Domenica, 1° marzo 1987
“Cercate prima il regno di Dio . . .” (Mt 6, 33).
1. Nel discorso della montagna Gesù di Nazaret parla ai suoi contemporanei
e nello stesso tempo parla agli uomini di tutte le generazioni. Oggi parla
in modo particolare a noi. Le sue parole sono oggi quelle della liturgia
domenicale.
Che cosa vuol dire che dobbiamo cercare prima il regno di Dio? Significa
che dobbiamo vivere secondo la preghiera che il Signore ci ha insegnato, quella
che tutti i giorni recitiamo: “sia santificato il tuo nome, venga il tuo
regno, sia fatta la tua volontà”.
Dio deve essere primo nella vostra vita.
L’ordine morale, che in lui ha il suo fondamento, deve regnare nella nostra
esistenza. La sua volontà - la sua volontà santa - deve avere la precedenza. Di
qui proviene, nello stesso tempo, l’unità interiore della nostra vita.
2. L’uomo infatti non può servire a due padroni, così insegna Gesù, non può
servire a Dio e a Mammona (cf. Mt 6, 24).
“Non avrai altri dèi di fronte a me” (Es 20, 3), dice Dio per mezzo di
Mosè.
“Altri dèi” - cioè altri idoli - come per esempio questa
“Mammona” menzionata da Gesù.
Così è stato comandato per il tempo in cui Israele viveva circondato da popoli
pagani, che si erano creati degli “dèi” a somiglianza delle debolezze e dei
desideri umani.
Oggi questi “idoli”, queste divinità, questi falsi dèi hanno rivestito un’altra
forma. Mammona è divenuta proprio il simbolo di una tale “idolatria”, in forza
della quale l’uomo considera come suo fine esclusivo e ultimo l’uno o l’altro
bene temporale e caduco. Il “mondo”, e particolarmente il complesso mondo
dei prodotti dell’uomo stesso, diventa, in un certo senso, un dio per l’uomo.
Il secolarismo “divinizza”, per così dire, il mondo.
L’uomo quindi vive come se Dio non esistesse, come se Dio stesso non
fosse il Creatore del mondo e di tutto ciò che esso contiene, di tutte le sue
ricchezze e risorse. Noi riteniamo invece che tutto quanto nel mondo è opera
dell’uomo, del suo genio e delle sue capacità, in definitiva ha la sua
sorgente e il suo inizio nell’opera divina della creazione.
3. Così dunque l’avvertimento di Cristo si rivolge anche contro le diverse
forme di secolarismo, tipiche dei nostri tempi. Anche a noi, uomini e donne
d’oggi, Gesù dice: “Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà
l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro” (Mt 6, 24).
L’uomo non può essere diviso. L’uomo deve lasciarsi guidare nella vita da
una chiara gerarchia dei valori: deve cercare “prima” (!) il regno di Dio
e la sua giustizia (cf. Mt 6, 33).
In caso contrario, l’ordine interiore del cuore umano è minacciato.
Ogni ordine morale deve gettare le sue fondamenta sul terreno sicuro di un
valido realismo. Deve fondarsi, cioè, sulla realtà, quella realtà obiettiva che
riconosce il posto di Dio, il primo posto dovuto a Dio, creatore di ogni cosa.
Dove il posto di Dio è negato, dove si rivendica un’autonomia di ciò che è umano
dal divino si nega la base fondamentale dei doveri e dei diritti, e si cade in
una insubordinazione di valori che ridonda poi a danno dell’uomo. Solo l’uomo
che cerca “prima” Dio, il suo regno e la sua giustizia è conforme alla “realtà”,
a ciò che è giusto e che garantisce il miglior bene per la persona e per ogni
persona.
Se l’uomo concede in se stesso la priorità agli “altri dèi” - agli idoli antichi
o contemporanei - cade nel reale pericolo di “disprezzare” o di “odiare”
Dio.
Nella storia dell’umanità - sin dall’inizio del Libro della “Genesi” - questo
pericolo è esistito e continua a effettuarsi in diversi modi. Le parole di
Cristo hanno perciò un’incessante attualità.
4. L’odierna liturgia, parlando di questo pericolo, indica, nello
stesso tempo, con le parole dell’Apostolo dei Gentili, che a Dio appartiene un
giudizio: il Signore verrà, “Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e
manifesterà le intenzioni dei cuori” (1 Cor 4, 5).
In definitiva - proclama l’Apostolo - non gli uomini, nemmeno soltanto la
propria coscienza, ma il Signore è il mio giudice (cf. 1 Cor 4, 3-4).
Perciò in nome della realtà - non soltanto di questa prima e fondamentale che è
la realtà della creazione, ma in nome di quell’ultima realtà che è il giudizio
divino - cerchiamo prima di tutto la giustizia che è legata al regnare di Dio
sul mondo e sull’eternità.
5. Più ancora che con il linguaggio del timore, l’odierna liturgia cerca di
parlare con il linguaggio della fiducia in Dio, così come fa tutta la
sacra Scrittura, e come parla, in particolare, il Vangelo. Lo esige, infatti, la
piena verità su Dio, l’autentica realtà di Dio. Lo dice chiaramente Isaia
nella prima lettura e lo ricorda l’intero salmo responsoriale; e ne
sentiamo la chiara eco soprattutto nelle parole di Gesù nel Vangelo di
oggi:
“Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei
granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di
loro? . . . Osservate come crescono i gigli del campo . . .” (Mt
6, 26-28).
Gesù invita alla fiducia in Dio, alla divina Provvidenza. Tale fiducia
manifesta “il primo posto” di Dio nell’anima umana, la prova che egli - il Padre
celeste - è l’unico Signore al quale l’uomo serve con tutto il cuore, con cuore
indiviso.
6. Se una tale fiducia regna nel cuore dell’uomo, questi trova anche
un’appropriata e giusta misura della sollecitudine che deve avere per le cose
temporali.
Cristo infatti non dice “non preoccupatevi”, ma dice “non affannatevi”, cioè non
preoccupatevi così da perdere la giusta scala dei valori. Non preoccupatevi
così da dimenticare Dio. Non vivete così come se Dio non esistesse.
Infatti, la sollecitudine per il mondo è stata affidata da Dio come compito
all’uomo sin dall’inizio. E le opere del genio umano, dell’umana capacità,
hanno il loro valore agli occhi di Dio. Solo che, a motivo di esse, l’uomo non
deve perdere la prospettiva giusta, non deve smarrire il senso della piena
realtà; il “mondo” non deve offuscare per lui il regno di Dio e la sua
giustizia.
7. Saluto ora il Card. vicario e il Vescovo ausiliare per questo settore, mons.
Giulio Salimei. Un sincero plauso va al vostro zelante parroco e a tutta la
comunità dei maristi, che lo coadiuva nella cura della parrocchia.
La mia visita coincide con due significative circostanze: il venticinquesimo di
fondazione della comunità parrocchiale del santo Nome di Maria e il primo
centenario della chiamata a Roma dei fratelli marianisti, da parte del mio
predecessore Leone XIII.
Il giubileo della parrocchia è un indice dell’affetto che tutti voi portate alla
vostra comunità. Voi avete tenacemente voluto che la parrocchia, iniziata in una
piccola stanza, potesse avere la sua adeguata chiesa, e avete contribuito con
generose offerte per fare in modo che la famiglia parrocchiale venisse dotata di
un edificio sacro e di strutture convenienti all’apostolato. Io riconosco
volentieri il valore del vostro impegno e vi manifesto il mio compiacimento e il
mio plauso, aggiungendo una viva raccomandazione: apprezzate la vostra chiesa
per vivere in essa specialmente il momento prezioso dell’Eucaristia festiva e
domenicale. Lasciatevi convocare dal Signore nella vostra chiesa ogni domenica
per l’ascolto della Parola e per la celebrazione del sacrificio eucaristico.
Portate i vostri figli a messa, con fedeltà costante, ben sapendo che nel
sacrificio della Messa Cristo è presente, egli che, offertosi una volta sulla
croce, offre ancora se stesso per ripresentare al Padre, in nostro favore, la
vittoria e il trionfo della sua morte.
Un riconoscimento va dato anche ai fratelli della Società di Maria, chiamati a
Roma cento anni fa per svolgere in questa città la loro “missione con Maria”,
per educare, cioè, la gioventù nelle scuole e per dedicarsi al ministero delle
parrocchie col preciso intento di formare ferventi anime cristiane, nella luce
della devozione alla Vergine santa. So che nella vostra parrocchia è fiorito e
si sviluppa un intenso apostolato mariano, e attorno alla vostra chiesa crescono
le iniziative ispirate alla Vergine: il centro giovanile dedicato al nome di
Maria, le fraternità marianiste degli adulti e dei giovani, la legione di Maria,
la recita quotidiana e devota del rosario, la solenne celebrazione delle feste
mariane per tutto il quartiere. Esprimo il mio incoraggiamento per questo
apostolato e vi invito a trasformare tutti i membri delle vostre comunità in
uomini di fede, capaci di vivere la loro vita in Cristo mediante un’interiorità
che si ispira al modello della Madonna. Rivolgo a tutti i sacerdoti e fratelli
marianisti l’augurio più fervido per il loro apostolato ricordando un pensiero
del loro Fondatore: “A ciascuno di voi la santissima Vergine ha affidato un
mandato per lavorare alla salvezza dei vostri fratelli nel mondo”.
8. Un saluto va anche alle Suore Calasanziane, che gestiscono la scuola materna,
e a tutte le altre associazioni che operano nella parrocchia: il consiglio
pastorale, l’Azione Cattolica, gli scouts, i gruppi corali dei piccoli e degli
adulti, il gruppo liturgico, i numerosi catechisti, coloro che si dedicano alla
carità, gli associati ai “Cursillos” e al Movimento per il Rinnovamento dello
Spirito.
Un pensiero speciale desidero rivolgere al gruppo di animazione dei genitori dei
ragazzi della catechesi. Mi pare che la vostra sia un’iniziativa interessante
come spunto per la catechesi degli adulti. I genitori vengono così associati
all’itinerario catechetico dei ragazzi, e possono farsi coscienti e validi
cooperatori per la crescita della fede nelle giovani anime, ma possono anche
maturare la loro consapevolezza di credenti.
E infine un saluto anche agli anziani della società “bocciofila”, cordiali amici
della parrocchia.
Ma il mio pensiero, come è ovvio, va soprattutto ai giovani, a tutti i giovani
di questa parrocchia e di questo quartiere. Io vorrei invitarli tutti a scoprire
le efficaci possibilità di aggregazione che la parrocchia offre loro: vorrei
incitarli a dare vita a validi gruppi giovanili, impegnati a esprimere con gioia
la loro capacità di stare insieme, nel desiderio di attestare con entusiasmo e
serenità i valori più importanti e fondamentali della vita, sui quali costruire
il loro futuro. Per questo il mio cordiale incoraggiamento all’opera del vostro
oratorio parrocchiale.
9. Terminiamo, tornando ancora alle parole dell’odierna liturgia: “Solo in
Dio riposa l’anima mia; da lui la mia salvezza. Lui solo è mia rupe e
salvezza, mia roccia di difesa: non potrò vacillare” (Sal 62, 2-3).
Auguro alla vostra parrocchia che diventi, per tutti, l’ambiente
spirituale di questa speranza di cui parla il salmista.
La parrocchia è dedicata al nome di Maria. Col nome di Maria sulle labbra e nei
cuori cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia. Tutte le altre
cose vi saranno date in aggiunta (cf. Mt 6, 33).
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