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VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA

CELEBRAZIONE DELLA PAROLA CON LA GENTE DEL MARE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Molo della Piazza Kosciuszko (Gdynia)- Giovedì, 11 giugno 1987

 

1. “Benedicite maria et flumina, Domino”. “Benedite mari e fiumi, il Signore. Benedica la terra il Signore” (cf. Dn 3, 78.74).

Bisogna che in questo luogo risuoni il cantico di tutta la creazione, che rende gloria a Dio. Bisogna che i fiumi ed il mare parlino con voci di lode. E, prima di tutto, quel fiume, che non lontano da qui conclude il suo corso, sboccando nel Baltico: la Vistola, il fiume di tutte le terre polacche, il fiume della nostra storia, da secoli.

Prima ancora che il nome della Polonia fosse apparso negli annali della storia, esso già spingeva le sue acque dai Carpazi, dai Beskidi della Slesia, dove ha le sue sorgenti, fino a qui. Il fiume, testimone silenzioso della vita delle generazioni, del loro nascere e del loro morire; dei loro sforzi creativi legati a tutto ciò che costituisce la Polonia; delle loro lotte, a volte per la vita e per la morte, per mantenere ed assicurare ciò che è patrio, ciò che è il patrimonio comune e il comune retaggio. Vistola . . .

Sii benedetto, fiume! Insegnaci, con la tua fedeltà alla nostra terra, a benedire il Padre, che è nei cieli.

2. E sii benedetto tu, mare, che sei il destino della Vistola, del nostro fiume: così come il regno di Dio è il destino degli uomini viventi su questa terra.

Il mare . . . Parla all’uomo con un linguaggio particolare. È, prima di tutto, il linguaggio di ciò che è sconfinato. Ecco, dalla foce della Vistola si schiude la distesa segnata dalla lastra del Baltico, una distesa sconfinata, il cui limite non viene raggiunto dall’occhio umano.

L’immensità dell’acqua, quasi più uniforme delle superfici terrestri. Lo spazio disabitato ed inabitabile, e allo stesso tempo uno spazio ampiamente aperto, che chiama l’uomo. Chiama gli uomini, chiama le nazioni. Coloro che ascoltano questa voce sono conosciuti come uomini di mare. La nostra nazione più volte nella storia si è misurata con questa sfida. L’ha seguita? Ha risposto ad essa in modo soddisfacente? Ha cercato in essa di assicurare la propria esistenza ed i propri diritti tra tutte le nazioni della terra?

3. Ecco, infatti, attraverso questa distesa, che si schiude davanti agli occhi dell’uomo che sta sulla costa, poi davanti agli occhi del navigatore tra gli spazi marittimi, passa la via che conduce verso vari luoghi del mondo, verso paesi e continenti, verso molti popoli e nazioni. La chiamata da parte del mare coincide con le sorti di tutte le terre abitate.

Esso non solo separa le terre e le tiene divise, lontane, ma anche le unisce. Sì. Il mare parla agli uomini del bisogno di cercarsi vicendevolmente, del bisogno dell’incontro e della collaborazione. Del bisogno della solidarietà, interumana ed internazionale.

È importante il fatto che proprio la parola “solidarietà” sia stata pronunciata qui, davanti al mare polacco. Che sia stata pronunciata in un modo nuovo, il quale allo stesso tempo conferma il suo contenuto eterno.

Il futuro dell’uomo sul nostro pianeta, in ogni continente e per tutti i mari, non parla in favore del bisogno proprio di questo contenuto? Può il mondo - questa grande e sempre crescente famiglia umana - perdurare e svilupparsi in mezzo ai molteplici contrasti tra Occidente ed Oriente? Tra Nord e Sud? E proprio così è diviso e differenziato il nostro mondo d’oggi. Può il futuro, un futuro migliore, nascere dal moltiplicarsi delle differenze e dei contrasti sulla via di una reciproca lotta? Della lotta di un sistema contro un altro sistema, di una nazione contro un altra nazione, di un uomo contro un altro uomo?

Nel nome del futuro dell’uomo e dell’umanità bisogna pronunciare questa parola “solidarietà”. Oggi essa scorre come un’onda estesa attraverso il mondo, il quale si rende conto che non possiamo vivere secondo il principio “tutti contro tutti”, ma solamente secondo l’altro principio “tutti con tutti”, “tutti per tutti”.

4. Questa parola è stata pronunciata qui, in un modo nuovo ed in un contesto nuovo. E il mondo non può dimenticarlo. Questa parola è il vostro vanto, uomini del mare polacco. Gente di Danzica e di Gdynia, che avete vivi nella memoria gli eventi degli anni settanta ed ottanta. Non possiamo andare avanti, spinti dall’imperativo di vertiginosi armamenti, perché questo segna una prospettiva di guerre e di autodistruzione. Proprio così: non solo della distruzione reciproca, ma dell’autodistruzione collettiva.

E non possiamo andare avanti, e non si potrà parlare di nessun progresso, se nel nome della solidarietà sociale non saranno rispettati fino in fondo i diritti d’ogni uomo. Se non si troverà nella vita sociale uno spazio sufficiente per i suoi talenti e le sue iniziative, soprattutto per il suo lavoro.

Qui, sulla riva del Baltico, anch’io pronuncio questa parola, questo nome “solidarietà”, perché essa appartiene al costante messaggio della dottrina sociale della Chiesa. In questo spirito parlavano i padri ed i teologi. Da qui sono nate le encicliche sociali dell’ultimo secolo e di recente l’insegnamento del Concilio, dei due pontefici contemporanei Giovanni e Paolo, tra l’altro, l’enciclica sulla pace di Papa Giovanni (Pacem in Terris). La solidarietà deve precedere la lotta. Solo allora l’umanità può sopravvivere. Può sopravvivere e svilupparsi ciascuna nazione all’interno della grande famiglia umana.

Sì, la solidarietà, inoltre, purifica la lotta. Mai lotta contro l’altro; lotta che tratta l’uomo come avversario e nemico, e che tende alla sua distruzione. Ma lotta per l’uomo, per i suoi diritti, per il suo vero progresso: lotta per una forma più matura della vita umana. Infatti la vita umana sulla terra diventa “più umana” quando si governa con la verità, la libertà, la giustizia e l’amore.

Un anno fa, quando ero in India, mi si avvicinò il nipote del grande Mahatma Gandhi e disse: “Ti ringraziamo per la tua patria, la Polonia”. Perché disse così il nipote dell’instancabile difensore dei diritti dell’uomo e dell’indipendenza della propria nazione? Non ne ho chiesto la spiegazione. Tuttavia sentiamo il bisogno di condividere quelle parole noi tutti in Polonia. E specialmente voi, uomini di mare, perché forse voi conoscete meglio di tutti la via per l’India.

5. L’eloquenza del mare. Esso parla senza parole, parla con il linguaggio della distesa sconfinata, e parla con il linguaggio della profondità.

Presso il mare sant’Agostino svolgeva le sue meditazioni sul tema dell’inscrutabile mistero quale è Dio, e del mistero che è l’uomo, l’anima umana. “Ho interrogato il mare, gli abissi, gli animali e mi risposero: “Non siamo noi il tuo Dio: cerca più sopra”” (Sant’Agostino, Confessioni, 10,6). “Abyssus abyssum invocat”, l’abisso chiama gli abissi.

L’uomo della civiltà contemporanea è minacciato dalla malattia della superficialità, dal pericolo dell’appiattimento. Bisogna lavorare per riacquistare la profondità; quella profondità che è propria dell’essere umano; quella profondità che sfida la sua mente ed il suo cuore, così come sfida il mare. È la profondità della verità e della libertà, della giustizia e dell’amore; la profondità della pace.

Al mare di Galilea (a dir il vero non di grande superficie) ci conduce anche l’odierno Vangelo. Gli apostoli erano dei pescatori, uomini di mare; Cristo stesso soggiornava insieme con loro presso il mare e sul mare. Il mare, dunque, è diventato un particolare luogo dell’incontro dell’uomo con Dio; il luogo toccato dal piede del Salvatore del mondo; il luogo, su cui è stato scritto un capitolo essenziale della storia della salvezza.

6. In questo contesto desidero ora rivolgere una parola speciale agli uomini di mare. A tutti coloro che vivono lungo le coste del Baltico, nei paesi limitrofi, ma in modo particolare a voi, uomini del mare polacco; ed insieme agli uomini di mare che in tutto il mondo navigano sotto la bandiera polacca.

Ho in mente i pescatori, i marinai, i lavoratori dei cantieri navali, tutti coloro che lavorano nei porti o a bordo dei pescherecci, delle navi passeggeri e commerciali di ogni tipo, che svolgono il loro servizio sulle navi da guerra o sui sottomarini. Avete legato la vostra vita e quella delle vostre famiglie al mare. Esso ha un influsso decisivo sulla realizzazione della vostra vocazione umana e cristiana, sulla formazione della vostra personalità e delle vostre attitudini.

Il vostro lavoro, compensato dal giusto riconoscimento della società, è una dura fatica, che richiede tanti sacrifici e rinunce: una frequente e, a volte, lunga separazione dalla famiglia e dagli amici; che richiede tempra di volontà, coraggio, fortezza, solidale collaborazione di fronte al pericolo ed alle difficoltà. Il mare è in certo senso il banco del vostro lavoro quotidiano. A volte capita che esso sia infido e pericoloso. Ogni anno inghiotte, come sapete, molte vittime.

Quante tragedie familiari provoca il mare! Ricordiamo oggi nella nostra preghiera tutti i morti e le famiglie colpite dai lutti. Il mare permette di comprendere meglio la debolezza umana e la onnipotenza di Dio, di scorgere il valore della terra, il bisogno della presenza di un altro uomo, di apprezzare il legame familiare ed il valore della comunità, anche della comunità parrocchiale e dell’ambiente delle persone care.

A molti di voi la potenza e la vastità incommensurabile del mare facilita il contatto con Dio. È conosciuto il detto: “Chi non sa pregare, vada sul mare”! Per conservare la propria identità, per mantenere un cordiale legame familiare, per non cedere alla debolezza, dovete essere uomini di preghiera. Nella preghiera trovare forza ed animo nei momenti di solitudine e di nostalgia.

È bene che gli uomini di mare ogni domenica possano ascoltare la santa Messa trasmessa specialmente per loro da Danzica. Esiste una specifica pastorale per gli uomini di mare a Gdynia e a Danzica: a Gdynia da quattro anni opera il club “Stella Maris” presso la chiesa dei padri redentoristi. So che i marinai si servono dei centri pastorali seminati su tutto il globo. Esprimo la mia gioia per la buona opinione della quale ormai godete in questi posti. Ricordate di essere gli ambasciatori della propria nazione e i portavoce dei valori di cui essa vive.

Ciò esige da voi un fermo atteggiamento morale al contatto con influenze atee, con ondate di corruzione e di depravazione. Mi rivolgo, ora, a tutti coloro che attendono il vostro ritorno, a volte per mesi interi: alle madri ed ai padri, alle spose, alle figlie ed ai figli, agli amici ed ai conoscenti. Che nelle vostre case regni lo spirito cristiano, la pace di Cristo, l’amore e la reciproca fiducia. Il legame spirituale, tramite la preghiera, attenua la nostalgia della separazione e crea un particolare senso di sicurezza, che facilita il lavoro e il superamento delle difficoltà.

7. Parlando agli uomini di mare, desidero rivolgermi allo stesso tempo a coloro che vivono a Przymorzu e in Pomerania. Gli abitanti della costa di Danzica e della Pomerania costituiscono una comunità compatta, che, in base alle esperienze della storia, alle tradizioni polacche e ai valori portati qui dalle genti venute dalle terre intorno a Vilnius oppure dalla Polonia centrale, forma il suo volto attuale.

Non posso fare a meno di rivolgermi oggi in modo particolare ai discendenti degli antichi Slavi, ai Lechiti della Pomerania, ai Kaszubi cari a noi tutti, che fino ad oggi hanno conservato la loro identità etnica e la loro lingua con la radice slava. So che i Kaszubi sono stati sempre e rimangono fedeli alla Chiesa.

Qui, nel territorio di Kaszuby, nel periodo della Riforma e delle spartizioni, la difesa del Cattolicesimo si era congiunta in modo indissolubile con la difesa dell’identità polacca. Negli anni precedenti alla prima guerra mondiale, i sacerdoti iniziarono un animato lavoro di autoistruzione e quello cooperativo tra i pescatori ed i contadini kaszubi, allo scopo di difesa dalla germanizzazione. Anche gli attivisti laici di Kaszubi uniscono la difesa dell’identità polacca con la religione. Il famoso Antoni Abraham spesso iniziava la conversazione con le parole: “Se sei un polacco e credi in Dio . . .”. Lo stesso motivo ritorna spesso nelle opere di eminenti poeti kaszubi. Hieronim Jarosz Derdowski ha scritto in una delle sue poesie: “Sentite qui dal profondo del cuore il nostro Credo: Non vi è terra di Kaszubi senza Polonia, e Polonia senza terra di Kaszubi” (O panu Czorlinscim, co do Pucka po sece jachol); egli conclude anche il ritornello dell’Inno dei Kaszubi con le parole ben note: “Noi stiamo con Dio!”. Aleksander Majkowski era solito dire: “Alla Polonia ci uniscono il sangue, la storia e la stessa Chiesa”.

Niente di strano, dunque, che quando durante la seconda guerra mondiale entrambi i valori, l’identità polacca e la fede, furono minacciati, i Kaszubi, come del resto il paese, immediatamente organizzarono la difesa: “Gryf Kaszubski”, “Gryf Pomorski” - gli scouts delle “Schiere Grigie” di Danzica - Quanto ci dicono questi nomi! Cari fratelli e sorelle kaszubi!

Custodite questi valori e quest’eredità, che decide della vostra identità. Depongo voi tutti, le vostre famiglie e tutti i problemi ai piedi della Madre di Cristo, venerata in molti santuari in questa terra e specialmente a Sianow e a Swarzew, dove da quattrocento anni lei vi circonda di premura come “Regina del mare polacco”.

8. Sono lieto che mi è stato dato oggi di trovarmi davanti al mare polacco, nella Pomerania di Danzica, nel territorio delle tre città. Innanzitutto saluto Gdynia.

Anche se io crescevo in una terra polacca lontana da qui, posso tuttavia dire che crescevo contemporaneamente a questa città, che in un certo senso era divenuta il simbolo della nostra seconda indipendenza. Insieme con tutta la mia nazione non cesso di nutrire gratitudine per coloro che creavano qui questa città, questo porto sul Baltico, sin dalle sue basi, in un certo senso dal nulla. Ho nella mente in modo particolare il grande polacco, ingegner Eugeniusz Kwiatkowski, ed assieme a lui tutti i suoi collaboratori. Erano i rappresentanti di quella generazione, che dopo secoli aveva capito nuovamente che l’accesso al mare è un elemento costitutivo dell’indipendenza della Polonia. Uno degli elementi molto importanti.

Gdynia dunque è divenuta un’espressione della nuova voglia di vivere della nazione. Un’espressione convincente ed efficace. Da questa Gdynia che si sviluppa in modo dinamico dopo l’ultima guerra, saluto cordialmente tutta la Chiesa della diocesi di Chelmno, il suo pastore, Vescovo Marian, i Vescovi Ausiliari, i Vescovi ospiti, il Clero, le famiglie religiose maschili e femminili, i pellegrini della diocesi di Warmia, di Koszalin-Kolobrzeg, di Danzica e tutti i rappresentanti della pastorale nazionale degli uomini di mare. La diocesi di Chelmno ha molto sofferto durante la seconda guerra mondiale ed ha avuto tante vittime.

Ha perso oltre trecentocinquanta sacerdoti. Migliaia di suoi figli e figlie riposano nelle tombe comuni a Piasnica presso Wejherowo, nella foresta di Szpengawa vicino a Starogard, a Mniszek presso Swiecie, nella Dolina Smierci vicino Chojnice. Quanti abitanti di queste terre hanno perso la vita nel campo di morte a Sztutuwo.

9. Camminando sulle acque del mar di Galilea, Gesù dice agli apostoli: “Coraggio, sono io, non abbiate paura”! (Mt 14,27).

E, dopo, ordina a Pietro di venir da lui sulla superficie del mare, superando la distanza e la profondità, gli inseparabili attributi del mare.

E quando Pietro s’impaurì per il forte vento e cominciò ad affondare esclamò: “Signore, salvami!” (Mt 14, 30).

Cristo gli diede la mano con le parole: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt 14, 31).

Desidero che questo evento biblico, del mare di Galilea, rimanga con voi, uomini del Baltico, mare polacco, e della Pomerania polacca.

Riflettete su di esso nel contesto della nostra storia, nel contesto degli eventi del nostro secolo, nel contesto degli ultimi anni . . . Gesù dice: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”

“Perché hai dubitato? Sono io . . .” “Signore, salva!” “Sono io . . .” A nome di tutta la nostra storia rispondiamo insieme a Simon Pietro.

Tu sei.

“Tu sei veramente il Figlio di Dio!” (Mt 14, 33).

Al termine dell’incontro il Papa ha improvvisato queste parole.

Vorrei ringraziare per tutti i doni che mi sono stati offerti. Essi possono essere compresi in una parola: “Dono di Pomerania”. Sappiamo che questo è il nome della nave che ha una sua tradizione nella storia del mare polacco. Bel nome, poiché racchiude un enorme significato. Dice tutto ciò che sono la Pomerania e il mare per la nostra patria. “Dono di Pomerania”. Esso parla di tutta la vostra difficile storia, storia - al tempo stesso - inflessibile, della perseveranza nel corso dei secoli e di tutto il millennio. Io, che per grazia di Dio, oggi ho potuto essere qui desidero ringraziarvi per questo dono, in nome della Chiesa - poiché sono venuto come pastore della Chiesa, ma anche in nome della nostra comune patria, sono qui, infatti, come Polacco, tra connazionali. Per tutto ciò che è insito nella parola “Dono di Pomerania” - Dio renda merito! Devo ancora ricordare un’altra cosa: tra i numerosi doni ricevuti ve ne è stato uno particolarmente commovente. Non avevo mai ricevuto un dono del genere: un ostensorio grazie alle caramelle risparmiate. I vostri bambini hanno rinunciato alle caramelle per poter comprare, con i soldi risparmiati, ed offrire un ostensorio per la missione. Un ostensorio invece delle caramelle. Grazie di cuore a questi bambini!

E poiché so che ai bambini piacciono le caramelle, dopo l’offerta del “Dono di Pomerania” - dell’ostensorio - mangino pure un po’ di caramelle. Non voglio dilungarmi, ma desidero aggiungere ancora qualcosa. È per me, personalmente, un motivo in più di gioia, il fatto di esserci potuti incontrare, di essere qui, che volete, io non sono uomo di mare, vengo dalle montagne, dall’altro lato della Polonia. Se i miei passi qualche volta si sono indirizzati verso questa regione, è stato piuttosto verso i laghi e non verso il mare. Oggi, finalmente, sono venuto sul mare, riconosco la mia negligenza e desidero riscattarmi per non essere stato molto in questi posti. Proprio per riparare questa mia trascuratezza, adesso devo andare a Gdansk per mare. Così hanno deciso. Sia lodato Gesù Cristo!

 

© Copyright 1987 - Libreria Editrice Vaticana

 

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