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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN INDIA

MESSA DOMENICALE CON I VESCOVI DELLE PROVINCE DI DELHI E DI AGRA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Stadio «Indira Gandhi» a Delhi
Domenica, 2 febbraio 1986

 

1. “Sollevate, porte, i vostri frontali, / alzatevi, porte antiche, / ed entri il Re della gloria” (Sal 23 [24], 7)

Cari fratelli e sorelle in Cristo, queste parole del Salmo dell’odierna liturgia si riferiscono all’antico tempio di Gerusalemme. Le porte del tempio devono essere spalancate perché entri il Re della gloria. Nella festa che stiamo celebrando, la Presentazione del Signore, commemoriamo la prima volta in cui il Re della gloria entrò nel suo tempio a Gerusalemme quale Verbo Incarnato.

Oggi siamo riuniti nella capitale dell’India, quasi ai piedi delle più alte montagne del mondo. E in questa occasione rivolgiamo l’invocazione del salmista a un altro tempio di Dio, al tempio costituito dal mondo intero, visibile e invisibile. Dio è presente in questo mondo, tuttavia vuole avvicinarsi ancora di più. Possano dunque le vette del monti Himalaya, “il tetto del mondo”, innalzarsi alla venuta del Signore. Allo stesso tempo, possano le porte delle antichissime culture, la cui culla è in questa terra, aprirsi dinanzi al Signore. Dio è presente nel cuore stesso delle culture umane perché è presente nell’uomo - l’uomo che è creato a sua immagine -, che è l’artefice della cultura. Dio è presente nelle culture dell’India. È stato presente in tutte quelle persone che hanno contribuito con la loro esperienza e aspirazioni alla formulazione di quei valori, usanze, istituzioni e arti che costituiscono il patrimonio culturale di questa antica terra. E il Re della gloria vuole entrare in queste culture in modo ancor più completo; vuole entrare in ciascun cuore umano che voglia aprirsi a lui: “Sollevate, porte, i vostri frontali, / alzatevi, porte antiche, / ed entri il re della gloria”.

2. Sì, nella festa della Presentazione Dio entra nel suo tempio quale “re della gloria”. Ma “chi è questo re della gloria?” (Sal 23 [24], 8). La festa di oggi ce ne dà la risposta.

Guardiamo Maria e Giuseppe che portano al tempio di Gerusalemme un infante. È il 40° giorno della sua nascita. Ed essi lo presentarlo al tempio per adempiere a un precetto della legge. Ma con la loro obbedienza stanno adempiendo a molto di più che alla legge. Si stanno adempiendo tutte le profezie degli antichi. Poiché Maria e Giuseppe stanno portando al tempio la “luce di tutte le nazioni”.

Dio entra nel tempio non quale potente dominatore, ma come un bambinello nelle braccia della madre. Il Re della gloria non viene accompagnato da una dimostrazione di forza e di potere umani, non con grande strepito e rumore, non causando terrore e distruzione. Entra nel tempio come è entrato nel mondo, come un infante nel silenzio, nella povertà e in compagnia dei poveri e dei saggi. Dio viene come un bambino: Dio il Creatore di tutto, l’onnipotente Signore del cielo e della terra, il Re della gloria. Il primo ingresso di Dio nel tempio del suo popolo è avvolto nel mistero della piccolezza, la sua potenza è celata nella semplicità e nell’essere indifeso. La sua venuta è completamente avvolta nel mistero.

3. Inaspettatamente, dal centro stesso del mistero, si ode una voce. È il vecchio Simeone a parlare, poiché il Vangelo ci dice: “Lo Spirito Santo . . . era su di lui” (Lc 2, 25). Dunque Simeone parla da profeta. Ciò che egli dice lascia meravigliati. Egli parla in lode di Dio, dicendo: “Ora lascia, o Signore . . . perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele” (Lc 2, 29-32).

Sono parole sorprendenti per esser dette a proposito di un infante. Eppure la profezia di Simeone è vera. E le parole del Salmo si adempiono. Colui che è entrato nel tempio di Gerusalemme come un infante diverrà la luce e la salvezza del mondo intero. In questo modo, portando luce e salvezza, egli viene come Re della gloria.

4. Ma in che modo instaurerà questo Re il proprio “regno della gloria” sulla terra? In che modo Gesù, che era nato a Betlemme, sarebbe divenuto luce e salvezza del mondo? Simeone risponde a questa domanda quando parla di un “segno di contraddizione” (cf. Lc 2, 34). Queste parole rivelano tutto il cammino messianico di Cristo dalla nascita sino alla morte sulla croce.

Benché sia la luce per la rivelazione a tutte le nazioni, Gesù è destinato a essere nel proprio tempo, e in ogni epoca, un segno denigrato, un segno osteggiato, un segno di contraddizione. Ciò era stato vero per i profeti di Israele prima di lui. Era vero per Giovanni Battista e sarebbe stato vero per le vite di coloro che lo avrebbero seguito. Egli compì grandi segni e miracoli: guarì i malati, moltiplicò i pani e i pesci, calmò le tempeste, riportò in vita i morti. Le folle accorrevano a lui da ogni dove e lo ascoltavano con attenzione, perché parlava con autorità. E tuttavia incontrò una dura opposizione da parte di coloro che si rifiutavano di aprire a lui il proprio cuore e la propria mente. Alla fine l’espressione più tangibile di questa contraddizione la troviamo nella sua sofferenza e morte sulla croce. La profezia di Simeone si dimostrò vera: era vera riguardo alla vita di Gesù ed è vera riguardo alla vita dei suoi seguaci, in ogni terra e in ogni tempo.

5. Così la croce diviene luce; la croce diviene salvezza. Non è forse questa la buona novella per i poveri e per tutti coloro che conoscono l’amaro sapore della sofferenza? Qui in India, e in molti altri luoghi del mondo, vi sono milioni di poveri, ed essi condividono la croce di Cristo perché Cristo sulla croce ha preso su di sé tutte le croci del mondo. C’è la croce della fame a causa della quale innumerevoli uomini, donne e bambini sono privati del loro “pane quotidiano”, e il cuore di molti genitori è colmo d’angoscia nel vedere i loro bambini denutriti o addirittura in fin di vita già nell’infanzia. Tanti altri vivono nella povertà e nella sofferenza, là dove sono vittime delle malattie, impotenti e in balia della disperazione.

La croce di Cristo è la luce del mondo e tuttavia la croce della povertà, la croce della fame, la croce di ogni altra sofferenza possono essere trasformate, perché la croce di Cristo è divenuta una luce nel nostro mondo. Essa è una luce di speranza e di salvezza. Essa dà significato a tutte le sofferenze umane. Porta con sé la promessa di una vita eterna libera dal dolore e dal peccato. La croce fu seguita dalla risurrezione. La morte venne sconfitta dalla vita. E tutti coloro che sono uniti al Signore crocifisso e risorto possono aspettarsi di partecipare a questa stessa vittoria.

La croce di Cristo ci ha ottenuto libertà dalla schiavitù del peccato e della morte. Questa libertà, questa liberazione, è così fondamentale e onnicomprensiva da richiedere una libertà da tutte le altre forme di schiavitù che sono legate all’introduzione del peccato nel mondo. Questa liberazione esige una lotta contro la povertà. E richiede che tutti coloro che appartengono a Cristo si impegnino in tenaci sforzi per alleviare le sofferenze dei poveri. Ecco perché la missione di evangelizzazione della Chiesa comprende un’energica e sostenuta azione a favore della giustizia, della pace e dello sviluppo umano integrale. Non adempiere a questi compiti significherebbe venir meno all’opera di evangelizzazione; sarebbe tradire l’esempio di Gesù che venne “per annunziare ai poveri un lieto messaggio” (Lc 4, 18); sarebbe in realtà un rifiuto delle conseguenze dell’Incarnazione, nella quale “il Verbo si fece carne” (Gv 1, 14).

6. La Chiesa in India sta da molti anni dando importanti contributi allo sviluppo di questo paese e al sollievo dei problemi legati alla povertà. L’opera di madre Teresa di Calcutta e di molti altri sono eloquente testimonianza di questo impegno, come lo sono i notevoli risultati conseguiti da molte istituzioni cattoliche nel campo dell’educazione, della sanità e dei servizi.

Allo stesso tempo, i cristiani qui e all’estero hanno applaudito agli sforzi compiuti da molti altri in India per alleviare i mali della miseria e per superare atteggiamenti e strutture che hanno mantenuto nella schiavitù della povertà milioni di uomini. Vi è l’imponente contributo del Mahatma Gandhi, che ha aiutato a infrangere le barriere e le divisioni sociali e ha reso possibile una nuova era di unità e di progresso. “Noi siamo tutti uguali. È il contatto col peccato a contaminarci, e mai quello con un altro essere umano. Nessuno è in alto e nessuno è in basso per chi voglia dedicare la propria vita al servizio altrui” (Mahadev Desai, The Diary of Mahadev Desai, Ahmadabad 1953, pp. 286-87, vol. 1, Yeravda Prison, 14 August 1932). Egli si erge a simbolo delle più elevate qualità e valori del popolo indiano, e viene ammirato in ogni parte del mondo. Anche Rabindranath Tagore ha contribuito a formare lo spirito dell’India moderna. Pur apprezzando l’importanza della tecnologia e del progresso materiale, egli vi ha aiutati a valorizzare il primato dei valori spirituali.

7. Tanti altri potrebbero essere citati, persone che hanno svolto un ruolo importante nel sollevare le condizioni dei poveri, persone che sono care ai vostri cuori e che in molti casi sono profondamente rispettate e ammirate in tutto il mondo. I nobili sforzi di questi grandi uomini e donne dell’India, sforzi tendenti a promuovere la liberazione sociale e lo sviluppo umano integrale, sono in sintonia con lo spirito del Vangelo. Tutti coloro che fanno progredire la dignità e la libertà dei loro fratelli e delle loro sorelle sono benedetti agli occhi di Cristo, re della gloria. Attraverso i loro sforzi, tali persone contribuiscono a creare una civiltà dell’amore, nella quale il ricco dividerà di buon grado col povero, nella quale il povero sarà libero dalla fame e dal bisogno, e nella quale ciascuno giungerà a rendersi conto che “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4).

8. Ma una tale civiltà non esiste ancora appieno, e numerosi ostacoli si frappongono alla sua completa realizzazione. In questa solennità della Presentazione del Signore, nel momento in cui contempliamo l’ingresso del Signore nel suo tempio, dobbiamo ricordare le parole del profeta Malachia (Ml 3, 1-3), proclamate nella prima lettura della liturgia odierna: “E subito entrerà nel suo tempio il Signore . . . chi sopporterà il giorno della sua venuta? . . . Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare”.

Tanti problemi della vita sociale in India e in tutto il mondo hanno bisogno di affinamento e di purificazione. Individui e gruppi hanno bisogno di guarigione e di riconciliazione. Ignoranza e pregiudizio devono essere sostituiti da tolleranza e comprensione. Indifferenza e lotta di classi devono tramutarsi in fratellanza e servizio impegnato. Le discriminazioni basate sulla razza, sul colore, sul credo, sul sesso o sull’origine etnica devono essere rifiutate come del tutto incompatibili con la dignità umana. Sì, il Signore verrà a purificare le nostre menti e i nostri cuori, ad affinare i nostri intenti. Accogliamolo con gioia e accettiamo la sua grazia di pentimento.

9. Venerabili fratelli e cari fratelli e sorelle: fratelli vescovi, sacerdoti, religiosi e laici, uomini e donne dalle arcidiocesi di Delhi e di Agra, dalle diocesi di Ajmer e di Jaipur, di Allahabad, di Bijnor, di Gorakhpur, di Jhansi, di Jullundur, di Lucknow, di Meerut, di Simla e di Chandigarh, di Udaipur e di Varanasi, dalle prefetture apostoliche di Jamnu e del Kashmir e dal Regno del Nepal: oggi, nella solennità della Presentazione del Signore, le vette delle montagne più alte del mondo si innalzano. Le porte delle più antiche culture della terra sono aperte.

Accogliete colui che Maria e Giuseppe ci conducono nel mistero della liturgia odierna. Egli è un “segno di contraddizione”. Ma è anche la “luce per illuminare le genti”. Egli è la “luce del mondo”: grazie alla sua nascita in povertà quella notte a Betlemme, grazie al Vangelo delle Beatitudini, grazie alla croce e alla risurrezione. Egli è stato veramente fatto come noi, suoi fratelli e sorelle. È stato fatto come i figli e le figlie di questa antica terra. “Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova” (Eb 2, 18). È in grado di aiutare tutti noi. Egli si prende cura di tutti, proprio come si prende cura del figlio di Abramo. Infine egli si prende cura di noi attraverso il cuore di sua Madre, Maria. Ai piedi della croce, il cuore di sua Madre venne trafitto, “perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2, 35).

Gesù Cristo è la luce che rivela i pensieri dei nostri cuori. Gesù Cristo è la verità che libera. Accogliamolo. Accogliamolo con fede e con amore. Amen.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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