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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN BANGLADESH, SINGAPORE, FIJI,
NUOVA ZELANDA, AUSTRALIA I, ISOLE SEICHELLES

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA PER LE DIOCESI DEL
NUOVO GALLES DEL SUD NELL'IPPODROMO «RANDWICK  RACECOURSE»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Sidney (Australia), 26 novembre 1986

 

“Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo” (Gv 17, 18).

Miei cari in Cristo.

1. Gesù ha pronunciato queste parole il giorno prima della sua passione e morte. Esse sono parte della sua “preghiera sacerdotale” all’ultima cena. Sono parole chiave. Esse parlano del Padre che invia il Figlio. Ed esse parlano della missione trasmessa poi dal Figlio alla sua Chiesa. Gesù Cristo invia gli apostoli nel mondo. Egli invia la Chiesa. Di generazione in generazione la Chiesa è inviata da Cristo per continuare, con la potenza dello Spirito Santo, la missione che Cristo ha ricevuto dal Padre.

La Chiesa di Sydney e di tutto il New South Wales - e di tutta l’Australia - svolge il suo servizio apostolico nel contesto di questa missione divina. Voglio esprimere la mia gioia per essere qui, con voi, oggi, come Vescovo di Roma e successore di Pietro. Ringrazio Dio per trovarmi “al centro” di questo, del servizio alla Chiesa, che trova le sue origini nell’ultima cena nel cenacolo, e ha preso forma nella preghiera sacerdotale di Gesù. L’efficacia di questo servizio viene dalla sua croce e dalla sua risurrezione.

Nella stessa preghiera, Gesù aggiunge: “Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17, 19). In tutte le epoche e ancora oggi l’intera vita della comunità cristiana è legata alla presenza viva di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il Redentore della famiglia umana, Colui che è stato inviato dal Padre per la vita del mondo.

2. Vorrei rivolgermi a ciascuno di voi radunati qui per questa celebrazione eucaristica. In voi io abbraccio l’intera comunità ecclesiale del New South Wales, di cui ogni diocesi è rappresentata in questa liturgia. Saluto il card. Freeman, l’arcivescovo Clancy e gli altri vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i fedeli, i giovani e gli anziani di ogni condizione, razza e provenienza. Che Cristo elargisca abbondantemente la pace ai vostri cuori! Ringrazio gli illustri rappresentanti del Governo e della vita pubblica del New South Wales per la cortesia della loro presenza.

Desidero esprimere la mia cordiale gratitudine per la presenza in questo luogo di membri delle altre Chiese e comunioni cristiane. Nel nostro comune amore per nostro Signore Gesù Cristo troveremo ispirazione e sostegno per perseverare sulle vie dell’ecumenismo, fino al giorno in cui esisterà la piena comunione di fede e di vita tra di noi.

3. Fratelli e sorelle: le parole di Cristo al Padre, nel corso dell’ultima cena sono oggi rivolte a noi, qui, in Australia. “Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo” (Gv 17, 18). In questo modo egli invia gli apostoli e i loro successori. “Per tutta la terra è corsa la loro voce, e fino ai confini del mondo le loro parole” (Rm 10, 18).

Di generazione in generazione, la Chiesa cerca le vie che guidano l’uomo attraverso le mutevoli condizioni della sua esistenza, della sua cultura e della sua civiltà. Ciò che, nel suo cammino, essa porta con sé è il Vangelo. Offrendo il Vangelo all’uomo, la Chiesa offre la parola del Dio vivente e la verità che dà la vita. “Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!” (Rm 10, 15). La risposta a noi richiesta è di professare che Gesù è il Signore e di credere nel nostro cuore che Dio lo ha fatto risorgere dai morti. Mediante questa professione di verità noi raggiungiamo la salvezza (cf. Rm 10, 9-10).

E così è anche per l’Australia. Il Vangelo deve essere pienamente calato in questa cultura australiana, con tutte le sue diversità. In una storia relativamente breve, questa terra è stata testimone di esperienze umane, grandi e piccole, che formano l’Australia di oggi. In molti modi il Vangelo è ormai saldamente radicato nella vita della società, anche se è altrettanto vero che la frattura tra il messaggio del Vangelo e la cultura richiede una nuova evangelizzazione, una seconda evangelizzazione.

4. Sedici anni fa il mio predecessore Paolo VI si trovava in questo stesso luogo e parlava della tentazione “di ridurre ogni cosa a un umanesimo terreno, di dimenticare la dimensione morale e spirituale della vita, e di non avere più cura del necessario rapporto con il Creatore di tutti questi beni, e supremo Legislatore del loro uso” (PAULI VI Homilia in equorum stadio “Randwick”, Christifidelibus qui Sacro interfuerunt a Beatissimo Patre peracto, secundo volvente saeculo ex quo nauta Iacobus Cook primum navem appulit ad sinum v. d. “Botany Bay”,3, die 1 dec. 1970: Insegnamenti di Paolo VI, VIII [1970] 1323 S). Questa tentazione è antica come la stessa vita dell’uomo. Ma nei giorni nostri richiede una risposta nuova da parte della Chiesa e di ciascuno dei suoi membri.

In molte parti del mondo moderno ormai non si tratta più tanto di proclamare il Vangelo a coloro che non ne hanno mai sentito parlare, come era stato invece per gli apostoli e per molti missionari dopo di loro. Oggi si tratta di rivolgersi a coloro che lo conoscono, ma che non rispondono più. Mi riferisco ai battezzati nella fede e che non sono più attivamente presenti nella Chiesa. Queste persone appartengono a molte diverse categorie, e altrettanto diverse sono le ragioni della loro assenza dalla comunità dei seguaci di Cristo.

Vi sono alcuni che, nonostante siano battezzati, non hanno mai avuto realmente la possibilità di conoscere bene il Vangelo. Come ha detto Gesù stesso: “Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono” (Mc 4, 4). Queste persone non sono mai state pienamente evangelizzate. Ve ne sono altri le cui energie spirituali sono state esaurite dalle situazioni temporali: pressioni economiche, scetticismo moderno, l’indifferenza di tante persone nei confronti di una fede religiosa. In questo caso vediamo come “alcuni semi caddero tra le spine; le spine crebbero, li soffocarono e non diedero frutto” (Mc 4, 4). Ve ne sono altri ancora che forse sono stati feriti proprio nella Chiesa: per essere stati fraintesi o per l’atteggiamento brusco dei suoi stessi ministri, dallo scandalo provocato da altri cristiani, dalla rapidità di cambiamenti inattesi, dalla mancanza di spiegazioni di alcune leggi che essi non hanno compreso, dalla freddezza di alcune comunità di fedeli apparentemente poco zelanti e disponibili. A tutte queste ragioni deve essere naturalmente aggiunta quella componente che è l’orgoglio umano, l’egoismo e l’indolenza.

5. A tutti coloro che si sono allontanati dalla loro casa spirituale, desidero dire: Ritorna! La Chiesa ti apre le braccia, la Chiesa ti ama! Nella mia enciclica Dives in Misericordia ho scritto come “occorre che la Chiesa del nostro tempo prenda più profonda e particolare coscienza della necessità di render testimonianza alla misericordia di Dio”). Nel sacramento di Penitenza o di Riconciliazione vi sarà possibile sperimentare in modo meraviglioso l’incondizionata misericordia di Dio in Cristo (Dives in Misericordia, 7). Per questo dico: Non abbiate paura! Tornate a casa! La comunità di fede in cui siete rinati, e fino ad un certo punto cresciuti, vi chiede insistentemente di accogliere la misericordia di Dio. Vi prega di riprendere il vostro posto tra il popolo di Dio, il posto che voi soli potete occupare. Questo invito viene da Cristo. Dire sì significa aprire i vostri cuori al suo amore.

6. Nella prima lettura di questa Messa, il profeta Isaia ci parla del “monte del tempio del Signore” al quale “affluiranno tutte le genti . . . e molti popoli verranno”. È una visione del tempio ricostruito in cui il popolo di Dio si riunisce per riconoscere che lui è il Signore dei cieli e della terra: “Venite, saliamo sul monte del Signore . . . perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri” (Is 2, 2-3).

Questa è una visione di persone che si innalzano, salendo il monte di Dio. È una visione di persone che rifiutano di essere egocentriche, che si protendono ad afferrare la verità di Dio e per cercare il volto del Dio vivente. E se voi cercherete Dio, scoprirete la sua immagine in ogni altra creatura umana. Il messaggio del Vangelo è sempre una chiamata a superare se stessi. L’esperienza ha mostrato che l’uomo non può essere veramente se stesso finché non supera se stesso, finché non si pone delle domande su se stesso. (Is 2, 2-3)

Una delle tentazioni peculiari dei nostri tempi è quella di divenire così sicuri e auto-sufficienti, che le nostre menti e i nostri cuori non sono più aperti alla parola di Dio. Eppure “la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (Eb 4, 12). La “porta stretta” e la “via angusta” nel Vangelo sono infatti le strade “che conducono alla vita” (cf. Mt 7, 14). Paolo VI, in questo stesso luogo, disse che “l’egocentrismo, l’edonismo, l’erotismo e molte altre mistificazioni portano, alla fine, al disprezzo dell’uomo, e nonostante tutto, non riescono a soddisfare la sua profonda inquietudine” (Mt 7, 14).

Questa è la triste esperienza del nostro mondo. Da un lato le conseguenze disumane della povertà e dell’oppressione privano milioni di nostri fratelli e sorelle del loro diritto di nascere, della loro dignità di esseri umani. Dall’altro il materialismo di una società prospera troppo spesso conduce a un’uguale disumanizzazione sotto forma di vuoto e di frustrazione.

7. Una vita autenticamente umana è per noi possibile solo alla condizione che siamo aperti alle necessità di altre persone, comprese quelle di nazioni diverse dalla nostra. La persona umana è il soggetto e l’obiettivo di tutte le istituzioni sociali, comprese le realtà culturali, sociali, politiche, nazionali e internazionali che rappresentano il contesto di ogni vita umana. Dire che ciascuno ha dei generici e specifici diritti e doveri in rapporto al bene comune, sarebbe ripetere quanto è ovvio. Ma non sempre, nelle vicissitudini umane, questo principio è valido. Mi rendo conto che in Australia esiste una sensibilità crescente nei riguardi di discriminazioni e ingiustizie. In quanto cristiani, siete chiamati a giudicare la realtà alla luce del Vangelo. E il Vangelo vi chiede di operare per una società fondata sulla verità, costruita sulla giustizia e animata dell’amore, una società che, nella libertà, possa diventare ogni giorno più umana. Nello stesso tempo, il bene comune “oggi vieppiù diventa universale, investendo diritti e doveri, che riguardano l’intero genere umano” (Gaudium et Spes, 26).

Finché ciascun individuo e gruppo non diventano servitori di questo bene comune, l’armonia sociale e la pace tra le nazioni continueranno ad essere precarie. Gran parte della tensione che esiste nel nostro mondo è dovuta ai limiti naturali delle strutture economiche, politiche e sociali, ma a livelli più profondi vediamo che molto male deriva dall’egoismo personale e dall’orgoglio che operano proprio attraverso queste strutture della società. La visione di Isaia, di un tempo in cui i popoli della terra “forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci”, quando “un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo” (Is 2, 4), rimarrà per sempre un sogno irrealizzabile se non vi sarà un’autentica conversione verso le vie della pace e della giustizia, una conversione del cuore.

Fratelli e sorelle: le richieste che Gesù fa ai suoi seguaci non sono puramente retoriche, ed esse non cambieranno con il passare degli anni. Egli li chiama alla conversione, alla riconciliazione con Dio e con il nostro prossimo. Gesù desidera che noi ascoltiamo le “parole dure” allo stesso modo delle parole di fiducia e di incoraggiamento. Il messaggio cristiano è forse per questo meno umano?. Solo quando veramente usciamo da noi stessi per affrontare le vere sfide del nostro destino umano, scopriamo la piena verità su noi stessi. Questo è quanto Gesù, la via, la verità e la vita, ci ha insegnato e quanto ha chiesto nella preghiera dell’ultima cena: “Consacrali nella verità. La tua parola è verità” (Gv 17, 17).

8. Nella lettura del Vangelo di oggi Gesù prega il Padre: “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato perché siano una cosa sola, come noi” (Gv 17, 11).

L’Australia ha avuto, nel corso degli anni, la grazia di un aumento del rispetto reciproco e dell’amicizia cristiana tra le varie Chiese e comunioni. L’ecumenismo è un compito per tutti i cristiani. È importante che gli sforzi che si compiono da parte di diverse comunioni per raggiungere un accordo su questioni di fede e dottrina, siano sostenuti in ciascuna comunità locale da una maggiore penitenza e preghiera. Iniziative locali di preghiere comuni per l’unità dei cristiani, uno studio approfondito della parola di Dio, la collaborazione nell’uso dei mass-media, nonché varie iniziative di servizio devono essere incoraggiate. Ho appreso con immenso piacere di una di queste iniziative in Australia, “Preghiera sulle ruote”, che ha portato grande conforto ai malati e altre persone costrette a casa, impossibilitate a partecipare a celebrazioni in chiesa. Con tutte queste iniziative vi sollecito ad andare avanti verso quella unità che Gesù aveva desiderato per i suoi seguaci, “affinché il mondo creda” (Gv 17, 21). Affinché l’Australia creda!

9. Ricordiamo sempre le parole che Gesù ha rivolto al Padre: “perché il mondo sappia . . . che li hai amati come hai amato me” (Gv 17, 23). Ogni cosa che Gesù ha fatto per la nostra salvezza, dimostra quanto siamo amati dal Padre - Padre suo e nostro - dal quale viene ogni bene (cf. Gc 1, 17). Questo è il messaggio della Bibbia, questo il significato del Vangelo: Dio ci ama come ama suo Figlio, con un amore eterno.

Le vie dell’amore di Dio sono le vie della vita. Purtroppo la fuga da Dio, che caratterizza alcuni aspetti della società contemporanea, è una fuga nel buio e nella morte. Fin troppe risorse della terra vengono utilizzate per produrre armi di distruzione. Troppo spesso il progresso della scienza e della tecnologia viene messo al servizio di una comprensione falsa o incompleta della nostra natura e del nostro destino umani. Al contrario, invece, difendere la vita, tenere alta la sua inalienabile dignità dal momento del concepimento fino alla morte naturale, operare per l’abolizione della discriminazione di ogni persona a causa della sua razza, provenienza, colore, cultura, sesso o religione: tutto ciò significa amare la vita, il grande dono dell’amore del Padre.

Nella prospettiva cristiana c’è ancora di più. Gesù Cristo è colui che ci ha rivelato una nuova vita: la vita nello Spirito. San Paolo proclama: “Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8, 11). Nelle parole del Concilio Vaticano II, Gesù Cristo “non solo ci ha dato l’esempio perché seguiamo le sue orme, ma ci ha anche aperta la strada; mentre noi la percorriamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato” (Gaudium et Spes, 22).

Continuamente Gesù Cristo offre la vera Vita all’uomo: a ciascun uomo, donna e bambino; a ciascun individuo, a ciascuna famiglia e all’intera umanità.

Questa terra - così antica eppure così moderna, così benedetta eppure così bisognosa - questa terra ha sete di vita. Essa ha sete della vera vita rivelata in Gesù Cristo, il Figlio di Dio e il Figlio dell’uomo. Essa ha sete di vivere questa vita con dignità e felicità in questo mondo, e di possederne la pienezza in cielo.

La Croce del Sud, che orna questi cieli e che compare sulla vostra bandiera nazionale, sia vista come segno della vocazione dell’Australia. È il Vangelo della croce di Gesù Cristo - la via, la verità e la vita - che vi guida nella speranza verso la pienezza della vita eterna. Accettare Cristo e vivere il suo Vangelo significa scegliere la vita.

Sia lodato Gesù Cristo! Amen.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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