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VISITA ALLA PARROCCHIA ROMANA DI SAN GIROLAMO A CORVIALE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

I Domenica di Avvento, 1° dicembre 1985

 

1. “Allora vedranno il Figlio dell’uomo” (Lc 21, 27). La Chiesa inizia nella domenica odierna il suo anno liturgico. L’Avvento orienta il nostro pensiero al “principio”; perché il principio, il mistero della creazione, significa, allo stesso tempo, la primissima venuta di Dio.

Il principio indica il termine.

Il Vangelo odierno parla dei segni del trapasso del mondo. Dei segni della distruzione. Ciò che subisce la distruzione - ciò che passa - si orienta al termine.

Così dunque la prima domenica d’Avvento ci porta a pensare al “principio” e al “termine”.

In tutto il mondo visibile è inscritto il mistero del trapasso. Il mistero della morte. L’uno e l’altro sono una realtà evidente. Nessuno dubita che le cose di quaggiù subiscono la distruzione e che, così, trapassa il mondo visibile.

Nessuno dubita che l’uomo in questo mondo muore, e così trapassa l’uomo. Attraverso il passare del mondo, attraverso la morte dell’uomo si svela Dio, colui che non passa. Egli non è sottomesso al tempo. È eterno. È colui che in pari tempo “è, era e viene” (cf. Ap 1, 8).

L’Avvento è innanzitutto il ricordo dell’eternità di Dio.

2. Su questo sfondo dell’eternità e dell’onnipotenza di Dio, sullo sfondo del Principio e del Termine, cioè del mistero della creazione, la Chiesa ci invita, a partire dalla domenica odierna, ad aprirci di nuovo alla venuta di Dio.

Infatti, colui che è totalmente trascendente rispetto al mondo, come Spirito infinito, abbraccia in pari tempo tutto ciò che è creato e tutto ciò che respira: “. . . In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28).

Egli non è dunque soltanto fuori del mondo; non è soltanto nella sua inscrutabile Divinità. È in pari tempo nel mondo. Il mondo è pervaso dalla sua presenza. E tale presenza sempre parla della sua venuta, del suo venire. Così dunque Dio, come Creatore e Signore del mondo, da lui creato, viene eternamente a questo mondo che ha chiamato dal nulla all’esistenza.

Mantiene in esistenza tutto ciò che ha creato. È provvidenza. Il mondo ha in lui, in Dio, il suo definitivo destino. Ciò che esiste grazie alla potenza - all’onnipotenza - di Dio, esiste contemporaneamente per Dio.

Tutte le creature “proclamano la gloria di Dio” e in questo modo rendono testimonianza alla sua presenza. E dunque anche alla sua “Venuta”. L’Avvento di Dio è profondamente inscritto nell’esistenza stessa del mondo, nella sua permanenza e nel suo divenire.

Sempre viviamo in attesa “di ciò che dovrà accadere sulla terra”, come dice Cristo nel Vangelo di oggi (cf. Lc 21, 25-28. 34-36).

3. Contemporaneamente, tuttavia, nello stesso discorso, in cui indica la fine del mondo, i cataclismi, i segni della distruzione, e tutto ciò che provoca “angoscia di popoli” - nello stesso discorso il Cristo, rivolgendosi ai suoi ascoltatori di allora e di oggi - infatti sempre gli uomini ascoltano le sue parole - esclama: “Alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” (Lc 21, 28).

Queste parole sono la sfida propria dell’Avvento. In essa si riassume ciò che la parola “avvento” vuole dirci prima di tutto.

Ecco, Dio non è soltanto “fuori del mondo”.

Non soltanto il creato gli rende testimonianza, come al Creatore onnipotente. Non soltanto il divenire del mondo ci permette di pensare alla sua eternità.

Egli entra anche nella storia del mondo. Entra nel destino dell’uomo sulla terra. Gli uomini lo vedranno come “Figlio dell’uomo” (Lc 21, 27).

L’Avvento significa proprio tale venuta. Significa prima di tutto questo: venuta di Dio nella carne dell’uomo. Significa il mistero dell’Incarnazione.

“In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia” (Ger 33, 15).

“Redenzione” vuol dire proprio la presenza del Giusto in mezzo ai peccatori. L’Avvento si collega strettamente col mistero del peccato, entrato fin dall’inizio nella storia dell’uomo. Dio viene per operare la salvezza; “egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra” (Ger 33, 15).

4. Sappiamo della nascita di Gesù nella notte di Betlemme. Conosciamo la sua vita e la sua morte sulla croce: con la parola del suo Vangelo e, definitivamente, con la sua passione, morte e risurrezione egli ha promulgato la “legge e la giustizia” sulla terra.

“Alziamoci e leviamo il capo”: infatti in questa venuta del Giusto, nel suo mistero pasquale, si racchiude “la nostra salvezza”.

Avvento significa la venuta del Redentore; Figlio dell’uomo, nato nella notte di Betlemme. Egli da quel momento si inscrive nell’intera storia dell’uomo, dall’inizio alla fine.

La storia dell’uomo sulla terra non è solo il trapasso verso la morte. È una maturazione. Avvento quindi significa un’altra venuta del Figlio dell’uomo, come giudice alla fine del mondo.

È venuto per fecondare con la sua incarnazione la terra dell’umanità. Verrà per giudicare: per stabilire quale frutto avrà dato questa terra. Verrà per illuminare, alla fine, l’intimo delle coscienze e dei cuori.

In questo modo la storia dell’uomo sulla terra non è solo un passaggio verso la morte. È soprattutto una maturazione verso la verità del Giudizio. È una maturazione per la vita in Dio.

5. La liturgia della domenica odierna, che rianima nella coscienza della Chiesa la certezza dell’Avvento: della venuta di Dio, indica insieme a ciò, quale deve essere la risposta dell’uomo di fronte a questa realtà vicina e insieme ultima.

Così dunque:

bisogna che l’uomo “elevi la sua anima” (così come ci invita il Salmo responsoriale) (cf. Sal 25, 1):

“A te, Signore, elevo l’anima mia”.

Che cosa è questo elevare l’anima?

È soprattutto: imparare le vie di Dio.

“Guidami nella tua verità e istruiscimi” (Sal 25, 5), grida il Salmista. Perché Dio “addita la via giusta ai peccatori; guida gli umili secondo giustizia” (Sal 25, 8-9).

Su questa via Dio “fa conoscere la sua alleanza” (Sal 25, 14), e mediante questa alleanza diventano palesi per ognuno le “intenzioni” che Dio ha nei confronti dell’uomo. A queste intenzioni corrisponde la “grazia”: “i sentieri del Signore sono verità e grazia” (Sal 25, 10).

In tal modo il Salmo responsoriale chiarisce questo appello fondamentale dell’Avvento, che la Chiesa trova nelle parole del suo Signore, e indirizza a tutti.

“Vegliate e pregate ogni momento, perché abbiate la forza . . . di comparire davanti al Figlio dell’uomo” (Lc 21, 36).

6. Desidero ora salutare cordialmente tutti i presenti: il cardinale vicario, il vescovo del settore, mons. Remigio Ragonesi, il parroco don Franco Doga, i suoi collaboratori sacerdoti, il consiglio pastorale, i religiosi e le religiose opranti nell’ambito della parrocchia, i fedeli qui convenuti: le famiglie, i giovani, i fanciulli, gli anziani, i lavoratori. Un saluto affettuoso e benedicente ai sofferenti, ai poveri, a coloro che, per diversi motivi, sentono in modo particolarmente gravoso il peso della vita presente: o per la solitudine, o per la malattia, o per qualche ingiustizia subita o per qualche dolore di altro genere. A questi nostri fratelli, la speranza cristiana dell’avvento del Signore parla in un modo particolarmente luminoso ed eloquente. Alla loro preghiera affido in modo speciale i frutti apostolici, che mi attendo da questa mia visita pastorale tra voi.

Un saluto particolare, un plauso e una parola di incoraggiamento a tutti coloro, tra voi, che dedicano con speciale impegno alla diffusione della parola di Dio e all’educazione delle coscienze dei fanciulli, dei giovani e degli adulti. Vi esorto tutti - sacerdoti, religiosi, religiose e laici - ad intensificare con coraggio, pazienza e perseveranza il vostro impegno evangelizzatore, catechetico e missionario, nell’intento di trasmettere a un numero quanto maggiore possibile di anime quella fede che è ragione e forza morale della vostra vita.

Questa parrocchia possiede abbondanti forze spirituali per il conseguimento di tali scopi, soprattutto come personale religioso. Mi auguro che esso continui a sentire sempre viva la sua responsabilità di contribuire in pienezza, secondo il carisma del proprio Istituto, ad una sempre ulteriore crescita del regno di Dio nell’ambito della parrocchia. In tal modo, con l’aiuto del Signore e l’intercessione di San Girolamo, si giungerà certamente a un aumento della partecipazione delle persone alle pratiche religiose e alle opere caritative della comunità cristiana.

7. Un problema importante resta sempre infatti quello della minore presenza di coloro che danno un’esplicita testimonianza cristiana, rispetto al gran numero di abitanti che risiedono nella parrocchia. La linea da voi seguita di valorizzare la catechesi sacramentaria - in particolare quella dell’Eucaristia, della Confessione e della Cresima - è certamente encomiabile. Lodevole è anche l’attività di evangelizzazione delle famiglie, secondo un piano pastorale organizzato e sistematico. Questo impegno, portato avanti con perseveranza e spirito di sacrificio, non mancherà di dare i suoi frutti.

Vorrei esortarvi, inoltre, a utilizzare il più possibile le grandi occasioni per l’esercizio di un’autentica carità, che vi sono offerte non solo dalle strutture scolastiche, ma anche e soprattutto dalla presenza di due cliniche e due case di riposo per anziani. Sappiamo infatti quanto è importante e decisiva la presenza cristiana nella scuola, per consentire alla mente dei fanciulli e dei giovani di aprirsi alla verità e quindi a Cristo; e sappiamo anche quanto è determinante la testimonianza della carità verso i deboli e i sofferenti per rendere credibile il messaggio di fede che intendiamo annunciare!

Già nell’81, in occasione della missione predicata dai padri cappuccini, e quest’anno, per il XXV anniversario della fondazione della parrocchia, allorché vi è stata una predicazione straordinaria, avete potuto sperimentare gli effetti benefici di simili iniziative constatando, tra la gente, un aumento d’interesse per la vita cristiana. Questi fatti possono esservi di stimolo e d’incoraggiamento a favorire ogni possibile iniziativa atta a incrementare nella popolazione parrocchiale la fede e le virtù cristiane.

8. Gioisco, cari fratelli e sorelle, a motivo della visita odierna. Gioisco perché ho potuto insieme con voi iniziare l’Avvento; meditare il mistero collegato con questo importante periodo dell’anno liturgico; prepararmi insieme con voi alla venuta del Figlio dell’uomo nella notte di Betlemme, e nella prospettiva della chiamata definitiva di ognuno di noi da parte di Dio.

Concludo con le parole dell’apostolo Paolo:

“Il Signore poi vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti . . . per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi” (1 Ts 3, 12-13).


Saluto cordialmente tutti i presenti, tutti gli abitanti di questa zona, saluto tutti i fedeli della parrocchia di San Girolamo: il parroco, i suoi collaboratori e tutta la comunità. Vi saluto cordialmente in questa prima domenica di Avvento. Il vostro parroco, poco fa, vi ha detto che il Papa è il rappresentante di Cristo, anzi il Vicario. Questo è vero. Ma c’è anche un’altra verità che vorrei suggerire subito. È una verità che proviene dai tempi dei Padri della Chiesa. Uno di loro diceva: “christianus alter Christus”. Questo vuol dire che ogni cristiano è in un certo senso rappresentante di Cristo.

Tutti noi siamo visti e giudicati secondo questo criterio che è Cristo stesso. Perciò dobbiamo comportarci in modo da essere buoni rappresentanti di Cristo. All’inizio di questa visita, voglio rendere omaggio al vostro grande patrono, San Girolamo, dottore della Chiesa, una delle più grandi autorità della patristica. E voglio augurare a tutti voi, carissimi fratelli e sorelle di questa parrocchia, di essere buoni, responsabili, autentici rappresentanti di Cristo. Ecco questo augurio porta in sé quasi la sintesi di tutto ciò che voglio augurare a ciascuno di voi e a tutta la vostra comunità.

Ai ragazzi

È una grande gioia per me vedervi in questa parrocchia, incontrare i ragazzi delle scuole medie, elementari e anche, forse, dell’asilo. Vi saluto di cuore e vi abbraccio uno per uno. Prima ho potuto abbracciare solo quelli che erano nella prima fila, perché erano più vicini. Ma così ho voluto abbracciare tutti, perché i giovani hanno bisogno di questa cordialità, di questi gesti d’amore. Lo faceva Gesù e noi cerchiamo di imitarlo, anche se indegnamente. Ho visto che è stata fatta una grande preparazione a questa visita. Lo si è capito nelle parole che due vostri colleghi hanno pronunciato a nome di tutti e anche nei doni che avete portato, e in quello che avete cantato e suonato. Vorrei riprendere quanto ho detto a tutti i parrocchiani riuniti davanti alla chiesa. A questi vostri genitori o anche fratelli e sorelle ho detto che ogni cristiano deve essere, deve sentirsi un rappresentante di Cristo. Anche voi ragazzi, giovani, vi preparate ad essere questi rappresentanti già dal momento del Battesimo, perché il Battesimo ci fa cristiani sacramentalmente. Avendo ricevuto questo Sacramento nella prima infanzia, dobbiamo completare ciò che il Battesimo significa.

Alcuni di voi si preparano ora alla prima Comunione. Questo è un grande momento della vita di ogni cristiano, un momento centrale negli anni della giovinezza, perché per essere buoni rappresentanti di Cristo dobbiamo essere interiormente formati da Cristo stesso, dobbiamo essere nutriti da Cristo. Questo voglio lasciarvi perché vi ricordiate sempre che il cristiano è colui che è nutrito da Cristo, nutrito con il suo corpo e con il suo sangue, sacramentalmente. Questo nutrimento eucaristico ci dà la forza per essere degni rappresentanti di Cristo. I più grandi fra voi, i ragazzi della scuola media, si preparano alla Cresima. Questo sacramento ci dà il dono dello Spirito Santo che gli apostoli hanno ricevuto per primi il giorno della Pentecoste. Anche noi lo riceviamo nel sacramento della Cresima in modo specifico, sacramentale, per dimostrare la nostra maturità cristiana. Ricevere la Cresima vuol dire prepararsi ad essere già un testimone, un rappresentante maturo di Cristo.

Questi sono i temi che volevo sviluppare con voi. Ancora una volta voglio ripetere la mia gioia per questo incontro, per la vostra partecipazione alla vita di questa parrocchia di San Girolamo, la mia gioia nel vedervi così giovani, così gioiosi, così entusiasti per essere insieme in questa vostra chiesa parrocchiale, circondare il vostro parroco, il vostro sacerdote, le vostre suore, essere qui insieme con i vostri genitori, gli insegnanti, essere insieme con il vostro Vescovo. Ma, soprattutto, per essere insieme con Cristo. Per rappresentare bene Cristo si deve essere sempre insieme con Cristo. Questa consegna voglio affidarvi per tutta la vita.

Alle religiose

Vi vedo molto volentieri e sono contento della vostra presenza in questa parrocchia. Il parroco vi ha elogiato e io non posso che essere felice per questo elogio che porto nel mio cuore. Ringrazio il Signore per i diversi carismi che avete come famiglie religiose: i carismi delle vostre fondatrici e i carismi personali. C’è una che canta in italiano, un’altra in filippino, un’altra ancora in polacco, c’è chi insegna come catechista, chi cura i malati. Tutti questi carismi confluiscono però in una vocazione stupenda, quella di essere le spose dello Spirito Santo, le spose di Cristo. Questa è una vocazione trascendente, una vocazione che edifica la Chiesa nella sua verticalità. La Chiesa non può essere solamente orizzontale, perché c’è un tempio che cresce verso l’infinito, verso la maestà di Dio uno e trino. Ci vuole questa vocazione verticale come la vostra. Ma voi siete anche molto pratiche, direi, molto orizzontali. Voi lavorate con i confratelli, con i ragazzi, con i malati, con tutti: questo è anche un vostro carisma, questa è anche una grazia della vostra vocazione. Voi siete anche gioiose. È importante che le suore siano gioiose, che possano portare la gioia tra la gente, specialmente tra coloro che soffrono. Molti soffrono, molti si trovano in uno stato di depressione. Ecco, allora ci vuole la vocazione trascendente, verticale per portare su la gente che soffre. Portate questi pensieri alle vostre consorelle, alle vostre famiglie religiose, specialmente alle suore malate, che soffrono e a tutte le vostre comunità.

Alla comunità claustrale delle suore turchine

Noi viviamo tutti l’annunciazione di Maria, tutti la viviamo ogni giorno recitando l’Angelus Domini. Ma non solo nella preghiera, noi viviamo nella Chiesa, nella nostra esistenza cristiana, noi viviamo sempre il mistero dell’Annunciazione, perché è nello stesso tempo il mistero della vita. Ma è anche necessario che ci sia, nella Chiesa, una comunità, una famiglia religiosa che contempli questo mistero, che lo ponga al centro della sua devozione, dei suoi sacrifici, della sua vocazione. Ecco, così arriviamo alla definizione della vostra comunità. Io sono molto lieto di potervi incontrare, soprattutto durante questo periodo, anzi all’inizio dell’Avvento, perché l’Avvento è il tempo privilegiato dell’Annunciazione. Io devo confessarvi la grande gioia di questo incontro, di questa visita per quanto breve. Il fatto stesso che voi vi troviate all’interno della diocesi di Roma, non più vicino a Santa Maria Maggiore, come prima, ma vicino a San Girolamo, questo è un bene, perché siete necessarie, qui. San Girolamo ha bisogno di voi. San Girolamo era un santo che sapeva bene qual è il valore della verginità consacrata. Ecco perché dico che avete trovato un buon posto vicino a San Girolamo. “Vi auguro di essere qui le apostole dell’Annunciazione, dell’Incarnazione. Nascoste, ma fruttuose. E con questi voti vi benedico.

 

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana

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