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SOLENNE BEATIFICAZIONE DI PIO DI SAN CAMPIDELLI,
MARIA TERESA DI GESÙ GERHARDINGER E RAFQA AR-RAYES

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 17 novembre 1985

 

“Voi siete il sale della terra” (Mt 5, 13).

1. Nell’odierna liturgia la Chiesa ci ricorda queste parole di Cristo Signore, pronunziate nel discorso della montagna.

Il sale ha il suo sapore che non può perdere. Grazie a questo sapore esso è necessario alla terra, è necessario all’uomo. Il cibo senza sale è insipido, senza gusto. Proprio per questo il sale deve conservare il suo sapore. Se lo perde, non serve a nulla (cf. Mt 5, 13).

Il Signore Gesù dice queste parole ai discepoli. E le dice servendosi di una parabola: “Voi siete il sale della terra”. Voi dovete essere sale. Voi dovete dare sapore - il sapore evangelico - alla vita dell’umanità. Siate il sale!

2. La Chiesa applica queste parole alle tre persone che oggi eleva alla gloria degli altari: Pio Campidelli, passionista; suor Maria Teresa di Gesù Gerhardinger, fondatrice delle Povere suore scolastiche di Nostra Signora; Rafqa (Rebecca) Ar-Rayes de Himlaya, monaca dell’Ordine Libanese Maronita. La santità è “il gusto” specifico della vita cristiana. E in questo senso i santi sono il sale della terra (cf. Lumen gentium, 33).

Come il buon sale, immersi nell’esperienza multiforme della vita umana e nell’epoca storica alla quale sono inviati, i santi, con l’intenso sapore della loro testimonianza fedele al Vangelo fino all’eroismo, sanno permeare il loro ambiente della dottrina di Cristo, contribuendo alla progressiva attuazione della missione della Chiesa nel mondo.

3. Nell’anno internazionale della gioventù è elevato alla gloria degli altari Pio Campidelli, fratel Pio di San Luigi, un giovane che, come sale saporoso, ha dato la vita per la sua terra, per il suo popolo: offrì la vita per la Chiesa, il Papa, la conversione dei peccatori, per la sua Romagna.

Fratel Pio ha trovato il valore fondamentale della sua vita religiosa proprio nel dono di se stesso. Questo tratto essenziale della sua fisionomia interiore apparve ai testimoni specialmente nel momento della morte, quando, “con piena conoscenza della sua prossima consumazione andavasi tuttodì offrendo a compiere perfettamente il suo sacrificio per uniformarsi alla volontà del suo Dio; l’offriva per la Chiesa . . . e in specie per il bene della sua diletta Romagna” (dal “Processo Canonico”). Solo in quel momento si espresse la peculiare nota della sua virtù, che rivelò lo stile dell’intera sua esperienza spirituale.

Fin da fanciullo Pio Campidelli aveva percepito l’attrazione alla preghiera, alla liturgia, all’istruzione religiosa e, sostenuto dal buon esempio della famiglia, vi aveva aderito con entusiasmo, manifestandolo con le espressioni tipiche dell’infanzia innocente, come la devozione alla Madonna al Santissimo Sacramento, al Crocifisso. Entrato nella Congregazione dei Passionisti, vi trovò il clima favorevole per sviluppare l’aspirazione dominante di vivere in unione con Dio nell’intimo di sé e per prepararsi a coinvolgere gli altri in questa esperienza appassionante nell’esercizio del ministero sacerdotale. Al sacerdozio, però, non poté arrivare perché Dio lo chiamò a sé, all’età di ventun anni. Nel voto particolare dei passionisti di fare continua memoria della passione, morte e risurrezione di Gesù, egli seppe coinvolgere totalmente la propria vita, realizzando così la missione della vocazione specifica della sua famiglia religiosa. Proveniva da gente povera, aveva salute fragile, intelligenza normale; ma non ritenne sfortuna né senti come una frustrazione la sua povertà e il suo limite. Realizzò, invece, il massimo di sé perché “ricercò la sapienza nella preghiera . . . seguì dalla giovinezza le sue orme . . . vi trovò insegnamento abbondante” (cf. Sir 51, 13-16). E fu così che fratel Pio fu vero “sale della terra” per quanti lo conobbero da vivo, e “sale” continua ad essere per quanti avvicinano la luminosa testimonianza del suo esempio.

4. “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5, 14). Gesù rivolge oggi queste parole del Vangelo in modo particolare anche alla nostra nuova beata Maria Teresa Gerhardinger. La Chiesa esalta la luce che emana dalla sua vita santa e dalla sua opera; proclamandola beata la pone sul candelabro, perché d’ora in avanti la sua luce splenda per tutti gli uomini. La Chiesa onora, in Madre Teresa una qualificata educatrice e insieme una straordinaria opera educativa cristiana, che tuttora continua, in molte regioni e continenti, mediante la congregazione da lei fondata, delle “Povere suore scolastiche di Nostra Signora”.

All’età di soli dodici anni, quando ancora si chiamava Carolina Gerhardinger, essa accolse prontamente la chiamata a divenire insegnante; e più tardi fondò la sua congregazione per l’educazione, rispondendo, così, a una grande sfida del suo tempo; sfida che interpretò come una speciale chiamata di Dio nei suoi riguardi. La carenza di educazione e di vita di fede, prodotta dai rivolgimenti politici e sociali, la decadenza morale delle famiglie, soprattutto l’abbandono della gioventù, richiedevano nuove vie per una efficace formazione e un rinnovamento cristiani, specialmente tra le popolazioni rurali e gli strati sociali più umili e poveri. Con la guida spirituale del vescovo Wittman, ben convinto del fatto che le donne e le madri determinano la vita morale delle città e delle nazioni, la beata Maria Teresa di Gesù si consacrò, insieme alle consorelle, soprattutto all’educazione cristiana della gioventù femminile, per ottenere il risanamento morale delle famiglie e il miglioramento della società mediante la formazione di buone madri e donne di casa.

Carolina Gerhardinger intese il suo compito educativo come un invito a essere, secondo lo spirito di Cristo, “sale della terra” per gli altri (cf. Mt 5, 13). Il suo impegno sociale è, in fondo, un apostolato cristiano, che trova la sua piena espressione nella persona che nella società secolarizzata del nostro tempo, rimane valido e attuale, oggi come allora.

Chiediamo che la beata Maria Teresa di Gesù Gerhardinger sia, d’ora in avanti, per tutti gli educatori cristiani, e non solo per le consorelle della sua congregazione, un luminoso esempio e una interceditrice.

5. È ancora una donna la terza figura luminosa elevata agli onori della beatificazione, la beata Rafqa. La sua origine ci fa volgere immediatamente lo sguardo e il cuore verso la terra così cara del Libano di cui la Bibbia ha conservato delle immagini assai suggestive. Oggi questa evocazione si accompagna a una profonda stretta del cuore, a causa delle innumerevoli sofferenze che schiacciano le infelici popolazioni di questo paese. È il motivo per il quale, e con quanto fervore, sale dal mio cuore una supplica alla nuova beata. La prego d’intercedere presso Dio per la sua nobile patria accasciata dai tormenti. Possano gli abitanti del Libano trovare nell’esempio di questa donna forte, che ha tanto sofferto e non ha mai fatto soffrire, un incoraggiamento ad avanzare sulle vie del perdono, della riconciliazione e della pace!

La beata Rafqa de Himlaya fu veramente “sale della terra e luce del mondo”: missione che incombe a tutti i discepoli del Cristo. Avendo molto ricevuto dalle ricche tradizioni ecclesiali e monastiche del Libano, la nuova beata ha trasmesso in cambio al suo Paese e alla Chiesa il sapore misterioso di un’esistenza totalmente impregnata dello spirito di Cristo redentore. Essa è veramente come “una luce in cima alla montagna”. Le si può anche applicare il bel versetto del Salmo 92: “Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano”!

Aggregatasi inizialmente alle Suore Marianite col nome di suor Anissa, vale a dire suor Agnese, dopo una breve preparazione fu incaricata dell’insegnamento elementare e dell’educazione religiosa ai suoi piccoli compatrioti. In questi compiti delicati, essa manifestò una diligenza e una dolcezza che impressionarono profondamente i suoi alunni e le loro famiglie. I fanciulli spontaneamente accorrevano a lei. Durante la persecuzione del 1860 ne salvò molti. Si racconta che un bambino di Deir-el-Qamar fuggì alla morte rifugiandosi sotto il mantello della cara suora.

L’anno 1871 segna una svolta nella vita di suor Anissa. La sua cara Congregazione delle Mariamette fu disciolta. Bussò allora alla porta dell’Ordine Libanese Maronita, e vi fece la professione solenne il 25 agosto 1873 sotto il nome di suo Rafqa, o Rebecca, che era il nome di sua madre stessa. Giunta alla cinquantina e godendo di buona salute, fu allora che suor Rafqa, spinta misteriosamente dallo Spirito Santo, desiderò la grazia di essere visitata dalla malattia. Lungi dall’essere vittima di un gusto morboso per il dolore, provava il fascino mistico della conformità al Cristo sofferente. A partire dal 1885, fino alla sua morte nel 1914, conoscerà quotidianamente dei mal di testa e di occhi che la condussero progressivamente ad uno stato d’impotenza e di cecità complete. La sua preghiera più frequente era questa: “In comunione con la tua sofferenza, o Gesù”.

Ammirevole suor Rafqa, imitazione così umile e autentica del Cristo crocifisso, noi ti ringraziamo! Se non hai aggiunto nulla alla redenzione unica e sovrabbondante del Signore Gesù, ci hai lasciato la testimonianza sconvolgente di una cooperazione misteriosa e dolorosa all’applicazione dei frutti di questa redenzione. Che i discepoli di Cristo, dovunque oggi essi siano, e i tuoi compatrioti libanesi così provati da dieci anni di conflitti, possano attingere nella tua vita di sofferenza e di gloria il coraggio evangelico di offrire, di sperare, di perdonare, di amare!

 

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana

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