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CELEBRAZIONE EUCARISTICA A SAN CARLO AL CORSO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica dei SS. mi Ambrogio e Carlo al Corso
 Domenica, 13 gennaio 1985

 

“Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Mc 1,11).

1. Questa solenne proclamazione proveniente dal cielo, carissimi fratelli e sorelle, trova echi vibranti nelle profondità del nostro intimo.

“Tu sei il Figlio mio prediletto”.

È la testimonianza che suggellò il Battesimo di Gesù nelle acque del Giordano all’inizio della sua vita pubblica, mentre lo Spirito Santo scendeva su di lui in forma di colomba.

È l’affermazione della prerogativa suprema che contrassegna l’itinerario terreno del Cristo.

È la garanzia della sua presenza nella storia umana da un secolo all’altro, da un millennio all’altro, fino a quando egli ritornerà, al concludersi del tempo.

“Tu sei il Figlio mio prediletto”.

È la verità che sta alla fonte delle nostre certezze e a fondamento delle nostre speranze.

È il cuore del patrimonio dottrinale della Chiesa, la quale, in sintonia col primo Pietro, continua a fare propria quella attestazione celeste, professando al suo Signore: sì, “tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16).

2. Sotto le volte di questa grande basilica, nella quale - insieme con gli aderenti all’arciconfraternita dei santi Ambrogio e Carlo - è oggi confluita una numerosa rappresentanza dell’Azione cattolica diocesana, le citate parole del Vangelo odierno risuonano con particolare accento nell’imperitura memoria di San Carlo Borromeo.

Nel novembre scorso, ricorrendo il quarto centenario della sua morte, ho percorso alcuni tratti del suo incessante pellegrinare, soffermandomi su talune delle orme ch’egli ha impresso alla geografia religiosa e civile della terra ambrosiana.

Oggi, in ideale collegamento con quel viaggio e quasi a naturale compendio di esso, mi è caro sostare nella chiesa che, tra quelle sacre al grande pastore nel centro della cristianità, ha il privilegio di custodire da secoli, quale preziosa e singolare reliquia, il cuore di lui.

A quel cuore, che conobbe i palpiti della carità dolce e austera e della pastoralità sollecita e intrepida, io rendo il mio fervente, devoto e commosso omaggio.

Lo faccio immedesimandomi nella preghiera con la quale egli concluse il sermone pronunziato nel duomo di Milano il 27 maggio 1584, a pochi mesi dalla morte:

“Signore, noi riconosciamo che è cosa brutta e mostruosa che uomini di carne abbiano cuori di ferro. Ma se i nostri cuori diventano tanto duri, come potremmo renderli più teneri? . . . Tu, Signore, puoi anche dalle pietre suscitare figli di Abramo. Questo è proprio il tuo compito. Ecco, noi ti presentiamo e ti offriamo i nostri cuori così come sono. Tu ricorda la tua divina parola, con la quale hai promesso, per mezzo del profeta Ezechiele, che avresti tolto da noi il cuore duro di pietra per sostituirlo con uno di carne. Toglici dunque i nostri cuori e donaci quelli che piacciono a te”.

3. Questa appassionata invocazione avvalori i saluti, che porgo con grande affetto a quanti compongono la presente assemblea liturgica.

Saluto con speciale pensiero il cardinale vicario Ugo Poletti, che è anche titolare di questa basilica; saluto con lui il vescovo ausiliare monsignor Clemente Riva e la comunità dei padri Rosminiani, ai quali sono affidati il culto liturgico e la cura pastorale di questa chiesa.

Saluto voi, carissimi dirigenti, confratelli e consorelle dell’arciconfraternita dei santi Ambrogio e Carlo della terra lombarda, l’antichissima istituzione strettamente legata alla memoria delle Chiese di Lombardia, particolarmente di quella milanese, nell’Urbe.

La storia di questo glorioso sacro edificio si intreccia, fin dai suoi primordi, con la storia del vostro sodalizio, nato inizialmente nel nome di Sant’Ambrogio, al quale anche Carlo Borromeo appartenne. Fu la confraternita, infatti, insieme a eminenti ecclesiastici, a volere, poco dopo la canonizzazione di San Carlo, che, accanto all’oratorio eretto in onore di Ambrogio, sorgesse un tempio monumentale consacrato all’altro astro della cattedra mediolanense.

Le genti lombarde inseritesi nel tessuto ecclesiale e civile di Roma espressero in queste pietre la loro concezione della vita, la testimonianza della loro fede e laboriosità, e fecero di San Carlo al Corso il centro motore della pratica religiosa, delle opere di apostolato e di carità, che fiorirono all’ombra dell’agile cupola.

Una basilica lombarda e insieme romana, dunque, carica di memorie. Achille Ratti, il futuro Pio XI, celebrò la prima messa all’altare di San Carlo. Giovanni XXIII, che aveva ricevuto tra queste mura l’ordinazione episcopale, venne qui in pio pellegrinaggio il 4 novembre 1962. Paolo VI, a pochi giorni dall’elezione alla cattedra romana, il 29 giugno 1963, accolse qui, in un convegno orante che ebbe il carattere di commiato, i pellegrini della diocesi di Milano e di Brescia, venuti a Roma per la sua incoronazione. Non sono che alcuni dei molti ricordi di cui è intessuta la storia secolare, che voi tramandate alle nuove generazioni.

Sono certo che la fedeltà a sì profondo solco è per voi stimolo impellente a impegnarvi per corrispondere all’urgenza dell’evangelizzazione, secondo la linea che indicai alle confraternite in occasione della loro celebrazione giubilare il 1° aprile dell’anno scorso. Un’urgenza destinata a esprimersi in “opportune iniziative sia per la formazione religiosa, ecclesiale e pastorale dei membri, sia in favore dei vari ceti nei quali è possibile introdurre il lievito del Vangelo” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VII/1 [1984] 902).

C’è molto lavoro da compiere in questa direzione. Auguro che il vostro sodalizio, al quale otto anni fa, nella solennità dell’Epifania, si sono aggregati nuovi membri, prosperi sempre più, in modo da assolvere i propri compiti con l’ardore che distinse la vita e l’opera di Ambrogio e di Carlo, e che è parte cospicua della loro eredità spirituale.

4. Mi rivolgo ora a voi, carissimi dirigenti e membri dell’Azione cattolica romana, che avete scelto questa festa liturgica e questo luogo per rinfrancare i vostri propositi e ravvivare i vostri programmi. La vostra presenza mi reca grandissima gioia. Il mio cuore di vescovo di Roma esulta intensamente per la vostra determinazione. Godo di sapere che a questa celebrazione l’Azione cattolica romana ha attribuito il significato di una tappa fondamentale e decisiva del promettente incremento in atto nelle associazioni, specialmente in quelle dei giovani e dei ragazzi.

Spero che l’odierna ricorrenza del Battesimo di Gesù, celebrata col Papa sotto il patrocinio di San Carlo, segni davvero un serio rilancio spirituale e organizzativo. Sia fonte di nuovo slancio e di nuovo entusiasmo. Sia la spinta efficace e irreversibile a un rinvigorimento degli ideali e della formula dell’Azione cattolica, in piena armonia con le direttive ecclesiali e in generosa risposta alla necessità della società odierna.

Desidero che le mie parole, semplici e cordiali, forti e fiduciose, vi siano di sprone alla robustezza della fede, allo zelo dell’azione, al coraggio del sacrificio.

Gli impegni assunti aderendo all’Azione cattolica sono un’emanazione peculiare della realtà battesimale. Per la coincidenza diretta con il fine apostolico della Chiesa; per lo speciale vincolo con la gerarchia; per la specifica responsabilità riconosciuta al laicato in quanto tale (cf. Apostolicam actuositatem, 20).

5. Negli ultimi decenni i romani pontefici hanno più volte affermato che la nostra è l’epoca dell’azione.

Io lo ripeto a voi, oggi, con identica energia e persuasione. È l’ora dell’azione! Incertezze, smarrimenti, titubanze, attese passive non devono più tornare. La vocazione cristiana non ammette pause di assopimento né tanto meno di sonno. Nella vigna del Signore bisogna lavorare con alacrità, zelo e tenacia. Nella compagine sociale bisogna diffondere i fermenti della buona novella del Vangelo. Roma ne ha un bisogno immenso, nel nostro tempo. E l’Azione cattolica deve dare il proprio contributo con coerenza, ardore, generosità.

San Carlo, intramontabile genio del rinnovamento post-tridentino, egli che fu tra i primi ad associare i laici all’apostolato, parla con l’esempio della sua vita, votata alla preghiera, all’azione, alla penitenza. È, si può dire, la triplice dimensione dei battiti del suo grande cuore. È il trinomio a cui attinge fin dalle origini lo spirito dell’Azione cattolica. Il segreto della sua vitalità. Sulla strada della preghiera, dell’azione, del sacrificio l’insigne riformatore vi sia di guida e di sostegno.

Carissimi,

celebrando l’inizio della vita pubblica di Gesù, i nostri cuori si infiammino degli ardori che animarono il cuore di San Carlo, affinché possiamo costantemente vivere e operare in sincera coerenza con la dignità di figli di Dio, che ci è stata conferita nel Battesimo. Così sia per tutti.

 

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana

 

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