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SANTA MESSA NELLA PARROCCHIA ROMANA SANTA MARIA «REGINA MUNDI»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 14 dicembre 1986

 

1. “Sei tu colui che deve venire?” (Mt 11, 3).

Nella liturgia dell’odierna domenica d’Avvento risuona questa domanda, posta a Gesù da Giovanni Battista, per il tramite dei suoi discepoli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”. In quel momento Giovanni si trovava già in carcere e la sua attività sulle rive del fiume Giordano era stata brutalmente interrotta. Infatti egli diceva la verità a tutti; non aveva esitato a dirla anche al re adultero. Per questo era finito in prigione. Dal carcere egli indirizza a Gesù una domanda, che può sorprenderci in bocca a Giovanni.

Presso il Giordano, infatti, egli aveva già reso testimonianza a Cristo proclamando: “Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1, 29). Come mai, dunque, una simile domanda da parte di colui, che aveva riconosciuto la pienezza dei tempi? Non perché vi fosse in lui dubbio alcuno circa il Redentore, da lui indicato come il perdono di Dio così lungamente atteso e invocato, ma perché vi era nel Battista una certa qual sorpresa. Infatti egli, che stava vivendo la condizione del prigioniero destinato a morire, è in un certo senso sconcertato che Gesù porti il giudizio di Dio in modo così umile e inerme: realizzando con la delicata potenza dell’amore quanto il Battista aveva preannunziato con parole forti: il Messia “ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano, ma brucerà la pula con il fuoco inestinguibile” (Mt 3, 12).

2. Gesù, in primo luogo, dà la risposta; poi, rivolgendosi alle persone presenti, manifesta la grandezza di un uomo, che anelava a lui con ogni energia della mente e del cuore.

Ai discepoli di Giovanni, Gesù si richiama ad alcune parole del profeta Isaia riguardanti il Messia, affermando che quella descrizione del tempo messianico, quale epoca di salute, di pace e di letizia, aveva trovato il proprio adempimento nel suo operare salvifico.

Questi testi di Isaia (Is 26, 19; 29, 18-19; 35, 5 ss) sono ben noti e vengono spesso ripetuti nella liturgia. In essi questo grande profeta preannunciava ciò che, con la venuta di Cristo, accade ora davanti agli occhi di tutti. Il Verbo si è fatto carne, L’annuncio è divenuto realtà. Ecco: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella”. Gesù quindi asserisce che tutti questi “segni messianici” vengono confermati dalla sua attività, e conclude dicendo: “Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e vedete” (Mt 11, 5. 4).

3. Nella prima parte dell’odierno brano evangelico, Gesù risponde alla domanda del Battista, riferendosi alla testimonianza della Scrittura: ciò che l’Antico Testamento annunciava del Messia si realizza in lui, in Gesù di Nazaret. Nella seconda parte della pericope il Salvatore rende testimonianza a Giovanni. Questi è un “profeta . . . anche più di un profeta” (Mt 11, 9).

Nell’asserire ciò, Gesù fa appello alla memoria di coloro che lo stavano ascoltando in quel momento: quando essi andavano al Giordano per ascoltare Giovanni il Battista non vi trovavano, né una canna sbattuta dal vento, né un uomo avvolto in morbide vesti, come coloro che stanno nei palazzi dei re! (cf. Mt 11, 7-8). Vi trovavano un profeta: un uomo che diceva la verità - e solamente la verità -, in nome di Dio stesso. Tale verità a volte era dura ed esigente. Nel nome del Regno, che si stava avvicinando, nel nome del giudizio di Dio, Giovanni esortava alla penitenza chi si recava da lui per ascoltarlo, affinché riconoscendosi peccatore potesse accogliere con animo contrito il Messia.

Forse - come ho già accennato - lo stesso Giovanni era un poco sorpreso che parole e azioni di Gesù non fossero così severe come le sue. Ma Cristo è prima di tutto buona novella di salvezza e rivelazione dell’amore misericordioso di Dio. Giovanni, tuttavia, non era solo un profeta, servo della parola di Dio da proclamare agli uomini quale annuncio di pace, ma era anche il Precursore, l’inviato per “preparare la via” a Cristo e indicarlo come gioiosa verità offerta all’uomo. Per tale motivo Gesù esclama: “In verità vi dico, tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista” (Mt 11, 11).

4. A queste parole Gesù ne aggiunge altre che fanno riflettere: “Tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”. Perché la compiacenza del Padre si posa in pienezza su quanti sono rinati nello Spirito, e i figli di adozione sono elevati a una familiarità con Dio imparagonabile a quella, che nella vita terrena ha potuto gustare Giovanni.

Anzi, a motivo di quest’ultima frase, possiamo affermare che questo secondo intervento di Cristo non si riferisce solamente a Giovanni il Battista, ma - in un certo senso - ad ogni uomo. Infatti, sin da quando il regno di Dio è venuto nel mondo, tutti siamo soggetti alla misura di grazia che esso stesso costituisce nei riguardi dell’uomo. E anche un profeta così grande come Giovanni, il quale seppe riconoscere il Messia sulle rive del Giordano, nel regno di Dio viene valutato secondo questa misura.

5. Oggi, terza domenica di Avvento, la Chiesa ricorda queste parole quando tutta la liturgia fa risuonare la letificante verità della vicinanza di Dio: “Il Signore è vicino!” (Fil 4, 5; Gv 5, 8).

Veramente è vicino. Il Redentore, che si è stabilito tra gli uomini e può essere accostato sulle vie delle esperienze umane, non solo ammaestra, ma conversa con loro in modo fraterno e santo: egli conduce un dialogo di salvezza.

L’uomo dei nostri tempi è molto sensibile al “dialogo”, parola che si è frequentemente usata, ma di cui forse a volte ai nostri giorni si abusa. Tuttavia la Chiesa ha inserito questa parola nel suo linguaggio contemporaneo. Il mio predecessore, papa Paolo VI, ha dedicato gran parte della sua prima enciclica a questo tema. E, in particolare, ha spiegato in che cosa consista il “dialogo della salvezza”. Dopo aver ricordato che tale colloquio salvifico fu spontaneamente aperto dall’iniziativa amorosa e benefica di Dio, insegna che anche il nostro parlare con l’uomo deve essere mosso da amore fervente, gratuito e senza preclusioni. Egli afferma: “Il dialogo della salvezza non obbligò fisicamente alcuno ad accoglierlo; fu una formidabile domanda d’amore, la quale, se costituì una tremenda responsabilità in coloro a cui fu rivolta, li lasciò tutti liberi di corrispondervi o di rifiutarla, adattando perfino la quantità dei segni alle esigenze e alle disposizioni spirituali dei suoi uditori e la forza probativa dei segni medesimi, affinché fosse agli uditori stessi facilitato il libero consenso alla divina rivelazione” (Ecclesiam Suam, III, 77).

6. L’uomo è avvicinato a Dio anche mediante il dialogo, mediante il colloquio con gli uomini, quando cerca su questa via la verità e la giustizia. Si potrebbe dire che il dialogo fa parte dello spirito dell’Avvento, dell’atteggiamento dell’Avvento. Il Vangelo di oggi lo pone in potente risalto.

L’uomo può - anzi deve - porre delle domande a Cristo, anche nella presente tappa della storia: “Sei tu colui che deve venire?”. La risposta di Cristo, conservata e offerta dalla Chiesa, da una parte, sarà simile a quella che hanno ricevuto i discepoli di Giovanni; dall’altra, sarà adattata ai problemi dell’epoca in cui viviamo. Proprio in tal modo il Concilio Vaticano II ha dato questa risposta agli uomini d’oggi.

Cristo è colui su cui continuano a trovare conferma i “segni messianici”. Colui che indica le vie della salvezza. Si può dunque - e si deve - condurre il dialogo della salvezza. Mediante esso si approfondisce la nostra fede e, in pari tempo, questa diventa matura esortazione alle opere.

7. Ricordiamoci però che il centro di questo dialogo - se deve essere un vero dialogo della salvezza - si trova nella preghiera. Anche nella preghiera e prima di tutto in essa, l’uomo “pone degli interrogativi”. E nella preghiera - soprattutto nella preghiera - trova la risposta. La preghiera, più di ogni altra realtà, appartiene allo spirito dell’Avvento, forma nel modo più completo l’atteggiamento dell’Avvento: “il Signore è vicino”.

8. Cari fratelli e sorelle! Siate sempre di più una comunità di preghiera, che specialmente con la liturgia si innesta nell’armonioso divino, tenendo desto e costante il desiderio di Dio. In tal modo maturerà tra voi una comunità di vita redenta, che spinge a praticare la carità, che Cristo ha raccomandato (cf. Gv 13, 35), promuovendo l’uomo secondo il disegno di Dio.

L’esistenza di una parrocchia si sviluppa in pienezza quando avanza nella fede e progredisce nella santità delle buone opere. Non esitate a porvi sulla via, che la misericordia di Cristo indica, imitandone l’esempio, custodendone l’insegnamento e procedendo sicuri nella sua pace. La parrocchia è una casa di fratelli, resa bella e accogliente dalla carità.

9. Sono molto lieto di trovarmi in questa parrocchia di Santa Maria Regina Mundi, che oggi celebra il XXV anniversario della fondazione. Mentre in primo luogo saluto il signor cardinale vicario e mons. Giulio Salimei, vescovo ausiliare del settore, rivolgo di vero cuore la mia parola al parroco, padre Lucio Zappatore, che da non molto tempo vi guida verso la via del vero e del bene. A lui il mio apprezzamento per quanto opera con intelligente continuità ed equilibrata innovazione circa l’egregio ministero svolto da quanti lo hanno preceduto. Fra essi mi è caro menzionare il primo parroco, padre Giuseppe Leonardi, che al presente presta servizio presso la Segreteria di Stato.

Il mio saluto giunga anche ai vice-parroci, che donano le loro energie in favore di questa vivace porzione di Chiesa. Con loro saluto le Suore Carmelitane delle Grazie e le Suore della Compagnia di sant’Orsola della santissima Vergine di Tours, che operano nell’ambito della parrocchia. Saluto voi, laici, che nei vari gruppi, movimenti e associazioni vi impegnate ad approfondire la fede senza disgiungerla dalla sollecitudine verso il prossimo, andando incontro alle esigenze del quartiere per portare Cristo nella trama della vita quotidiana.

Al mio compiacimento per la vostra dedizione unisco l’affettuosa esortazione a fondere insieme i differenti carismi, innestandoli nella comune opera di costruire la Chiesa, dimora di Dio e degli uomini. Nella stima reciproca edificate - secondo i compiti a voi propri - il popolo di Dio, comunità di persone rinate.

Infine a tutti il mio augurio benedicente, insieme col vivo desiderio che esso giunga ad ogni famiglia, specialmente ai giovani, ai sofferenti, ai poveri.

10. “Il Signore è vicino!”. Ecco, nel nascondimento della casa di Nazaret l’umile Vergine, di nome Maria, ode le parole dell’annunciazione: “Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo, il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1, 31-33).

Queste parole si sono compiute. La Vergine Madre è entrata nella storia dell’Avvento come la Serva del Signore che dice: “Avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38).

Fra pochi istanti sarò lieto di incoronare l’effigie della Madonna, da voi tanto venerata e invocata. La Chiesa - e la vostra parrocchia in particolare - chiama quest’umile Serva del Signore “Regina del mondo”. E la invoca in tutte le necessità degli uomini di oggi. Maria, Madre nostra e Regina del mondo, aiuti e protegga tutti i figli di questa parrocchia.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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