo ritorno della vita riconosce la potenza del dito di Dio,
come prima, nell’evento della peste, aveva riconosciuto un salutare richiamo
alla penitenza e ai valori eterni.
8. Quando il 3 novembre 1584 la Chiesa milanese si strinse accanto al suo
cardinale morente, i pensieri e i cuori di tutti si concentrarono sull’immagine
del Buon Pastore. “Abbiamo conosciuto l’amore”.
“Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi” (1
Gv 3, 16).
E Carlo Borromeo, con gli occhi fissi sulla croce di Cristo, rese fino
alla fine testimonianza a colui che era la sua “via, la verità e la vita”
(Gv 14, 6).
“Il Signore è il mio pastore . . .
Felicità e grazia mi saranno compagne / tutti i giorni della mia vita, / e
abiterò nella casa del Signore / per lunghissimi anni” (Sal 23, 6).
Quattrocento anni fa Carlo Borromeo lasciava questi luoghi, e la sua dipartita
divenne l’inizio di quella pienezza di vita, che i santi trovano
in Dio stesso.
Dopo quattrocento anni tutta la Chiesa, ricordando la vita e la morte di san
Carlo, adora e ringrazia la santissima Trinità,
- perché “l’uomo vivente è gloria di Dio” (Ireneo, Adversus haereses,
IV, 20, 7): l’uomo in tutta la pienezza di vita che si raggiunge nel Dio
vivente.
Signor cardinale arcivescovo di questa città! Venerati fratelli vescovi!
Autorità qui presenti, sacerdoti, religiosi, sorelle e fratelli tutti del popolo
di Dio che è in diocesi di Milano!
L’intercessione di san Carlo continui a proteggere questa amatissima comunità
ecclesiale per la quale egli si prodigò come pastore e il suo esempio sia ancor
oggi d’incoraggiamento e di sprone per tutti.
Sia lodato Gesù Cristo.
Al termine della Santa Messa, Giovanni Paolo II si rivolge ai fedeli presenti
pronunciando le seguenti parole
Carissimi fratelli e sorelle, figli e figlie di questa Chiesa che quattro secoli
fa ha avuto come pastore il cardinale Carlo Borromeo, vi ringrazio per questo
invito a celebrare insieme con voi il suo quarto centenario. Mi è stato dato di
far conoscenza di luoghi meravigliosi. Ho potuto conoscere meglio la sua
spiritualità fondata sui diversi carismi, cominciando da quel carisma
fondamentale che proviene dal Battesimo. Mi è stato dato di visitare i diversi
luoghi della sua nascita e della sua morte, della sua preghiera, dei suoi studi.
Devo dire che quest’anno ho potuto celebrare in un modo veramente eccezionale la
solennità di san Carlo Borromeo, che è anche il mio patrono.
Alla luce di questo quarto centenario della sua morte benedetta e santa, abbiamo
potuto insieme con il vostro attuale arcivescovo, cardinale Carlo Maria Martini,
contemplare questo esempio che la Chiesa, tramite i nostri genitori, ci ha dato
nel Battesimo, per seguirne le orme. Voglio indirizzare ancora una parola di
augurio al nostro amatissimo cardinale decano del Sacro Collegio, che con i suoi
92 anni ha voluto essere insieme con noi per questa solenne circostanza.
“Mirabilis Deus in sanctis suis”. Ecco queste sono le meraviglie di Dio, del
nostro Creatore e Redentore, dello Spirito Santo. È meraviglia del Signore, san
Carlo Borromeo. “Et Sanctus in omnibus operibus”. La santità espressa, in modo
possiamo dire stupendo, nella vita di un uomo come san Carlo Borromeo ci porta
verso la santità di Dio stesso, la santità che trascende ogni santità nella
creatura, ma che nella creatura ha voluto trovare la sua immagine e somiglianza
in ciascuno di noi. “Sanctus in omnibus operibus suis”. Che questo solenne
centenario di san Carlo Borromeo, pastore e patrono della Chiesa di Milano,
porti a ciascuno di noi, una profonda conferma della dignità che tutti portiamo
nella nostra stessa umanità e ci faccia pronti a portare questa dignità che
proviene da Dio come fondamento del nostro cammino. Ecco il nucleo stesso del
messaggio che san Carlo Borromeo ci lascia nel quarto anniversario della sua
benedetta, santa morte. Sia lodato Gesù Cristo.
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Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana