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VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA

CELEBRAZIONE DEI VESPRI A TARNÓW

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Piazza della Cattedrale della Natività (Tarnów) - Mercoledì, 10 giugno 1987

 

1. “Fate questo in memoria di me” (1 Cor 11, 24).

Soffermiamoci sulle parole di san Paolo della lettura dei vespri di oggi.

Cristo dice nel Cenacolo: “Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me! . . . Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me” (1 Cor 11, 24-25).

Così dice Cristo ai suoi apostoli il giorno prima della sua passione e morte in croce. Il giorno prima del sacrificio. Indica il pane e il vino come segno del corpo e del sangue del suo sacrificio sulla croce.

Istituisce l’Eucaristia. Nell’Eucaristia si manifesta l’amore con cui egli “ci amò sino alla fine” (cf. Gv 13, 1).

2. Cristo parla agli apostoli. Paolo non era allora uno di loro, tuttavia scrive: “Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso” (1 Cor 11, 23.). Egli non era allora uno degli apostoli, ma lo divenne più tardi: da persecutore, si fece apostolo. Lo divenne per volontà del Cristo risorto, che lo chiamò alle porte di Damasco.

Cristo dice queste parole anche a Paolo. E le dice a tutti coloro che nel corso dei secoli e delle generazioni, chiama allo stesso salvifico servizio dell’Eucaristia. L’Eucaristia è il suo sacrificio donato alla Chiesa.

Cristo parla dunque ai sacerdoti; il sacerdote infatti è colui che offre il sacrificio. È il ministro dell’Eucaristia.

Cristo dunque parla ai ministri del suo sacrificio eucaristico. Parla a tutti e dovunque. Parla a noi qui riuniti. A tutti i nostri fratelli nel sacerdozio in terra polacca - e nelle missioni - in tutta la terra. Ovunque e a tutti. Vogliamo riflettere sulla vocazione sacerdotale, che ha un carattere di totalità, come l’ha evidenziato in modo particolare l’ultimo Concilio.

3. “Fate questo”. Cristo Signore non dice solo “annunziate”, “raccontate”, ma dice: “fate”. E questa parola è decisiva. Il sacerdozio è un sacramento di azione. È il sacramento dell’aiuto salvifico e redentivo di Cristo, un atto che è stato lasciato in potere degli apostoli nel Cenacolo.

E mediante l’eredità apostolica, mediante la successione, che perdura nella Chiesa apostolica, questo atto è stato consegnato nelle nostre mani sacerdotali. Dobbiamo dunque compiere l’atto di Cristo in sua memoria.

Mediante ciò che facciamo nel servizio eucaristico del pane e del vino, questo “memoriale” diventa il farsi presente dell’atto proprio di Cristo: della sua morte e risurrezione. Di tutto il suo mistero pasquale, dal quale nasce incessantemente la Chiesa, corpo di Cristo, dal quale essa nasce, vive, cresce.

4. Siamo dunque i ministri del Mistero: supremo e santissimo. Chiamati mediante il sacramento del sacerdozio a un particolare servizio a favore di tutto il Popolo di Dio nella Chiesa. Agiamo “in persona Christi”.

Operiamo in persona Christi.
Operiamo e dunque anche viviamo.
Ogni cristiano è “alter Christus” prima di tutto a motivo del battesimo, che unisce alla morte di Cristo che dà la vita. E che cosa dire del sacerdote che operando “in persona Christi”, celebra ogni giorno nella morte che dà la vita?

Fratelli! Pensate a che cosa abbiamo osato il giorno della nostra ordinazione! Pensate a che cosa abbiamo ricevuto! Pensate, a che cosa ha fatto in noi il Signore e continua a fare! Come è buono il Signore!

Siamo i ministri della sua morte e risurrezione. Siamo i dispensatori della grande attesa della Chiesa, che vive di fede e di speranza nell’ultima venuta del Signore, allorché si compirà il destino di tutto il creato. “Attendiamo la tua venuta nella gloria”!

5. Prima che ciò avvenga per le nostre mani sacerdotali, egli, il Redentore del mondo, ogni giorno offre al Padre nell’Eucaristia tutto il creato. Egli infatti è il Salvatore del mondo. Dona in particolare tutti: è il Redentore dell’uomo. Egli “opera tutto in tutti” (cf. Ef 1, 11). In questa forma perdura il suo atto. E noi siamo “ministri dei misteri di Dio” (cf. 1 Cor 4, 1), ministri di questo atto operato a servizio della Chiesa. A servizio del Popolo di Dio. A servizio dei nostri fratelli e sorelle. Noi - “scelti fra gli uomini, costituiti per il bene degli uomini” (cf. Eb 5, 1).

“Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?” (cf. Sal 116, 12).

6. In questo giorno solenne, mentre la Chiesa di Tarnów si raccoglie accanto ad una figlia di questo popolo, elevata alla gloria dei beati - mi sia permesso richiamare alla memoria la figura di un sacerdote che io conobbi nella sua età avanzata: Monsignor Wladyslaw Mendrala. L’ho conosciuto come parroco di Szczepanow, mentre iniziavamo in quel luogo che dette i natali a san Stanislao il giubileo del 900° anniversario del suo servizio pastorale nella sede di Cracovia.

All’inizio della prima guerra mondiale, quel sacerdote guidava la parrocchia di Carolina Kózka, dove essa diede pure la sua vita in testimonianza a Cristo. Certamente costui era il sacerdote che le donava Cristo nell’Eucaristia. Certamente dalla sua bocca essa udiva parlare di quell’amore con cui il Salvatore amò “sino alla fine” coloro che erano nel mondo. E anche a lei fu concesso di svolgere la propria “piccola parte” come martire di quell’amore “sino alla fine”.

7. Il sacerdote, ministro dell’Eucaristia. Penso a tutti voi qui nella terra della Vistola e ai piedi dei Carpazi, e a tutti i sacerdoti diocesani e religiosi in terra polacca. Ai pastori, ai parroci e ai vice-parroci, a tutti coloro che mediante il loro servizio formano la vita eucaristica delle loro comunità e delle parrocchie, e, in esse, delle singole famiglie.

Quale grande evento per ogni famiglia e allo stesso tempo per tutta la parrocchia è la prima santa comunione dei bambini! Il defunto don Mendrala mi parlava della tradizione che c’era nella sua parrocchia di dare le prime comunioni ai bambini nell’età della scuola materna, come raccomandava il santo Pontefice Pio X. E parlava anche delle numerose vocazioni sacerdotali e religiose, che germinavano da questo primo incontro con Cristo.

L’Eucaristia non rende soltanto testimonianza a colui che ci “ha amato sino alla fine”. L’Eucaristia educa ad un tale amore.

“Bisogna dare l’anima” - come era solito ripetere Konstanty Michalski, professore dell’Università Jagellonica, grande conoscitore dell’animo umano e grande sacerdote. “Bisogna dare l’anima”, perché “che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria anima?”(cf. Mc 8, 37).

Alle sorgenti di una vocazione sacerdotale o religiosa, si trova sempre questo grande slancio di un’anima giovane, nella quale si fa sentire la voce del Maestro nascosto. E nasce il bisogno, addirittura l’imperativo interiore, di “dare” l’anima, dato che egli stesso ha pagato per ogni anima umana il prezzo del supremo amore: “sino alla fine”.

8. Miei cari fratelli! Tutto il nostro sacerdozio dai primi agli ultimi attimi della vita, sgorga da questo amore. Da esso nasce e per esso cresce. Non permettete mai che questo amore muoia! Sostenetelo con tutte le forze, quando sembra spegnersi!

Servite! Il servizio è l’espressione essenziale di quell’amore, con cui Cristo ci ha amati. E sia il suo proprio servizio: “non sono venuto per essere servito, ma per servire” (cf. Mc 10, 45). Il nostro servizio è insieme con lui. In suo nome. “In persona Christi”. “Deputati da Dio al servizio del Popolo di Dio, siamo diventati sua proprietà. Tutte le nostre forze dell’anima e del corpo devono servire il popolo che ha diritto alla nostra vita, ai nostri occhi e alle nostre labbra sacerdotali, alle nostre mani che offrono il sacrificio e ai nostri piedi apostolici. Bisogna dunque consumarli dedicandosi al lavoro senza soste, finché è ancora giorno . . . Il Vescovo Lisowski è caduto mentre ordinava i sacerdoti nella Cattedrale di Tarnów. Quanto grande impressione tale morte ha fatto sui giovani sacerdoti!” (Cardinal S. Wyszynski, Lettera ai miei sacerdoti, III, Parigi 1969, pp. 162.163).

Gli uomini attendono dovunque la testimonianza sacerdotale di questo servizio. Non solo nei territori - sempre ancora vasti - delle parrocchie rurali, agricole. Ma anche in questi territori - sempre più numerosi - delle città polacche, nei quartieri popolari, negli ambienti culturali - ovunque. Vengono a voi, sacerdoti, religiosi e religiose polacchi, molti uomini, alcuni da molto lontano.

Vengono quasi da un mondo diverso da quello, col quale vi incontrate ogni giorno; da un mondo che sembra vivere senza Dio; vengono coloro che da tempo hanno abbandonata la casa del Padre. Può darsi che i loro concetti su Dio, sulla fede, sulla Chiesa, sui sacerdoti e gli ordini religiosi non sempre siano maturi. Può darsi che perfino essi stessi non sempre sappiano dire chiaramente perché sono venuti. Vengono da voi uomini tormentati, umiliati, minacciati nella loro umanità. Cercano testimoni della trasfigurazione. Che li trovino in voi. Che mai colui che cerca un testimone della trasfigurazione trovi indifferenza o mancanza di fiducia. È meglio dar fiducia a uno che forse non la merita, piuttosto che respingere uno che è assetato e degno di questa fiducia.

9. Tale atteggiamento corrisponde alle tradizioni pastorali del sacerdote polacco, sia in patria, sia in mezzo ai deportati in Siberia, ai tempi della schiavitù della nazione, o nelle carceri e nei campi di concentramento nel periodo dell’ultima occupazione. È il sacerdote che condivide le sorti della propria nazione, il sacerdote vicino a tutte le sue esperienze, il sacerdote che le rimane sempre vicino.

Quanti bisognerebbe qui ricordare, o chiamare per nome? Fino a chi? . . . Forse fino a quel don Jerzy della parrocchia di san Stanislao Kostka a Varsavia. Sarebbe una vera iattura, se la situazione materiale dei sacerdoti, l’essere liberi da molte preoccupazioni quotidiane che spesso i laici debbono affrontare, creasse un senso di estraneità tra il clero e i fedeli.

Provenite dal popolo e siete per il popolo. Ricordate che operate a nome della Chiesa, la quale oggi in modo particolare esprime la sua opzione in favore dei poveri. So quante opere meravigliose hanno compiuto e compiono in questo campo i sacerdoti, i religiosi e le religiose. Bisogna andare ancora oltre in questa direzione. Tutto quello che fate per i poveri, i deboli, i perseguitati, è un meraviglioso patrimonio della Chiesa in Polonia.

I nuovi tempi, le nuove condizioni esigono nuove forme di questo servizio. So che in Polonia stanno sorgendo nuove iniziative di lavoro pastorale, nuove forme di azione sociale. Ed è bene che sia così. Infine, voglio ricordare le missioni.

Lo dico in una diocesi che in questo campo ha particolari meriti. Lo dico col senso di grande responsabilità che il Vescovo di Roma e la sede apostolica hanno per tutta l’attività missionaria della Chiesa. Ringrazio per i missionari e le missionarie polacchi. E li chiedo al Signore. “La messe è molta, ma gli operai sono pochi” (Mt 9, 37). Sono parole di Cristo.

10. Ritorniamo al Cenacolo. Questo è il luogo di nascita del nostro sacerdozio. Abbracciamo con il ricordo e col cuore quella “notte” nella quale il Signore Gesù “è stato consegnato”, e le parole con le quali ha istituito l’Eucaristia, parole, mediante le quali egli ci ha fatti suoi servi.

“Che cosa renderò al Signore?”.

“Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha fatto?”.

 

© Copyright 1987 - Libreria Editrice Vaticana

 

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