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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN FRANCIA
BEATIFICAZIONE DI PADRE ANTONIO
CHEVRIER NEL PARCO EUREXPO
OMELIA DI GIOVANNI
PAOLO II
Lione (Francia), 4 ottobre 1986
1. “Ti benedico, o Padre,
Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai
sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11, 25).
Queste
parole sono state pronunziate per la prima volta da Gesù di Nazaret, figlio
d’Israele, discendente di David, Figlio di Dio; esse hanno costituito una
svolta fondamentale nella storia della rivelazione di Dio all’uomo, nella
storia della religione, nella storia spirituale dell’umanità. È stato
allora che Gesù ha rivelato Dio come Padre e si è rivelato egli stesso come
Figlio, della stessa natura del Padre: “Nessuno conosce il Figlio se non il
Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio
lo voglia rivelare” (Mt 11, 27). Sì, il Figlio, che pronuncia queste parole
esultando nello Spirito Santo (cf. Lc 10, 21), attraverso di esse rivela il
Padre ai piccoli. Poiché il Padre si compiace in loro.
2. Cari fratelli e sorelle
di Lione e delle altre diocesi di Francia, noi ritroviamo oggi con emozione
queste parole di Cristo. Esse assumono un’attualità nuova perché abbiamo
sotto gli occhi la figura di un sacerdote strettamente legato a questa città
nella Chiesa del XIX secolo, padre Antonio Chevrier. Mi è dato proclamarlo
oggi beato a Lione, tra voi, e ne sono veramente felice.
Oggi
la Chiesa universale festeggia san Francesco d’Assisi: anch’egli aveva
riposto la propria gioia nel seguire il Cristo nella più grande povertà e
umiltà; nel XIII secolo, aveva fatto sì che i propri contemporanei
riscoprissero il Vangelo. Padre Chevrier è stato un fervente ammiratore del
Poverello d’Assisi; apparteneva al Terzo Ordine Francescano. Nella stanza in
cui è morto si può vedere una statuetta di san Francesco, e anche una
statuetta di san Giovanni Maria Vianney che egli andò a consultare nel 1867
ad Ars, quando, giovane sacerdote, si interrogava sul cammino di povertà che
gli suggeriva il mistero della mangiatoia. Sapete che vengo a celebrare ad Ars
il bicentenario della nascita del santo Curato.
Questi
tre santi hanno in comune il fatto di essere tra quei “piccoli”, quei
“poveri”, quei “miti e umili di cuore” nei quali il Padre del cielo ha
trovato la sua piena gioia, ai quali Cristo ha rivelato il mistero insondabile
di Dio, concedendo loro di conoscere il Padre come solo il Figlio lo conosce,
e allo stesso tempo di conoscere se stesso, lui, il Figlio, come solo il Padre
lo conosce.
Insieme
a Gesù, anche noi dunque proclamiamo la lode di Dio per queste tre ammirevoli
figure di santi. Essi erano animati dallo stesso amore appassionato di Dio, e
vivevano in una povertà simile, ma col proprio carisma. San Francesco
d’Assisi, diacono, coi suoi compagni ha ridestato l’amore di Cristo nel
cuore del popolo delle città italiane. Il curato d’Ars, solo con Dio nella
sua chiesa di campagna, ha ridestato la coscienza dei suoi parrocchiani e di
folle innumerevoli offrendo loro il perdono di Dio. Il padre Chevrier,
sacerdote secolare in un ambiente urbano, è stato, coi suoi confratelli,
l’apostolo dei quartieri operai più poveri della periferia lionese nel
momento in cui nasceva la grande industria. Ed è questo zelo missionario che
lo ha stimolato ad adottare anch’egli uno stile di vita radicalmente
evangelico. a ricercare la santità.
Guardiamo
specialmente Antonio Chevrier: egli è uno di quei “piccoli” che non può
essere paragonato ai “saggi” e ai “sapienti” del suo secolo e degli
altri secoli. Egli costituisce una categoria a parte, ha una grandezza del
tutto evangelica. La sua grandezza si manifesta proprio in quella che si può
chiamare la sua piccolezza, o la sua povertà. Vivendo umilmente, coi mezzi più
poveri, egli è il testimone del mistero nascosto di Dio, testimone
dell’amore che Dio porta alle folle dei “piccoli” a lui simili. È stato
il loro servitore, il loro apostolo. Per loro, è stato il “sacerdote
secondo il Vangelo”, per riprendere il primo titolo della raccolta delle sue
esortazioni sul “vero discepolo di Gesù Cristo”. Per i numerosi sacerdoti
qui presenti, a cominciare da quelli del Prado che ha fondato, egli è una
guida incomparabile. Ma tutti i laici cristiani che formano questa assemblea
troveranno anch’essi in lui una gran luce, perché egli mostra a ciascun
battezzato come annunciare la buona novella ai poveri e come rendere Gesù
Cristo presente attraverso la propria esistenza.
3. Apostolo,
ecco cosa aveva voluto essere padre Chevrier preparandosi al sacerdozio.
“Gesù Cristo è l’inviato del Padre; il sacerdote è l’inviato di Gesù
Cristo”. I poveri stessi hanno acceso il suo desiderio di evangelizzarli. Ma
è Gesù Cristo che lo ha “colpito”. La meditazione di fronte al Presepe
nel Natale 1856 lo ha particolarmente sconvolto. Da allora cercherà sempre di
conoscerlo meglio, di diventare suo discepolo, di conformarsi a lui, per
meglio annunciarlo ai poveri. Rivive specialmente l’esperienza
dell’apostolo Paolo del quale avete appena udito la testimonianza: “Ma
quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a
motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla
sublimità della conoscenza di Cristo Gesù” (Fil 3, 7-8). Che radicalismo in
queste parole! Ecco che cosa caratterizza l’apostolo. In Cristo,
“partecipando alle sue sofferenze”, “sperimentando la potenza della sua
risurrezione”, egli trova la “giustizia” divina offerta all’umanità
peccatrice, offerta a ciascun uomo come dono della giustificazione e della
riconciliazione col Dio infinitamente santo.
L’apostolo
è dunque un uomo “colpito dal Cristo Gesù”. L’apostolo ha fiducia
assoluta che, “diventandogli conforme nella morte” potrà “giungere alla
risurrezione dai morti” (Fil 3, 11). Egli è così l’uomo dalla speranza
escatologica che si traduce nella speranza di ogni giorno, in un programma di
vita quotidiana, attraverso il ministero di salvezza che esercita per gli
altri.
Padre
Chevrier impiega tutte le sue energie a perseguire questa conoscenza di Gesù
Cristo, per meglio raggiungere Cristo, così come egli è stato raggiunto.
Medita incessantemente il Vangelo; scrive migliaia di pagine di commentari,
per aiutare i propri amici a divenire anch’essi veri discepoli. Cerca anche
di riprodurre la vita di Cristo nella propria vita. “Dobbiamo rappresentare
Gesù Cristo povero nella mangiatoia, Gesù Cristo che soffre nella passione,
Gesù Cristo che si lascia mangiare nella santa Eucaristia” (Il vero
discepolo, Lione 1968, p. 101; d’ora innanzi citato VD). E ancora: “La
conoscenza di Gesù Cristo è la chiave di tutto. Conoscere Dio e il suo
Cristo, in questo è tutto l’uomo, tutto il sacerdote, tutto il santo” (Lettera
ai propri seminaristi, 1875). Ecco la preghiera che corona la sua
meditazione: “O Verbo! O Cristo! Quanto siete bello! Quanto siete grande! . . .
Fate che io vi conosca e che vi ami. Voi siete il mio Signore e il mio solo e
unico Maestro” (VD, p. 108). Una tale conoscenza è una grazia dello
Spirito Santo.
Da
allora padre Chevrier è completamente disponibile per l’opera di Cristo:
“Conoscere Gesù Cristo, lavorare per Gesù Cristo, morire per Gesù
Cristo” (Lettere, p. 89). “Signore, se avete bisogno d’un
povero . . . di un pazzo, eccomi . . . per fare la vostra volontà. Sono vostro. Tuus sum ego” (VD, p. 122).
4. Il salmo di questa
liturgia traduce bene i sentimenti dell’apostolo che si è lasciato
impregnare di Gesù Cristo: “Non ho nascosto la tua giustizia in fondo al
cuore . . . Esultino e gioiscano in te quanti ti cercano” (Sal 39,11.7).
“Signore Gesù, il tuo amore mi ha colpito: annuncerò il tuo nome a tutti i
miei fratelli”. (Respons. Ad Psalum)
Padre
Chevrier si è lasciato totalmente assorbire dal servizio degli altri. I suoi
fratelli sono innanzitutto i poveri, quelli che il Signore gli ha fatto
incontrare nel quartiere alluvionato de La Guillotière nel 1856, i senza
tetto. Sono i bambini della città del Bambin Gesù che gli ha fatto conoscere
Camillo Rambaud, un laico. Sono quelli che ha raccolti, con altri più
anziani, nella stanza del Prado, privi d’istruzione e non edotti nella fede,
incapaci di seguire altrove la preparazione alla prima Comunione. Erano
talvolta abbandonati, spesso disprezzati, sfruttati; divenivano, diceva,
“macchine da lavoro fatte per arricchire i loro padroni” (Sermoni,
ms. III, p. 12). Sono inoltre ogni sorta di miserabili, di emarginati, che
hanno coscienza di “nulla avere, nulla sapere, nulla valere”. Gli
ammalati, i peccatori, fanno anch’essi parte di questi poveri.
Perché
padre Chevrier è specialmente attratto da coloro che, come il Vangelo, chiama
“i poveri”? Egli ha una viva consapevolezza della loro miseria umana, e
allo stesso tempo vede l’abisso che li separa dalla Chiesa. Sente per loro
l’amore e la tenerezza di Cristo Gesù. Attraverso di lui è Cristo stesso
che sembra dire ai suoi contemporanei: “Venite a me, voi tutti che siete
affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi
e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le
vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11, 28-30).
Padre Chevrier sa che Gesù ha dato questo, come primo segno del regno di Dio:
“La buona novella è annunciata ai poveri” (cf. Lc 3, 18; Mt 11, 15). Ha
constatato egli stesso che i poveri che ricevono il Vangelo ridestano molto
spesso negli altri la comprensione e l’amore di questo Vangelo.
È
vero, il Signore gli ha dato un carisma speciale per accostarsi ai poveri. E
attraverso di lui, Cristo ha fatto riudire le sue beatitudini a questa città
e alla Francia del XIX secolo; attraverso questo beato, Cristo ci ripete oggi:
“Beati i poveri in spirito . . . beati i misericordiosi . . . beati quelli che
hanno fame e sete della giustizia” (Mt 5, 3. 6. 7)! Certo, tutti i ceti debbono
essere evangelizzati, i ricchi come i poveri, gli istruiti come gli ignoranti.
Nessuno deve essere oggetto di incomprensione, negligenza, ancor meno di
disprezzo da parte della Chiesa. Tutti sono in un certo senso, poveri di Dio.
Ma nelle condizioni in cui ha vissuto padre Chevrier, il servizio dei poveri
era una testimonianza necessaria, e lo è oggi ovunque si incontri la povertà.
Egli è uno di quei numerosi apostoli che, nel corso della storia, hanno
realizzato quella che noi chiamiamo l’opzione preferenziale per i
poveri.
Padre
Chevrier volge su di essi uno sguardo evangelico, li rispetta e li ama nella
fede. Egli trova Cristo nei poveri e, allo stesso tempo, i poveri in Cristo.
Non li idealizza, conosce i loro limiti e le loro debolezze; sa del resto che
spesso sono mancati loro amore e giustizia. Ha il senso della dignità di ogni
uomo, ricco o povero che sia. Vuole il bene di ciascuno di loro, la loro
salvezza: l’amore vuole salvare. Il suo rispetto lo spinge a farsi uguale ai
poveri, a vivere in mezzo a loro, come Cristo; a lavorare talvolta come loro;
a morire con loro. Spera che così i poveri capiranno che non sono abbandonati
da Dio, che li ama come un Padre (cf. VD, p. 63). Quanto a lui, fa
questa esperienza: “È nella povertà che il sacerdote trova la propria
forza, la propria potenza, la propria libertà” (Antoine Chevrier, Le véritable
disciple, Prado, Editions Librairie, Lyon 1968 p. 519). Il sogno di padre
Chevrier è formare dei sacerdoti poveri per unirsi ai poveri.
5. Oggi chiediamo al beato
Antonio Chevrier di insegnarci sempre più il rispetto e la sollecitudine
evangelica verso i poveri. Cari fratelli e sorelle, voi sapete chi sono questi
poveri nel nostro mondo attuale. Sono tutti coloro cui manca pane, ma anche
lavoro, responsabilità, considerazione della loro dignità; coloro cui manca
anche Dio. Non è più solo il mondo operaio ad essere colpito, ma molti
strati sociali. In una civiltà dei consumi a oltranza, vi sono
paradossalmente dei “nuovi poveri” che non hanno il “minimo sociale”.
Vi è la moltitudine di coloro che soffrono a causa della disoccupazione,
giovani che non trovano impiego o persone di età matura che l’hanno perso.
So che molti di voi, in particolare nei movimenti giovanili, desiderano
offrire loro un efficace sostegno.
Pensiamo
anche agli stranieri, ai lavoratori immigrati, molto numerosi in questa
regione, e che, in questi tempi di crisi economica, sono più minacciati a
causa della loro situazione precaria. Anche se il problema della loro
integrazione rimane complesso, in considerazione del bene comune del paese, la
Chiesa non accetterà che si manchi di rispetto verso le persone e le loro
radici culturali, né di equità di fronte alle loro necessità e a quelle
delle loro famiglie che hanno bisogno di vivere con loro. I cristiani saranno
in prima fila tra coloro che lottano perché i loro fratelli originari di
altri paesi usufruiscano di legittime garanzie, e perché le mentalità si
aprano in modo più accogliente allo straniero.
Saranno
attenti alle loro difficoltà e aiuteranno gli immigranti ad assumersi le
proprie responsabilità. Sì, come i vostri vescovi mi hanno coraggiosamente
sottolineato a più riprese, come io stesso dicevo al secondo Congresso
mondiale della pastorale della migrazione (18 ottobre 1985), la Chiesa si farà
ancora voce di chi non ha voce. Si sforzerà d’essere l’immagine e il
lievito di una comunità più fraterna. I poveri sono anche tutti coloro che
soffrono di una vita marginale, come gli ammalati e gli handicappati. Sono i
detenuti: questi ultimi sono tra i più poveri, qualunque sia la causa della
loro detenzione. Le parole di Gesù ci interpellano: “Ero ammalato, ero
prigioniero . . . e siete venuti a trovarmi”.
Infine,
fuori dalla vostra città, dal vostro paese che dispone di tante risorse, vi
sono, in tutto il mondo, le moltitudini che soffrono a causa della fame, della
mancanza di un tetto e della carenza di cure. È l’esperienza impressionante
che faccio io stesso nel corso dei miei viaggi apostolici, in Africa, in
America Latina, in India. Si tratta di paesi, di continenti interi. E questi
popoli che arrivano così difficilmente allo sviluppo necessario per
sopravvivere ed espandersi interpellano con vigore i popoli che hanno la
fortuna d’avere in abbondanza beni materiali e possibilità tecniche. È in
gioco tutta la posta dei rapporti Nord-Sud. Padre Chevrier non poteva
conoscere in tutta la sua ampiezza questo dramma universale della povertà. È
essere fedeli al suo spirito divenire il prossimo di questi popoli fratelli.
Essi non chiedono un’elemosina, ma la considerazione dei loro problemi, la
preoccupazione dell’equità negli scambi commerciali e gli investimenti, la
solidarietà generosa nelle situazioni d’urgenza, l’aiuto a lungo termine
perché possano realizzare il proprio sviluppo, e, al di sopra di tutto, la
stima della loro dignità di poveri, che hanno del resto ricchezze umane e
spirituali da condividere con noi.
Cristo
si identifica con questi affamati. E non di solo pane vive l’uomo: egli ha
sete di dignità, di libertà, di libertà di coscienza, ha sete d’amore e,
senza sempre esserne consapevole, sete di Dio.
6. Sì, dobbiamo contribuire
a liberare l’uomo da tante schiavitù, senza confondere la nostra lotta
solidale con la violenza, l’odio, le prese di posizione ideologiche che
porterebbero mali peggiori di quelli che si vogliono eliminare. La speranza
abita veramente nel cuore dell’uomo solo quando egli ha fatto l’esperienza
del Salvatore. La parola di Dio è allora una forza di liberazione dal male, e
anche dal peccato. Annunciare il Vangelo è il più alto servizio reso agli
uomini.
Padre
Chevrier voleva liberare i poveri dall’ignoranza religiosa. Nel Prado,
desiderava allo stesso tempo dare ai giovani l’istruzione, quella che oggi
si chiamerebbe alfabetizzazione, e l’insegnamento della fede per permettere
loro di partecipare all’Eucaristia. E per questo compito animava e formava
un gruppo di volontari, uomini e donne. “Il mio più grande desiderio
sarebbe di preparare dei buoni catechisti per la Chiesa, e di formare
un’associazione di sacerdoti che lavorino a questo fine” (Lettera ai
propri seminaristi, 1877). Essi andrebbero dappertutto “per mostrare Gesù
Cristo”, come testimoni che predicano attraverso la catechesi - semplice e
attentamente preparata - ma anche attraverso la loro vita. Vi dedicava egli
stesso gran parte del suo tempo, con mezzi poveri ma adeguati, commentando
concretamente ciascuna parola del Vangelo, e anche il rosario, la Via Crucis.
Diceva: “Catechizzare gli uomini è la grande missione del sacerdote oggi”
(Lettere, p. 70).
I
poveri in effetti hanno diritto alla totalità del Vangelo. La Chiesa rispetta
le coscienze di chi non condivide la sua fede, ma ha la missione di
testimoniare l’amore di Dio verso di loro.
Oggi,
cari fratelli e sorelle, il contesto religioso non è più quello dell’epoca
di padre Chevrier. Esso è contrassegnato dal dubbio, lo scetticismo, la
mancanza di fede, se non l’ateismo, e da una rivendicazione massima della
libertà. Ma il bisogno di una proposta chiara e ardente della fede - della
totalità della fede - si fa sentire ancora di più. L’ignoranza religiosa
si estende in modo sconcertante. So che molti catechisti ne hanno preso
coscienza e dedicano generosamente il loro tempo e il loro talento, a Lione
come altrove in Francia, a porvi rimedio. L’appello di padre Antonio Chevrier dovrebbe stimolarci tutti, mantenerci in uno stato di missione. Non
udite la sua esclamazione: “Saper parlare di Dio, quanto è bello!”? (Lettere,
1873).
7. Cari fratelli e sorelle
di Francia, presenti oggi a Lione o a noi collegati attraverso la televisione,
possa questa beatificazione far crescere in voi la fede, la speranza e
l’amore che si nutrono dell’esempio dei santi e dell’esperienza della
grazia!
Chiesa
che sei a Lione, tu sei stata battezzata nel sangue dei tuoi martiri, ricorda
il tuo primo fervore col vescovo Potino, il diacono Santo, la schiava
Blandine. È la prima testimonianza che abbiamo dei cristiani della Gallia: ci
si stupisce della loro forza, della loro speranza, del loro attaccamento al
Cristo vivente. Chiesa di Lione, ricordati anche del vescovo Ireneo che, per
tutta la Chiesa, ha difeso la vera fede nel Verbo Incarnato, vero Dio e vero
uomo, di fronte alle gnosi che già tentavano di spegnere questa fede. Chiesa
di Lione, ricordati di tutte le iniziative prese dai tuoi figli e dalle tue
figlie nel corso dei secoli per santificare la Chiesa, servire la sua unità,
per portarla al servizio della società, come Mario Gonin e Giuseppe Folliet,
per sviluppare l’ecumenismo come padre Couturier, contribuire
all’educazione dei giovani come la beata Claudine Thévenet, stimolare
l’irradiamento missionario della Chiesa come Paolina Jaricot, assicurare una
presenza contemplativa in mezzo ai non cristiani come padre Giulio Monchanin.
Sono legioni, “folla immensa di testimoni”, e costituiscono per noi delle
guide, una famiglia, degli intercessori, secondo l’espressione del Prefazio
dei santi.
E
specialmente tu, famiglia spirituale del Prado - sacerdoti, sorelle e membri
dell’Istituto femminile -, ricordati del tuo fondatore: egli aveva forse
tutto per restare un uomo ordinario, ma il suo attaccamento a Gesù Cristo
l’ha portato alla santità. “Solo i santi potranno rigenerare il mondo,
lavorare utilmente per la conversione dei peccatori e per la gloria di Dio”
(Lettera ai propri seminaristi, 1872).
E
tu, Chiesa che sei in Francia, tu che visito per la terza volta su invito
della Conferenza episcopale, ricordati del tuo battesimo, dell’alleanza che
Dio non ha mai rinnegato! Ricordati del suo amore. Ricordati dello Spirito
Santo che abita in te e che può sempre suscitare in te una nuova primavera
spirituale, se lo desideri veramente! Non temere. Non lasciarti scoraggiare
dalle difficoltà a vivere oggi la fede. I tuoi santi le hanno conosciute e
superate. Il profeta Sofonia ci diceva: “Cercate il Signore, voi tutti,
poveri della terra, che eseguite i suoi ordini; cercate la giustizia, cercate
l’umiltà” (Sof 2, 3). E parlava di un resto piccolo e povero, il resto di
Israele. (cf. Sof 3, 12-13)
Oggi,
grazie a Dio, ho sotto gli occhi un popolo immenso, il popolo cristiano che è
voluto venire a celebrare la propria fede col successore di Pietro. Come padre
Chevrier, sapete che non si può dissociare Gesù Cristo dalla sua Chiesa, che
non si può dissociare la comunità diocesana dal suo vescovo né dal Vescovo
di Roma. È in questa comunione che il nostro beato trovava la propria forza:
uniti a Gesù Cristo e alla Chiesa, non si può che camminare sicuri malgrado
le contrarietà, le battaglie, le lotte e le persecuzioni (VD, p.
511).
È
in questo spirito che saluto tra di voi i bambini e i giovani, i lavoratori e
i responsabili del bene comune. Saluto specialmente coloro che conoscono le
prove della malattia, della solitudine, della lontananza dal loro paese
d’origine. Saluto i laici cristiani e le loro famiglie che formano le
cellule di base nel popolo di Dio. Spetta a voi diffondere la grazia del
vostro battesimo, vivere la fede cristiana in un clima di fedeltà e d’amore
generoso, e trasmetterla facendola apprezzare alle giovani generazioni. Lo
ripeterò a Paray-le-Monial. Saluto i sacerdoti che sono al servizio di
tutto il popolo di Dio, come padre Chevrier e il curato d’Ars, per
annunciare la buona novella e trasmettere la vita di Cristo. Mediterò con voi
ad Ars. Saluto i religiosi e le religiose coi quali pregherò Notre-Dame de Fourvière.
Voi
tutti, fratelli e sorelle qui presenti, non abbiate timore a impegnarvi nel
rinnovamento del cuore senza il quale le riforme esterne e i programmi
pastorali sarebbero sterili. Fatelo alla scuola di Maria che sempre accompagna
i discepoli di suo Figlio. Vivete l’assoluto del Vangelo, che solo risveglia
e attira le coscienze assopite o esitanti. Ricercate sinceramente la santità,
inseparabile dalla missione.
8. E tu, padre Antonio
Chevrier, guidaci sulla via del Vangelo. Sei beato! La tua figura si innalza e
risplende nella luce delle otto beatitudini di Gesù. Questa città di Lione
ti chiamerà beato, lei che sin dal giorno della tua morte già ti circondava
di venerazione. Lo stesso vale per la Chiesa, che venera in te il
“piccolo” - esaltato da Gesù più dei saggi e dei sapienti -, il
sacerdote, l’apostolo, il servitore dei poveri. Come Paolo, colpito da
Cristo, hai vissuto dimenticando ciò che avevi alle spalle, tutto proteso in
avanti. Sì, tu sei totalmente rivolto verso l’avvenire, verso il grande
avvenire di tutti i popoli in Dio. Hai corso verso la meta per cogliere il
premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù. È il premio
dell’amore. È l’Amore!
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