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BEATIFICATION DE ANDREA CARLO FERRARI, LOUIS ZÉPHIRIN MOREAU, 
PIERRE-FRANÇOIS JAMET ET BENEDETTA CAMBIAGIO FRASSINELLO

HOMELIE DE JEAN-PAUL II

Place Saint-Pierre
Dimanche, 10 mai 1987

 

1. “In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore” (Gv 10, 7).

Così Cristo dice di se stesso. Nell’odierna domenica, Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, leggiamo il testo del Vangelo di Giovanni in cui Gesù chiama se stesso “il buon pastore”.

Il buon pastore è “la porta delle pecore”.

Egli portò sul suo corpo i nostri peccati sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siamo stati guariti (cf. 1 Pt 2, 24-25).

Tale dottrina è proclamata dall’apostolo Pietro con la sua viva voce di testimone, il giorno della Pentecoste, ed è esposta nella sua prima Lettera.

Cristo è “la porta delle pecore”, perché, mediante il sacrificio della croce, ci ha introdotti nella vita nuova. E questa nuova vita in Dio è stata confermata dalla Risurrezione.

2. La Chiesa vive della fede nel mistero pasquale di Cristo.

Da questa fede nasce la coscienza della vita nuova, della vita divina, alla quale sono introdotti tutti coloro che appartengono all’ovile del buon Pastore.

Tale coscienza si manifesta in modo particolarmente solenne e gioioso, quando alla Chiesa è dato di rendere testimonianza alla santità dei suoi figli e delle sue figlie. Così avviene in questo giorno.

Ecco, Cristo crocifisso e risorto è divenuto “la porta” della santità per questi servi di Dio, che oggi sono elevati alla gloria degli altari come beati.

3. Cristo fu la “porta” della santità per il Cardinale Andrea Carlo Ferrari, il quale, dopo essere stato Vescovo di Guastalla e di Como, resse per ben ventisette anni l’arcidiocesi di Milano, seguendo con appassionato fervore pastorale le orme dei grandi predecessori Ambrogio e Carlo.

Sorretto da fede robusta e zelo illuminato, egli seppe indicare con giudizio sicuro la via da percorrere fra le nuove e difficili realtà emergenti nel contesto religioso e sociale del suo tempo. Seppe vedere i problemi pastorali che le circostanze storiche ponevano, con l’occhio del buon Pastore, indicando i modi per affrontarli e risolverli. Egli è pertanto un esempio di grande attualità.

Consapevole che l’ignoranza dei principi essenziali della fede e della vita morale esponeva i fedeli alla propaganda atea e materialista, organizzò una forma di catechesi moderna ed incisiva. Anche lo stile pastorale fu da lui rinnovato: ispirandosi al “buon Pastore”, egli ripeteva con forza che non si doveva attendere passivamente che i fedeli si avvicinassero alla Chiesa, ma che era indispensabile tornare a percorrere, come Gesù, le vie e le piazze per andare loro incontro, parlando il loro linguaggio. Egli visitò per quasi quattro volte la vasta arcidiocesi ambrosiana, recandosi nelle località più lontane ed impervie, anche a dorso di mulo ed a piedi, ove da tempo immemorabile non si era veduto un Vescovo. Per questo, di fronte alla sua pastorale infaticabile, alcuni dicevano: “È tornato san Carlo!” (Positio super virtutibus, 267).

La sollecitudine del pastore ebbe espressione anche nella promozione di forme nuove di assistenza, adeguate al mutare dei tempi. Primi destinatari dell’ammirevole fiorire di iniziative sociali furono i fanciulli ed i giovani abbandonati, i lavoratori, i poveri.

Maturò così nel cuore del Cardinale Ferrari il progetto di una opera, che costituisce oggi una sua eredità preziosa; la Compagnia di san Paolo, chiamata anche Opera Cardinal Ferrari. Dall’idea originaria di una Casa del Popolo, che raccogliesse le organizzazioni di apostolato dei laici e di assistenza dell’arcidiocesi, si sviluppò una serie di attività ispirate al geniale e coraggioso dinamismo pastorale dell’Arcivescovo: il “Segretariato del Popolo”, le mense aziendali, le missioni agli operai, la Casa del Fanciullo e quella per la rieducazione degli scarcerati, le grandi iniziative nell’editoria cattolica, l’organizzazione dei pellegrinaggi di massa.

Merito insigne del Cardinale Ferrari fu proprio quello di percepire con felice intuito l’urgenza di coinvolgere i laici nella vita della comunità ecclesiale, organizzandone le forze per una più incisiva presenza cristiana nella società. Fu solerte promotore dell’Azione Cattolica maschile e femminile che, sotto il suo determinante impulso, crebbe e da Milano ebbe un benefico influsso su tutta l’Italia. Si prodigò anche per l’erigenda Università Cattolica ed ebbe la gioia di vederne l’incipiente attuazione.

Ma il segreto dell’instancabile azione apostolica del nuovo beato resta la sua vita interiore, fondata su profonde convinzioni teologiche, soffusa di tenera e filiale devozione alla Madonna, incentrata su Gesù eucaristico e sul crocifisso, espressa in un atteggiamento costante di grande bontà verso tutti, di commossa sollecitudine verso i poveri di eroica pazienza nel dolore. Il 29 settembre 1920, tra i lancinanti dolori del male che lo soffocava, scrisse nel suo diario queste estreme parole: “Sia fatta la volontà di Dio sempre e in tutto!”. Il Cardinale Andrea Carlo Ferrari, che ora invochiamo come “beato”, aiuti anche noi a compiere sempre la volontà di Dio, in cui sta la nostra santificazione.

 4. A la suite du Bon Pasteur, Louis-Zéphirin Moreau consacra sa vie à conduire le troupeau qui lui fut confié à Saint-Hyacinthe, au Canada. Prêtre, puis évêque de ce jeune diocèse, il connaissait ses brebis. Il travaillait inlassablement à leur donner la nourriture, “ pour que les hommes aient la vie, pour qu’ils l’aient en abondance ”. En lui, les fidèles ont trouvé un homme entièrement donné à Dieu, puis un intercesseur véritable. Il est bon que l’Eglise l’honore aujourd’hui et le présente comme un modèle pastoral.

Le  bon Monseigneur Moreau” savait quotidiennement accorder son attention à toute personne. Il respectait chacun, pratiquait la charité la plus concrète pour les pauvres accueillis chez lui. Il aimait visiter les paroisses et les écoles. Il était proche des prêtres qu’il consultait, qu’il stimulait dans leur action, dans leur vie spirituelle, dans l’approfondissement intellectuel, afin qu’ils apportent aux chrétiens une catéchèse illuminée par une foi comprise et vécue. L’évêque faisait preuve d’un discernement lucide et l’on pouvait s’appuyer sur sa parole claire et courageuse, aussi bien dans l’enseignement adressé a tous que dans les réponses données à chacun.

Conscient des besoins d’un diocèse qui grandissait, Mgr Moreau a multiplié les initiatives pous l’éducation religieuse et scolaire des jeunes, les soins des malades, l’organisation de l’entraide mutuelle, et aussi la constitution de nouvelles paroisses, la formation des candidats au sacerdoce. Dans tous ces domaines, il était audacieux et surmontait avec patience les obstacles.

Il a cherché la coopération des congrégations religieuses pour de nombreuses tâches. Comprenant toute la valeur de la vie consacrée, il a su favoriser des fondations hardies dans leur pauvreté. Il a personnellement contribué en profondeur à l’animation spirituelle et à l’orientation des instituts religieux naissants ou nouvellement établis dans son diocèse.

Au-delà de Saint-Hyacinthe, Mgr Moreau était reconnu comme un homme d’Eglise exemplaire. Il analysait avec lucidité les problèmes de son époque; ferme et modéré, il défendait les principes et les valeurs essentiels, travaillait pour l’unité entre chrétiens, assurait d’utiles médiations. Interlocuteur attentif du Saint-Siège, il demeurait en pleine communion avec le successeur de Pierre dont il présentait avec soin l’enseignement.

Malgré sa fragilité physique, il vécut dans une austérité exigeante. Il n’a pu faire face à ses énormes tâches que par la force qu’il puisait dans la prière. Il se dépeint lui-même en écrivant: “ Nous ne ferons bien les grandes choses dont nous sommes chargés que par une union intime avec Notre Seigneur ”. On a pu l’appeler l’évêque du Sacré-Cœur: au jour le jour, le pasteur donnait sa vie pour ses brebis, car il les aimait de l’amour brûlant du Christ.

5. Et maintenant, nous regardons le prêtre français Pierre-François Jamet. Il a vécu la même charité ardente dans les multiples formes de son activité sacerdotale. Il nous impressionne par son courage, par son aptitude à poursuivre à la fois un itinéraire d’homme de haute culture, de prêtre fidèle, de serviteur des pauvres.

A peine ordonné prêtre, il était déjà nommé confesseur et conseiller des Sœurs du Bon-Sauveur. Il prendra tous les risques pour le demeurer pendant la Révolution française. Il donne l’exemple d’un attachement ferme à l’Eglise et il n’abandonne pas les chrétiens. Dans la clandestinité, il célèbre les sacrements avec joie. Il discerne clairement les menaces qui pèsent sur la foi, mais il met toute sa confiance dans les dons de Dieu.

Universitaire respecté, l’abbé Jamet exerce un temps une lourde charge académique. Une éducation équilibrée, une formation exigeante sur le plan intellectuel comme sur le plan moral et spirituel, telles sont les préoccupations qui orientent simultanément son action. Dans un milieu où s’opposent des convictions et des fidélités antagonistes, le Recteur Jamet respecte les personnes, mais il assure avec fermeté le développement des institutions dont il a la responsabilité. Disponible et dévoué, il est un vrai serviteur de l’homme tant qu’il peut accomplir sa tâche en conscience.

Pierre-François Jamet n’a quitté le service des pauvres à aucun moment. Il stimule les Sœurs du Bon-Sauveur et les encourage à développer leurs œuvres, devenant leur “ second fondateur ”. Nous admirons sa générosité intrépide, son souci de ne pas laisser sans soins les plus handicapés de ses frères. Il organisera toujours mieux l’accueil des malades mentaux: il les aime au point d’apprendre à les guérir. Précurseur dans l’aide aux sourds muets, il leur donne un moyen de s’exprimer, il leur permet de retrouver un langage, il leur rend leur dignité. Nous saluons en lui un inventeur et un bâtisseur de la charité.

Par l’ampleur de son activité, Pierre-François Jamet témoigne, lui aussi, de ce qu’un homme peut accomplir quand la présence de Dieu l’habite. Il a pu dire: “ Mon Dieu, je suis à vous, comme vous êtes à moi ”. Pasteur, il conduit ses brebis sur les sentiers de vie. Il entraîne particulièrement les Sœurs du Bon-Sauveur à la suite du Rédempteur et dans l’intimité de la Sainte Trinité. Nous le reconnaissons lorsqu’il reprend la prière de Jésus: “ Père Saint, conservez, pour la gloire de votre nom, les enfants que vous m’avez donnés, et qu’ils soient toujours unis ”.

6. “Porta” della santità, infine, Gesù è stato per Benedetta Cambiagio, fondatrice dell’istituto delle Suore Benedettine della Provvidenza. Donna forte e intraprendente, ella seppe conquistare al suo ideale di donazione totale a Cristo anche lo sposo, Giovanni Battista Frassinello, avviando con lui una famiglia aperta all’accoglienza delle giovani bisognose di sostegno materiale e di guida morale. Ebbe così inizio un’opera che tanto bene avrebbe fatto, soccorrendo fanciulle prive di assistenza ed educandole ad essere buone cristiane e generose madri di famiglia, capaci di onorare se stesse, la società e la Chiesa.

Le fatiche che dovette sostenere per tradurre in atto tale piano apostolico, furono sempre sorrette da una fede intrepida, radicata in una profonda umiltà, che ella alimentava nella quotidiana contemplazione del Crocifisso. Pur nella sua semplicità, ella poggiava la sua azione su basi fortemente teologiche: l’Eucaristia, fonte di coraggio, di luce e di costanza; il pieno abbandono alla “amorosa divina Provvidenza”, il fare tutto e solo per amore di Dio e per piacere a lui. Sta qui il segreto della forza interiore che la nuova beata seppe dimostrare in mezzo alle più gravi difficoltà: ebbe ragione delle ostilità suscitate contro di lei, perché s’abbandonò totalmente alla potenza di Dio, convinta che “quando Dio vuole una cosa non manca di accordare gli opportuni mezzi”.

La beata Benedetta Cambiagio Frassinello si pone quindi a tutti noi come esempio di fede viva e di speranza coraggiosa, tradotte in un infaticabile impegno di carità, che mediante i mezzi più semplici e più umili sa arrivare al cuore e suscitarvi il proposito di una vita autenticamente cristiana.

7. Cari nostri fratelli e sorelle! Andrea! Luigi–Zefirino! Pietro–Francesco! Benedetta!

Ecco “Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme” (1 Pt 2, 21).

Il buon Pastore conosce le sue pecore ed esse conoscono lui.

Ecco, oggi, lo stesso Cristo crocifisso e risorto. Cristo nostra Pasqua, chiama ciascuno di voi per nome:

Andrea!
Louis–Zéphirin!
Pierre–François!
Benedetta!

Su di voi si è compiuta la chiamata del buon Pastore perché abbiate la vita e l’abbiate in abbondanza (cf. Gv 10, 10).

La Chiesa ascoltando la testimonianza della vostra vita gioisce con una vera gioia pasquale.

Agnus redemit oves”.

La Chiesa adora il suo Redentore e Sposo. E rallegrandosi della vostra elevazione alla gloria dei beati, proclama la potenza dell’amore di colui che di generazione in generazione, di età in età non cessa di essere “porta”.

La porta della santità, la porta della vita eterna, “la porta delle pecore”!

 

© Copyright 1987 - Libreria Editrice Vaticana

 

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