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VIAGGIO APOSTOLICO NEGLI STATI UNITI E IN CANADA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

«Eastern Campus» dell'Università di New Orleans
 Sabato, 12 settembre 1987

 

Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa” (Mt 18, 26; cf. Mt 18, 29).

Cari fratelli e sorelle in Cristo.

1. Questa supplica compare due volte nella parabola del Vangelo. La prima volta è fatta dal servo che deve al suo padrone diecimila talenti: una somma particolarmente alta secondo il valore del denaro al tempo del Nuovo Testamento. Poco dopo questa richiesta viene ripetuta da un altro servo dello stesso padrone. Anche lui è in debito, non verso il suo padrone, ma verso l’altro servo. E il suo debito è solo una piccolissima parte del debito perdonato al suo compagno.

Il centro della parabola è il fatto che il servo con il debito più grande riceve comprensione dal padrone al quale deve molto denaro. Il Vangelo ci dice che “Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito” (Mt 18, 27). Ma questo stesso servo non vuole dare ascolto alla richiesta del servo suo compagno, che gli deve del denaro. Egli non ha pietà di lui, ma “lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito” (Mt 18, 30).

Gesù usa spesso parabole come questa per i suoi insegnamenti, e questo è un metodo speciale per la proclamazione della buona novella. Queste permettono a colui che ascolta di comprendere più facilmente la “realtà divina” che Gesù è venuto a rivelare. Nella parabola di oggi si percepisce quasi immediatamente che questa è il preludio alle parole che Gesù ci dice di usare quando preghiamo il nostro Padre celeste: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6, 12).

Queste parole del Padre nostro ci insegnano qualcosa di molto importante. Se vogliamo che Dio ci ascolti quando lo supplichiamo come il servo - “Sii paziente con me” - dobbiamo essere altrettanto pronti ad ascoltare il nostro prossimo che ci chiede: “Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito”. In caso contrario non possiamo aspettarci perdono da parte di Dio, ma una punizione. Nella parabola il servo viene punito perché, pur essendo egli stesso debitore, è intollerante in quanto creditore verso il servo suo compagno.

Cristo è molto chiaro: quando noi stessi siamo privi di comprensione o misericordia, quando siamo guidati solo da una “ciecagiustizia, allora non possiamo fare affidamento sulla misericordia del “grande creditore” che è Dio, nei cui confronti siamo tutti debitori.

2. Nella parabola, troviamo due modelli o metri di giudizio differenti: il modello di Dio e quello dell’uomo. Il modello divino è quello in cui la giustizia è totalmente permeata dall’amore misericordioso. Il modello umano è incline a fermarsi soltanto alla giustizia - giustizia che è senza misericordia - che è in un certo senso “cieca” nei riguardi dell’uomo.

Invece la giustizia umana è spesso guidata dall’odio e dalla vendetta, come ci ricorda il Libro del Siracide. Esso dice - e le parole del Vecchio Testamento sono dure - “Se qualcuno conserva la collera verso un altro uomo, come oserà chiedere la guarigione al Signore? . . . Egli, che è soltanto carne, conserva rancore; chi perdonerà i suoi peccati? . . . Ricordati della tua fine e smetti di odiare . . . Ricordati dei comandamenti e non aver rancore verso il prossimo . . . Egli non ha misericordia per l’uomo suo simile, e osa pregare per i suoi peccati?” (Sir 28, 3.5-7.4).

Le esortazioni che troviamo sia nel Libro del Siracide sia nel Vangelo vanno nella stessa direzione. Il metro di misura dell’uomo - cioè della sola giustizia - che è spesso “cieca” o “accecata” dall’odio, deve accettare il modello di Dio, altrimenti la giustizia da sola può facilmente diventare ingiustizia, come dice il detto latino: “summum ius, summa iniuria”. La rigorosa applicazione della legge può, a volte, portare al più alto grado di ingiustizia.

Come ho detto nella mia lettera enciclica sulla misericordia di Dio: “La giustizia, in ogni sfera dei rapporti interumani deve subire, per così dire, una notevole “correzione” da parte di quell’amore, il quale - come proclama san Paolo - “è paziente” e “benigno” o, in altre parole, porta in sé i caratteri dell’amore misericordioso, tanto essenziali per il Vangelo e per il Cristianesimo” (Ioannis Pauli PP. II, Dives in Misericordia, 14).

3. L’amore misericordioso è anche alla base della risposta del Signore alla domanda di Pietro: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette” (Mt 18, 21-22). Nel linguaggio simbolico della Bibbia, questo significa che noi dobbiamo essere capaci di perdonare tutti, ogni volta. Certamente questo è uno dei più difficili e radicali imperativi del Vangelo. Per cui quanta sofferenza e angoscia, quanta futilità, distruzione e violenza potrebbero essere evitate, se solo noi mettessimo in pratica in tutte le nostre relazioni umane la risposta del Signore a Pietro.

L’amore misericordioso è assolutamente necessario, in particolare, per le persone che sono più vicine: tra i coniugi, tra i genitori e i figli, tra gli amici (Ioannis Pauli PP. II, Dives in Misericordia, 14). Nel momento in cui la vita familiare è sottoposta a un così grande stress, quando un alto numero di divorzi e famiglie distrutte diventano una triste realtà, dobbiamo chiederci se le relazioni umane sono basate, come dovrebbero essere, sull’amore misericordioso e sul perdono rivelato da Dio in Gesù Cristo. Dobbiamo esaminare il nostro cuore e vedere in che misura noi siamo pronti a perdonare e ad accettare il perdono in questo mondo e in quello futuro.

Nessuna relazione così intensa e stretta come il matrimonio e la famiglia può sopravvivere senza perdonare “settanta volte sette”. Se le coppie non possono perdonare con la tenerezza e la sensibilità che la misericordia comporta, allora cominceranno inevitabilmente a vedere il loro rapporto solo in termini di giustizia, di ciò che è mio e ciò che è tuo - con emozione, spiritualmente e materialmente - e in termini di ingiustizie reali o solo percepite. Tutto ciò può portare a un allontanamento e al divorzio, e spesso sviluppa un’aspra disputa riguardo alla proprietà e, più tragicamente, riguardo ai bambini. La sola situazione dei bambini dovrebbe farci comprendere che il rifiuto del perdono non è in accordo con la vera natura del matrimonio così come Dio ha stabilito e come egli vuole che venga vissuto. Senza dubbio alcune persone obietteranno che l’insegnamento di Cristo circa l’indissolubilità del matrimonio, così come viene sostenuta dalla Chiesa, manca di compassione. Ma ciò che deve essere considerato è l’inefficacia del divorzio, e la sua immediata disponibilità nella società moderna, a portare misericordia e perdono e guarigione a tante coppie e ai loro bambini, nella cui vita sofferente rimane una rottura e una sofferenza che non possono essere eliminate. Le parole del Cristo misericordioso, che comprende pienamente il cuore umano, rimangono per sempre: “Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19, 6).

Nello stesso tempo, l’amore misericordioso e il perdono non devono mai essere intesi a eliminare il diritto della persona alla giustizia, perfino nel matrimonio. Nell’enciclica alla quale ho appena fatto riferimento dico che “la giustizia, propriamente intesa, costituisce lo scopo del perdono. In nessun passo del messaggio evangelico il perdono, e neanche la misericordia significano indulgenza verso il male, verso lo scandalo, verso il torto o l’oltraggio arrecato. La riparazione del male e dello scandalo, il risarcimento del torto, la soddisfazione dell’oltraggio sono condizione del perdono” (Ioannis Pauli PP. II, Dives in Misericordia, 14). Ogni volta che si perdona si esige un amore pentito.

Tutto ciò deve anche essere applicato al vasto contesto della vita sociale, politica, culturale ed economica all’interno della nazione e tra i vari popoli e paesi. Possiamo dunque non avere speranza in ciò che il Papa Paolo VI descriveva come “la civiltà dell’amore” invece del criterio dell’“occhio per occhio e dente per dente”, atteggiamento che devasta la faccia della terra e rovina la famiglia del genere umano? Come ho già detto, questo amore, basato sul perdono che Gesù insegna a Pietro, non significa che le legittime esigenze di giustizia, che la gente richiede a buon diritto, vengano con questo eliminate. Ma, qualche volta, queste richieste sono molto complesse.

Un caso particolarmente urgente oggi è la questione del debito internazionale. Come sapete, molti Paesi in via di sviluppo sono indebitati in modo molto pesante con le nazioni industrializzate, e per una quantità di ragioni è sempre più difficile per loro restituire i prestiti. La “cieca giustizia” da sola non può risolvere questo problema secondo un modello etico che promuove il bene di tutti gli uomini. L’amore misericordioso esige una reciproca comprensione e il riconoscimento delle necessità e priorità umane, al di sopra e oltre la “cieca” giustizia dei meccanismi finanziari. Dobbiamo poter arrivare a soluzioni che riflettano contemporaneamente una piena giustizia e misericordia.

La natura dell’interesse della Chiesa per questi argomenti viene illustrata nel messaggio pastorale sull’Economia americana (nn. 4.7) promulgato dai vescovi statunitensi. Essi dicono: “Noi scriviamo . . . in quanto eredi dei profeti biblici che citiamo: “praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio” (Mi 6, 8) . . . Noi vi parliamo in veste di insegnanti morali, non come tecnici dell’economia. Noi miriamo a innalzare le dimensioni etica e umana della vita economica . . .”. Praticare la giustizia, sì, ma anche, l’amore. È quanto troviamo al centro del messaggio di Cristo. Ed è l’unico modo di realizzare quella “civiltà dell’amore” che assicura pace per noi e per il mondo.

4. “Perdona noi . . . come noi perdoniamo”.

L’Eucaristia che stiamo celebrando e alla quale stiamo prendendo parte è legata alla profonda verità di queste parole. Ogni volta che partecipiamo all’Eucaristia, noi dobbiamo trasferire la parabola del Vangelo di oggi nella realtà di questo sacramento che è il “grande mistero della fede”. Quando ci riuniamo insieme, dobbiamo renderci conto di quanto siamo debitori verso Dio creatore, Dio redentore. Debitori, prima per la nostra creazione, e poi per la nostra redenzione. Dice il salmista:

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome. 
Benedici . . . non dimenticare tanti suoi benefici” (Sal 103, 1-2).

Questa esortazione è diretta a ognuno di noi e allo stesso tempo a tutta la comunità dei credenti. Non dimenticare . . . il dono di Dio. Non dimenticare . . . che hai ricevuto il suo dono: nella creazione - e cioè nella tua esistenza e in tutto ciò che è intorno a te; nella redenzione - con la grazia dell’adozione come figli e figlie di Dio in Cristo, al prezzo della sua croce.

Quando riceviamo un dono, siamo in debito. Ma in verità noi siamo più che debitori perché non è possibile ripagare un dono in modo adeguato. Ma dobbiamo provarci. Dobbiamo rendere un dono in cambio di un altro dono. Il generoso dono di Dio deve essere riparato dal nostro dono. E il nostro dono, riflettendo i nostri grandi limiti, deve mirare a imitare la generosità divina, il modo divino di donare. In Cristo il nostro dono deve essere trasformato, in modo da unirci a Dio. L’Eucaristia è il sacramento di tale trasformazione. Cristo stesso fa di noi “un eterno dono al Padre”. E questo è veramente il grande mistero della fede e dell’amore.

5. “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Con queste parole della preghiera insegnataci dal Figlio di Dio, io mi rivolgo a tutti coloro che sono qui riuniti a New Orleans nello spirito del Vangelo e a quanti organizzano le assemblee eucaristiche delle Chiese locali di questa regione. Io vi saluto in quanto eredi orgogliosi di una ricca e varia storia culturale, in quanto popolo che sa valutare il bisogno di amore misericordioso tra gli individui e i gruppi. Sono qui rappresentati i mondi culturali della Francia e delle altre nazioni europee, dei popoli di colore, delle regioni spagnole, e più recentemente del Vietnam. Oggi questa regione continua ad essere la casa di differenti razze e culture ora unite in un’unica nazione, gli Stati Uniti.

Tutte queste razze e culture hanno arricchito la vita della vostra Chiesa locale nel caratteristico modo dell’eredità tipicamente francese che uomini come Roberto Cavelier, Sieur de la Salle, e Jeanne-Baptiste Le Moyme e Sieur de Bienville hanno apportato a questa terra secoli fa. Voi siete anche persone che dovete soltanto guardarvi intorno per vedere i molti e meravigliosi doni che vi dà l’imponente fiume Mississippi e il suo fertile delta, e le ricchezze che vi dà il mare. Tutto ciò vi viene come dono da Dio. Per mezzo di una saggia amministrazione e l’uso responsabile di queste risorse voi potete trovare dignità nel vostro lavoro che cercate di procurarvi per voi e per le vostre famiglie. Spero che possiate continuare a lavorare in armonia per il bene della società alla quale appartenete, tenendo sempre a mente le parole della preghiera di Cristo: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

L’uomo moderno dimentica facilmente la proporzione, o piuttosto, la sproporzione tra ciò che ha ricevuto e ciò che dovrebbe dare. Egli è cresciuto così tanto ai suoi occhi, ed è così sicuro che ogni cosa è il risultato del suo genio e della sua “operosità”, che non si accorge più dell’Uno, che è l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine, l’Uno che è la Fonte Prima di tutto ciò, così come l’ultimo Fine, l’Uno nel quale tutto ciò che esiste trova il suo significato.

L’uomo moderno dimentica facilmente che egli ha ricevuto un grande dono. Così, alla base di tutto ciò che egli è e di tutto ciò che è il mondo, c’è il dono, il dono gratuito dell’Amore. Quando l’uomo perde questa consapevolezza, egli dimentica anche il debito, e il fatto che egli è debitore. Egli perde la coscienza del peccato. Molte persone, oggi, specialmente coloro che hanno raggiunto una civiltà di ricchezza e piacere, vivono come se il peccato e Dio non esistessero.

Per questa ragione dobbiamo ascoltare con particolare attenzione la Lettera ai Romani: “Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo siamo dunque del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi” (Rm 14, 7-9). Dobbiamo ascoltare attentamente queste parole di san Paolo e ricordarle bene.

“Signore abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”.

“L’amore è paziente, è benigno l’amore . . . Non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità.. L’amore non avrà mai fine” (1 Cor 13, 4.6.8). Si, l’amore è supremo! Amen.

 

© Copyright 1987 - Libreria Editrice Vaticana

 

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