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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN FRANCIA

BEATIFICAZIONE DI PADRE ANTONIO CHEVRIER NEL PARCO EUREXPO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Lione (Francia), 4 ottobre 1986

 

1. “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11, 25).

Queste parole sono state pronunziate per la prima volta da Gesù di Nazaret, figlio d’Israele, discendente di David, Figlio di Dio; esse hanno costituito una svolta fondamentale nella storia della rivelazione di Dio all’uomo, nella storia della religione, nella storia spirituale dell’umanità. È stato allora che Gesù ha rivelato Dio come Padre e si è rivelato egli stesso come Figlio, della stessa natura del Padre: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 27). Sì, il Figlio, che pronuncia queste parole esultando nello Spirito Santo (cf. Lc 10, 21), attraverso di esse rivela il Padre ai piccoli. Poiché il Padre si compiace in loro.

2. Cari fratelli e sorelle di Lione e delle altre diocesi di Francia, noi ritroviamo oggi con emozione queste parole di Cristo. Esse assumono un’attualità nuova perché abbiamo sotto gli occhi la figura di un sacerdote strettamente legato a questa città nella Chiesa del XIX secolo, padre Antonio Chevrier. Mi è dato proclamarlo oggi beato a Lione, tra voi, e ne sono veramente felice.

Oggi la Chiesa universale festeggia san Francesco d’Assisi: anch’egli aveva riposto la propria gioia nel seguire il Cristo nella più grande povertà e umiltà; nel XIII secolo, aveva fatto sì che i propri contemporanei riscoprissero il Vangelo. Padre Chevrier è stato un fervente ammiratore del Poverello d’Assisi; apparteneva al Terzo Ordine Francescano. Nella stanza in cui è morto si può vedere una statuetta di san Francesco, e anche una statuetta di san Giovanni Maria Vianney che egli andò a consultare nel 1867 ad Ars, quando, giovane sacerdote, si interrogava sul cammino di povertà che gli suggeriva il mistero della mangiatoia. Sapete che vengo a celebrare ad Ars il bicentenario della nascita del santo Curato.

Questi tre santi hanno in comune il fatto di essere tra quei “piccoli”, quei “poveri”, quei “miti e umili di cuore” nei quali il Padre del cielo ha trovato la sua piena gioia, ai quali Cristo ha rivelato il mistero insondabile di Dio, concedendo loro di conoscere il Padre come solo il Figlio lo conosce, e allo stesso tempo di conoscere se stesso, lui, il Figlio, come solo il Padre lo conosce.

Insieme a Gesù, anche noi dunque proclamiamo la lode di Dio per queste tre ammirevoli figure di santi. Essi erano animati dallo stesso amore appassionato di Dio, e vivevano in una povertà simile, ma col proprio carisma. San Francesco d’Assisi, diacono, coi suoi compagni ha ridestato l’amore di Cristo nel cuore del popolo delle città italiane. Il curato d’Ars, solo con Dio nella sua chiesa di campagna, ha ridestato la coscienza dei suoi parrocchiani e di folle innumerevoli offrendo loro il perdono di Dio. Il padre Chevrier, sacerdote secolare in un ambiente urbano, è stato, coi suoi confratelli, l’apostolo dei quartieri operai più poveri della periferia lionese nel momento in cui nasceva la grande industria. Ed è questo zelo missionario che lo ha stimolato ad adottare anch’egli uno stile di vita radicalmente evangelico. a ricercare la santità.

Guardiamo specialmente Antonio Chevrier: egli è uno di quei “piccoli” che non può essere paragonato ai “saggi” e ai “sapienti” del suo secolo e degli altri secoli. Egli costituisce una categoria a parte, ha una grandezza del tutto evangelica. La sua grandezza si manifesta proprio in quella che si può chiamare la sua piccolezza, o la sua povertà. Vivendo umilmente, coi mezzi più poveri, egli è il testimone del mistero nascosto di Dio, testimone dell’amore che Dio porta alle folle dei “piccoli” a lui simili. È stato il loro servitore, il loro apostolo. Per loro, è stato il “sacerdote secondo il Vangelo”, per riprendere il primo titolo della raccolta delle sue esortazioni sul “vero discepolo di Gesù Cristo”. Per i numerosi sacerdoti qui presenti, a cominciare da quelli del Prado che ha fondato, egli è una guida incomparabile. Ma tutti i laici cristiani che formano questa assemblea troveranno anch’essi in lui una gran luce, perché egli mostra a ciascun battezzato come annunciare la buona novella ai poveri e come rendere Gesù Cristo presente attraverso la propria esistenza.

3. Apostolo, ecco cosa aveva voluto essere padre Chevrier preparandosi al sacerdozio. “Gesù Cristo è l’inviato del Padre; il sacerdote è l’inviato di Gesù Cristo”. I poveri stessi hanno acceso il suo desiderio di evangelizzarli. Ma è Gesù Cristo che lo ha “colpito”. La meditazione di fronte al Presepe nel Natale 1856 lo ha particolarmente sconvolto. Da allora cercherà sempre di conoscerlo meglio, di diventare suo discepolo, di conformarsi a lui, per meglio annunciarlo ai poveri. Rivive specialmente l’esperienza dell’apostolo Paolo del quale avete appena udito la testimonianza: “Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù” (Fil 3, 7-8). Che radicalismo in queste parole! Ecco che cosa caratterizza l’apostolo. In Cristo, “partecipando alle sue sofferenze”, “sperimentando la potenza della sua risurrezione”, egli trova la “giustizia” divina offerta all’umanità peccatrice, offerta a ciascun uomo come dono della giustificazione e della riconciliazione col Dio infinitamente santo.

L’apostolo è dunque un uomo “colpito dal Cristo Gesù”. L’apostolo ha fiducia assoluta che, “diventandogli conforme nella morte” potrà “giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3, 11). Egli è così l’uomo dalla speranza escatologica che si traduce nella speranza di ogni giorno, in un programma di vita quotidiana, attraverso il ministero di salvezza che esercita per gli altri.

Padre Chevrier impiega tutte le sue energie a perseguire questa conoscenza di Gesù Cristo, per meglio raggiungere Cristo, così come egli è stato raggiunto. Medita incessantemente il Vangelo; scrive migliaia di pagine di commentari, per aiutare i propri amici a divenire anch’essi veri discepoli. Cerca anche di riprodurre la vita di Cristo nella propria vita. “Dobbiamo rappresentare Gesù Cristo povero nella mangiatoia, Gesù Cristo che soffre nella passione, Gesù Cristo che si lascia mangiare nella santa Eucaristia” (Il vero discepolo, Lione 1968, p. 101; d’ora innanzi citato VD). E ancora: “La conoscenza di Gesù Cristo è la chiave di tutto. Conoscere Dio e il suo Cristo, in questo è tutto l’uomo, tutto il sacerdote, tutto il santo” (Lettera ai propri seminaristi, 1875). Ecco la preghiera che corona la sua meditazione: “O Verbo! O Cristo! Quanto siete bello! Quanto siete grande! . . . Fate che io vi conosca e che vi ami. Voi siete il mio Signore e il mio solo e unico Maestro” (VD, p. 108). Una tale conoscenza è una grazia dello Spirito Santo.

Da allora padre Chevrier è completamente disponibile per l’opera di Cristo: “Conoscere Gesù Cristo, lavorare per Gesù Cristo, morire per Gesù Cristo” (Lettere, p. 89). “Signore, se avete bisogno d’un povero . . . di un pazzo, eccomi . . . per fare la vostra volontà. Sono vostro. Tuus sum ego” (VD, p. 122).

4. Il salmo di questa liturgia traduce bene i sentimenti dell’apostolo che si è lasciato impregnare di Gesù Cristo: “Non ho nascosto la tua giustizia in fondo al cuore . . . Esultino e gioiscano in te quanti ti cercano” (Sal 39,11.7). “Signore Gesù, il tuo amore mi ha colpito: annuncerò il tuo nome a tutti i miei fratelli”. (Respons. Ad Psalum)

Padre Chevrier si è lasciato totalmente assorbire dal servizio degli altri. I suoi fratelli sono innanzitutto i poveri, quelli che il Signore gli ha fatto incontrare nel quartiere alluvionato de La Guillotière nel 1856, i senza tetto. Sono i bambini della città del Bambin Gesù che gli ha fatto conoscere Camillo Rambaud, un laico. Sono quelli che ha raccolti, con altri più anziani, nella stanza del Prado, privi d’istruzione e non edotti nella fede, incapaci di seguire altrove la preparazione alla prima Comunione. Erano talvolta abbandonati, spesso disprezzati, sfruttati; divenivano, diceva, “macchine da lavoro fatte per arricchire i loro padroni” (Sermoni, ms. III, p. 12). Sono inoltre ogni sorta di miserabili, di emarginati, che hanno coscienza di “nulla avere, nulla sapere, nulla valere”. Gli ammalati, i peccatori, fanno anch’essi parte di questi poveri.

Perché padre Chevrier è specialmente attratto da coloro che, come il Vangelo, chiama “i poveri”? Egli ha una viva consapevolezza della loro miseria umana, e allo stesso tempo vede l’abisso che li separa dalla Chiesa. Sente per loro l’amore e la tenerezza di Cristo Gesù. Attraverso di lui è Cristo stesso che sembra dire ai suoi contemporanei: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11, 28-30). Padre Chevrier sa che Gesù ha dato questo, come primo segno del regno di Dio: “La buona novella è annunciata ai poveri” (cf. Lc 3, 18; Mt 11, 15). Ha constatato egli stesso che i poveri che ricevono il Vangelo ridestano molto spesso negli altri la comprensione e l’amore di questo Vangelo.

È vero, il Signore gli ha dato un carisma speciale per accostarsi ai poveri. E attraverso di lui, Cristo ha fatto riudire le sue beatitudini a questa città e alla Francia del XIX secolo; attraverso questo beato, Cristo ci ripete oggi: “Beati i poveri in spirito . . . beati i misericordiosi . . . beati quelli che hanno fame e sete della giustizia” (Mt 5, 3. 6. 7)! Certo, tutti i ceti debbono essere evangelizzati, i ricchi come i poveri, gli istruiti come gli ignoranti. Nessuno deve essere oggetto di incomprensione, negligenza, ancor meno di disprezzo da parte della Chiesa. Tutti sono in un certo senso, poveri di Dio. Ma nelle condizioni in cui ha vissuto padre Chevrier, il servizio dei poveri era una testimonianza necessaria, e lo è oggi ovunque si incontri la povertà. Egli è uno di quei numerosi apostoli che, nel corso della storia, hanno realizzato quella che noi chiamiamo l’opzione preferenziale per i poveri.

Padre Chevrier volge su di essi uno sguardo evangelico, li rispetta e li ama nella fede. Egli trova Cristo nei poveri e, allo stesso tempo, i poveri in Cristo. Non li idealizza, conosce i loro limiti e le loro debolezze; sa del resto che spesso sono mancati loro amore e giustizia. Ha il senso della dignità di ogni uomo, ricco o povero che sia. Vuole il bene di ciascuno di loro, la loro salvezza: l’amore vuole salvare. Il suo rispetto lo spinge a farsi uguale ai poveri, a vivere in mezzo a loro, come Cristo; a lavorare talvolta come loro; a morire con loro. Spera che così i poveri capiranno che non sono abbandonati da Dio, che li ama come un Padre (cf. VD, p. 63). Quanto a lui, fa questa esperienza: “È nella povertà che il sacerdote trova la propria forza, la propria potenza, la propria libertà” (Antoine Chevrier, Le véritable disciple, Prado, Editions Librairie, Lyon 1968 p. 519). Il sogno di padre Chevrier è formare dei sacerdoti poveri per unirsi ai poveri.

5. Oggi chiediamo al beato Antonio Chevrier di insegnarci sempre più il rispetto e la sollecitudine evangelica verso i poveri. Cari fratelli e sorelle, voi sapete chi sono questi poveri nel nostro mondo attuale. Sono tutti coloro cui manca pane, ma anche lavoro, responsabilità, considerazione della loro dignità; coloro cui manca anche Dio. Non è più solo il mondo operaio ad essere colpito, ma molti strati sociali. In una civiltà dei consumi a oltranza, vi sono paradossalmente dei “nuovi poveri” che non hanno il “minimo sociale”. Vi è la moltitudine di coloro che soffrono a causa della disoccupazione, giovani che non trovano impiego o persone di età matura che l’hanno perso. So che molti di voi, in particolare nei movimenti giovanili, desiderano offrire loro un efficace sostegno.

Pensiamo anche agli stranieri, ai lavoratori immigrati, molto numerosi in questa regione, e che, in questi tempi di crisi economica, sono più minacciati a causa della loro situazione precaria. Anche se il problema della loro integrazione rimane complesso, in considerazione del bene comune del paese, la Chiesa non accetterà che si manchi di rispetto verso le persone e le loro radici culturali, né di equità di fronte alle loro necessità e a quelle delle loro famiglie che hanno bisogno di vivere con loro. I cristiani saranno in prima fila tra coloro che lottano perché i loro fratelli originari di altri paesi usufruiscano di legittime garanzie, e perché le mentalità si aprano in modo più accogliente allo straniero.

Saranno attenti alle loro difficoltà e aiuteranno gli immigranti ad assumersi le proprie responsabilità. Sì, come i vostri vescovi mi hanno coraggiosamente sottolineato a più riprese, come io stesso dicevo al secondo Congresso mondiale della pastorale della migrazione (18 ottobre 1985), la Chiesa si farà ancora voce di chi non ha voce. Si sforzerà d’essere l’immagine e il lievito di una comunità più fraterna. I poveri sono anche tutti coloro che soffrono di una vita marginale, come gli ammalati e gli handicappati. Sono i detenuti: questi ultimi sono tra i più poveri, qualunque sia la causa della loro detenzione. Le parole di Gesù ci interpellano: “Ero ammalato, ero prigioniero . . . e siete venuti a trovarmi”.

Infine, fuori dalla vostra città, dal vostro paese che dispone di tante risorse, vi sono, in tutto il mondo, le moltitudini che soffrono a causa della fame, della mancanza di un tetto e della carenza di cure. È l’esperienza impressionante che faccio io stesso nel corso dei miei viaggi apostolici, in Africa, in America Latina, in India. Si tratta di paesi, di continenti interi. E questi popoli che arrivano così difficilmente allo sviluppo necessario per sopravvivere ed espandersi interpellano con vigore i popoli che hanno la fortuna d’avere in abbondanza beni materiali e possibilità tecniche. È in gioco tutta la posta dei rapporti Nord-Sud. Padre Chevrier non poteva conoscere in tutta la sua ampiezza questo dramma universale della povertà. È essere fedeli al suo spirito divenire il prossimo di questi popoli fratelli. Essi non chiedono un’elemosina, ma la considerazione dei loro problemi, la preoccupazione dell’equità negli scambi commerciali e gli investimenti, la solidarietà generosa nelle situazioni d’urgenza, l’aiuto a lungo termine perché possano realizzare il proprio sviluppo, e, al di sopra di tutto, la stima della loro dignità di poveri, che hanno del resto ricchezze umane e spirituali da condividere con noi.

Cristo si identifica con questi affamati. E non di solo pane vive l’uomo: egli ha sete di dignità, di libertà, di libertà di coscienza, ha sete d’amore e, senza sempre esserne consapevole, sete di Dio.

6. Sì, dobbiamo contribuire a liberare l’uomo da tante schiavitù, senza confondere la nostra lotta solidale con la violenza, l’odio, le prese di posizione ideologiche che porterebbero mali peggiori di quelli che si vogliono eliminare. La speranza abita veramente nel cuore dell’uomo solo quando egli ha fatto l’esperienza del Salvatore. La parola di Dio è allora una forza di liberazione dal male, e anche dal peccato. Annunciare il Vangelo è il più alto servizio reso agli uomini.

Padre Chevrier voleva liberare i poveri dall’ignoranza religiosa. Nel Prado, desiderava allo stesso tempo dare ai giovani l’istruzione, quella che oggi si chiamerebbe alfabetizzazione, e l’insegnamento della fede per permettere loro di partecipare all’Eucaristia. E per questo compito animava e formava un gruppo di volontari, uomini e donne. “Il mio più grande desiderio sarebbe di preparare dei buoni catechisti per la Chiesa, e di formare un’associazione di sacerdoti che lavorino a questo fine” (Lettera ai propri seminaristi, 1877). Essi andrebbero dappertutto “per mostrare Gesù Cristo”, come testimoni che predicano attraverso la catechesi - semplice e attentamente preparata - ma anche attraverso la loro vita. Vi dedicava egli stesso gran parte del suo tempo, con mezzi poveri ma adeguati, commentando concretamente ciascuna parola del Vangelo, e anche il rosario, la Via Crucis. Diceva: “Catechizzare gli uomini è la grande missione del sacerdote oggi” (Lettere, p. 70).

I poveri in effetti hanno diritto alla totalità del Vangelo. La Chiesa rispetta le coscienze di chi non condivide la sua fede, ma ha la missione di testimoniare l’amore di Dio verso di loro.

Oggi, cari fratelli e sorelle, il contesto religioso non è più quello dell’epoca di padre Chevrier. Esso è contrassegnato dal dubbio, lo scetticismo, la mancanza di fede, se non l’ateismo, e da una rivendicazione massima della libertà. Ma il bisogno di una proposta chiara e ardente della fede - della totalità della fede - si fa sentire ancora di più. L’ignoranza religiosa si estende in modo sconcertante. So che molti catechisti ne hanno preso coscienza e dedicano generosamente il loro tempo e il loro talento, a Lione come altrove in Francia, a porvi rimedio. L’appello di padre Antonio Chevrier dovrebbe stimolarci tutti, mantenerci in uno stato di missione. Non udite la sua esclamazione: “Saper parlare di Dio, quanto è bello!”? (Lettere, 1873).

7. Cari fratelli e sorelle di Francia, presenti oggi a Lione o a noi collegati attraverso la televisione, possa questa beatificazione far crescere in voi la fede, la speranza e l’amore che si nutrono dell’esempio dei santi e dell’esperienza della grazia!

Chiesa che sei a Lione, tu sei stata battezzata nel sangue dei tuoi martiri, ricorda il tuo primo fervore col vescovo Potino, il diacono Santo, la schiava Blandine. È la prima testimonianza che abbiamo dei cristiani della Gallia: ci si stupisce della loro forza, della loro speranza, del loro attaccamento al Cristo vivente. Chiesa di Lione, ricordati anche del vescovo Ireneo che, per tutta la Chiesa, ha difeso la vera fede nel Verbo Incarnato, vero Dio e vero uomo, di fronte alle gnosi che già tentavano di spegnere questa fede. Chiesa di Lione, ricordati di tutte le iniziative prese dai tuoi figli e dalle tue figlie nel corso dei secoli per santificare la Chiesa, servire la sua unità, per portarla al servizio della società, come Mario Gonin e Giuseppe Folliet, per sviluppare l’ecumenismo come padre Couturier, contribuire all’educazione dei giovani come la beata Claudine Thévenet, stimolare l’irradiamento missionario della Chiesa come Paolina Jaricot, assicurare una presenza contemplativa in mezzo ai non cristiani come padre Giulio Monchanin. Sono legioni, “folla immensa di testimoni”, e costituiscono per noi delle guide, una famiglia, degli intercessori, secondo l’espressione del Prefazio dei santi.

E specialmente tu, famiglia spirituale del Prado - sacerdoti, sorelle e membri dell’Istituto femminile -, ricordati del tuo fondatore: egli aveva forse tutto per restare un uomo ordinario, ma il suo attaccamento a Gesù Cristo l’ha portato alla santità. “Solo i santi potranno rigenerare il mondo, lavorare utilmente per la conversione dei peccatori e per la gloria di Dio” (Lettera ai propri seminaristi, 1872).

E tu, Chiesa che sei in Francia, tu che visito per la terza volta su invito della Conferenza episcopale, ricordati del tuo battesimo, dell’alleanza che Dio non ha mai rinnegato! Ricordati del suo amore. Ricordati dello Spirito Santo che abita in te e che può sempre suscitare in te una nuova primavera spirituale, se lo desideri veramente! Non temere. Non lasciarti scoraggiare dalle difficoltà a vivere oggi la fede. I tuoi santi le hanno conosciute e superate. Il profeta Sofonia ci diceva: “Cercate il Signore, voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini; cercate la giustizia, cercate l’umiltà” (Sof 2, 3). E parlava di un resto piccolo e povero, il resto di Israele. (cf. Sof 3, 12-13)

Oggi, grazie a Dio, ho sotto gli occhi un popolo immenso, il popolo cristiano che è voluto venire a celebrare la propria fede col successore di Pietro. Come padre Chevrier, sapete che non si può dissociare Gesù Cristo dalla sua Chiesa, che non si può dissociare la comunità diocesana dal suo vescovo né dal Vescovo di Roma. È in questa comunione che il nostro beato trovava la propria forza: uniti a Gesù Cristo e alla Chiesa, non si può che camminare sicuri malgrado le contrarietà, le battaglie, le lotte e le persecuzioni (VD, p. 511).

È in questo spirito che saluto tra di voi i bambini e i giovani, i lavoratori e i responsabili del bene comune. Saluto specialmente coloro che conoscono le prove della malattia, della solitudine, della lontananza dal loro paese d’origine. Saluto i laici cristiani e le loro famiglie che formano le cellule di base nel popolo di Dio. Spetta a voi diffondere la grazia del vostro battesimo, vivere la fede cristiana in un clima di fedeltà e d’amore generoso, e trasmetterla facendola apprezzare alle giovani generazioni. Lo ripeterò a Paray-le-Monial. Saluto i sacerdoti che sono al servizio di tutto il popolo di Dio, come padre Chevrier e il curato d’Ars, per annunciare la buona novella e trasmettere la vita di Cristo. Mediterò con voi ad Ars. Saluto i religiosi e le religiose coi quali pregherò Notre-Dame de Fourvière.

Voi tutti, fratelli e sorelle qui presenti, non abbiate timore a impegnarvi nel rinnovamento del cuore senza il quale le riforme esterne e i programmi pastorali sarebbero sterili. Fatelo alla scuola di Maria che sempre accompagna i discepoli di suo Figlio. Vivete l’assoluto del Vangelo, che solo risveglia e attira le coscienze assopite o esitanti. Ricercate sinceramente la santità, inseparabile dalla missione.

8. E tu, padre Antonio Chevrier, guidaci sulla via del Vangelo. Sei beato! La tua figura si innalza e risplende nella luce delle otto beatitudini di Gesù. Questa città di Lione ti chiamerà beato, lei che sin dal giorno della tua morte già ti circondava di venerazione. Lo stesso vale per la Chiesa, che venera in te il “piccolo” - esaltato da Gesù più dei saggi e dei sapienti -, il sacerdote, l’apostolo, il servitore dei poveri. Come Paolo, colpito da Cristo, hai vissuto dimenticando ciò che avevi alle spalle, tutto proteso in avanti. Sì, tu sei totalmente rivolto verso l’avvenire, verso il grande avvenire di tutti i popoli in Dio. Hai corso verso la meta per cogliere il premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù. È il premio dell’amore. È l’Amore!

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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