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VISITA ALL’ISTITUTO «DON ORIONE» PER LINAUGURAZIONE DELLA
IX EDIZIONE DEI «CAMPIONATI ITALIANI SPORT PER HANDICAPPATI»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 8 giugno 1986

 

“Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo!” (1 Cor 9, 24).

1. Con queste parole, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura di questa celebrazione eucaristica, l’apostolo Paolo, rivolgendosi ai cristiani di Corinto che avevano una certa dimestichezza con i giochi istmici, li esortava a condurre una vita coraggiosa, sobria e temperante come gli atleti, con la differenza però che questi lo facevano per “una corona corruttibile”, i cristiani invece per una “incorruttibile”, cioè eterna.

Essere cristiani vuol dire assomigliare agli atleti che corrono per essere primi, per “essere alla testa dei tempi”, come diceva don Orione. Essere primi non significa però mettersi alla ricerca dei primi posti e di onori, ma prendere prima di tutto coscienza della propria responsabilità di credenti davanti al mondo, che attende con ansia “la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8, 19). Questo, infatti, non è in grado di dare da sé un senso alla vicenda della vita umana e aspetta che coloro ai quali “sono stati rivelati i misteri del regno di Dio” (Mt 13, 11) lo annuncino con la forza, la gioia e la credibilità donate dallo Spirito. Per questo il cristiano non può rinunciare ad essere uomo di avanguardia, attento a interpretare i “segni dei tempi” (Mt 16, 13) e ad offrire le risposte più adeguate.

Come abbiamo ascoltato, il cristiano è un uomo che corre per conquistare il premio incorruttibile. In ciò l’impegno dei credenti deve distinguersi per qualità e profondità da una generica azione in favore del progresso sociale. Noi sappiano che la meta ultima della nostra esistenza, resaci possibile dall’iniziativa gratuita di Dio, che si è chinato sulla nostra povertà, è la vita eterna, la pienezza della vita, la pienezza della comunione gioiosa con lui. I cristiani “dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo” (Ad Diognetum, V, 9). È questa la certezza che avvalora ogni nostra azione e le conferisce perenne novità, possibilità di redenzione e autentica libertà di spirito. Di questi grandi valori dobbiamo essere testimoni davanti al mondo, in conformità alla nostra vocazione battesimale. Ma questa testimonianza esige - come ci ha ricordato l’apostolo - serietà, spirito di sacrificio, strenuo impegno di annunciare con la vita ciò che indichiamo con le parole, sapendo che tutti “riceveremo un giudizio più severo” (Gc 3, 1), se non saremo, ciascuno nella propria forma ministeriale, servitori della parola di Dio.

La pagina di san Paolo può quest’oggi illuminare di riflesso anche il mondo dello sport, al quale sempre mi sono rivolto con grande simpatia. Non è infatti privo di importanza che proprio la vita agonistica sia stata scelta come metafora della vita dei credenti. Essa infatti esige generosità, abnegazione, concordia, coraggio: ideali che vedo espressi in maniera tutta particolare in competizioni di alto valore formativo come i vostri “Campionati italiani sport per handicappati”. Questi vi consentono di approfondire i vincoli di solidarietà che vi legano come fratelli, di riscoprire la bellezza del gesto di vera amicizia tra concorrenti, senza che sia d’ostacolo la differenza di nazione, di fede o di cultura. E quando tutto ciò avviene nel segno di Cristo, si offre limpida la possibilità di testimoniare che c’è un modo cristiano di essere atleti e c’è un modo cristiano di essere uomini.

2. Sono venuto molto volentieri tra voi, atleti giunti da molte città italiane, per celebrare l’Eucaristia e per inaugurare ufficialmente la nona edizione dei “Campionati italiani sport per handicappati”. Mi dà gioia essere qui in un’occasione tanto importante, che vede un così singolare accordo di solidarietà e di testimonianza da parte di tutti voi. Saluto con voi le autorità presenti, in modo particolare il sindaco di Roma, on. Nicola Signorello, e tutti coloro che hanno organizzato e patrocinato queste Olimpiadi della solidarietà. In maniera speciale saluto la “Polisportiva don Orione”, che, nata in questo “Centro don Orione”, ha seguito l’insegnamento evangelico del fondatore, inteso a far proprie le esigenze nei giovani e a trasmettere loro, con lo sport, una feconda educazione umana e cristiana.

Insieme con mons. Fiorenzo Angelini, pro-presidente della Pontificia Commissione per la pastorale degli operatori sanitari, cordialmente saluto il direttore generale della Piccola Opera della Divina Provvidenza, don Ignazio Terzi, e tutti i membri di questa benemerita Congregazione, che si ispira all’opera e agli insegnamenti del beato Luigi Orione, apostolo intrepido della gioventù e artefice infaticabile di bene fra i poveri più poveri. Come poc’anzi ha voluto sottolineare il medesimo direttore generale, la famiglia religiosa orionina si caratterizza per uno speciale impegno di fedeltà e di totale disponibilità alla Chiesa e al Sommo Pontefice. Nel sottolineare questo spirito ecclesiale che permea la famiglia di don Orione, mi è gradito notare che questo carisma oggi viene esercitato attraverso le molteplici attività e iniziative di promozione umana e di assistenza ai giovani, ai malati, agli anziani, ai portatori di handicap e a tutti gli ospiti delle vostre istituzioni in Italia e all’estero.

Anche i campionati che oggi si inaugurano, rientrano nel quadro generale delle iniziative promozionali della vostra Congregazione. Siano essi non solo competizione agonistica, ma soprattutto festa dell’amicizia, della lealtà, dell’impegno a superare vittoriosamente ogni situazione di emarginazione. Esprimo anche l’auspicio che la “Polisportiva don Orione”, la quale, incoraggiata dal sostegno fattivo di tante persone, intende costruire un “Centro sportivo permanente per handicappati” sia un’Associazione accogliente e aperta a tutti. A questo fine benedico volentieri la prima pietra al termine di questa celebrazione. Questo centro sportivo, che sorgerà a ricordo della nona edizione di questi campionati, sarà una testimonianza viva di amore gratuito e appassionato e di solidarietà operante e gioiosa di cui don Orione è testimone e maestro.

3. La fiaccola che è stata accesa come segno dell’apertura dei giochi può essere guardata da noi anche come simbolo di Cristo che, risorgendo, ha dato a noi la vita. È questo il tema del brano del Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato. Esso narrando la risurrezione del bambino della vedova di Nain, anticipa a Gesù il titolo post-pasquale di “Kyrios” (Signore) che ha sconfitto la morte e che dona ai credenti lo Spirito perché la loro vita diventi specchio della sua gloria (2 Cor 3, 18). Anche a noi Cristo risorto oggi ripete: “Alzati!”. Ecco l’annuncio efficace della risurrezione, la definitiva proclamazione dell’amore di Dio per la vita. Ecco la stupenda ed esaltante possibilità di lasciarci illuminare dalla luce di Cristo. Ecco il momento in cui gioire di un Dio che - come abbiamo ascoltato - si è commosso per l’uomo (Lc 7, 13), ha preparato “la sua salvezza davanti a tutti i popoli” (Lc 2, 34) e ha reso la Chiesa responsabile dell’annunzio del regno di Dio.

Alzati! Quante volte e in quante occasioni gli uomini hanno bisogno che sia loro ripetuto questo invito. Alzati tu che sei deluso, alzati tu che non hai più speranza, alzati tu che ti sei abituato al grigiore e non credi più che si possa conseguire qualcosa di nuovo: alzati, perché Dio sta per fare “nuove tutte le cose” (Ap 21, 5). Alzati tu che ti sei assuefatto ai doni di Dio, alzati tu che hai dimenticato la capacità di meravigliarti, alzati tu che hai perduto la confidenza di chiamare Dio “abbà”, “papà”: alzati e torna ad essere pieno di ammirazione per la bontà di Dio.

Alzati tu che soffri, alzati tu, a cui la vita sembra avere negato molto, alzati quando ti senti escluso, abbandonato, emarginato: alzati perché Cristo ti ha manifestato il suo amore e tiene in serbo per te una insperata possibilità di realizzazione e di solidarietà. Alzati! E come il bambino di Nain riprenderai a parlare (Lc 7, 14) e la tua voce potrà “cantare senza posa” (Sal 30 (29), 13).

4. La vostra presenza, carissimi atleti, è davvero un grande segno di speranza e la testimonianza più credibile che le possibilità della vita sono inesauribili, che niente “ci potrà separare dall’amore di Cristo” (Rm 8, 35). Lo dimostra il vostro impegno, il vostro coraggio, la vostra tenacia e la volontà di non rassegnarvi a occupare nella società una posizione subalterna e marginale. Volete che la vostra dignità venga riconosciuta. E sappiate che Dio si è sempre schierato dalla vostra parte: egli è sempre stato con i poveri, i sofferenti, gli afflitti. Facendosi uomo ne ha proclamato la beatitudine come primo annuncio della nuova logica del regno di Dio. Facendosi uomo ne ha seguito le orme fino in fondo, accettando il più grande scacco dell’umanità: la morte e la morte di croce.

Così egli ci ha mostrato come il dolore, se vissuto alla luce della croce, possa diventare salvifico e fecondare la storia del mondo e della vita di ogni uomo. È questa la strada attraverso cui, accanto agli interrogativi più essenziali e angosciosi, passano le più inaspettate e meravigliose grazie divine. Se al cristiano la croce non viene tolta, però le è dato un senso: associata al mistero della redenzione diventa annunzio di Cristo morto e risorto. E insieme col Crocifisso viene percorsa la strada della sofferenza, insieme con lui sarà anche il cammino della gloria della risurrezione, la cui gioia non è paragonabile alla sofferenza del presente (Rm 8, 18). “Alla sera sopraggiunge il pianto, e al mattino, ecco la gioia” (Sal 29, 6).

5. Ed è proprio la testimonianza di questa certezza che vorrei affidare a voi, cari giovani. Fatevi portatori di vita nel vostro mondo spesso rassegnato, avvilito e offeso. Fatevi umili, ma forti testimoni della vita, dovunque essa è in pericolo, disprezzata, strumentalizzata, non accolta. Siate appassionati difensori della pace: perché la pace incomincia dove viene riconosciuto un senso all’esistenza umana, dove la persona si apre alla possibilità di un incontro con il fratello e sa riconoscersi compagna nella strada sulla quale i nostri passi sono diretti alla luce del mistero di Cristo (Lc 1, 79). Diventate vigili custodi della speranza, pronti a darne le ragioni a chi ve ne chieda ragione (1 Pt 3, 15), pronti come Maria ad accogliere la parola di Dio che vi chiama a un’esistenza responsabile, generosa, preziosa, nonostante un qualche impedimento. Siate docili strumenti dell’amore di Dio su questa terra che, sebbene talora non sappia riconoscerlo, è affamata e assetata di Dio. “E la pace di Dio, che supera ogni comprensione, custodisca i vostri cuori e le vostre intelligenze in Cristo Gesù” (Fil 4, 7).


Terminata la celebrazione eucaristica il Papa si incontra nel complesso dell’Istituto Don Orione con gli organizzatori della manifestazione e, successivamente, con una folta rappresentanza della Congregazione fondata dall’Apostolo della Gioventù. A conclusione dell’incontro, dopo una cena fraterna con gli ospiti dell’Istituto, con queste parole si rivolge ai presenti.  

Desidero ringraziare per questa iniziativa molto speciale che ci parla tanto del genio e della tradizione del Beato Don Orione e della sua famiglia spirituale. Sono molto lieto della mia partecipazione in questa apertura dei giochi olimpici per gli handicappati e mi congratulo con tutti per questo entusiasmo, nonostante le malattie, nonostante gli handicap, questi giovani mostrano grande entusiasmo e anche ottengono i successi. Per noi che grazie a Dio siamo normali, non abbiamo queste malattie e non siamo handicappati è anche una sfida. E vi ringraziamo carissimi fratelli, io vi ringrazio nel nome di tutti noi perché ci date l’esempio, il buon esempio di come si deve vivere la vita umana con la ispirazione cristiana, con ispirazione del Vangelo, come si deve cercare di viverla sempre pienamente, in tutte le circostanze. Voglio ringraziare per questa accoglienza così piena di calore, così piena di semplicità propria di questo spirito orionino e ringrazio tutti quelli che hanno partecipato a questo incontro, a questo incontro di cena, tutti quelli che sono stati presentati o si presentano con le parole, con i canti e anche nelle altre forme della presentazione. Un’esperienza specifica; naturalmente non è stata fatta alcuna visita pastorale, la farò. E questo carissimo momento mi è un po’ mancato.

Ma vedo adesso che non è stato possibile farlo. E adesso dobbiamo tornare a casa, sappiamo bene che una volta venuto Don Orione a Roma ha dormito sotto il colonnato. Non sappiamo se un altro suo discendente spirituale non dorma là.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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