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VIAGGIO APOSTOLICO NEGLI STATI UNITI E IN CANADA

MESSA PER GLI AGRICOLTORI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Laguna Seca di Monterey
 Giov
edì, 17 settembre 1987

 

“Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio” (Dt 8, 11).

Cari fratelli e sorelle della penisola di Monterey, fratelli e sorelle della California e di altre parti degli Stati Uniti.

1. In origine queste parole vennero rivolte da Mosè al popolo israelita che si apprestava ad entrare nella terra promessa - terra ricca di torrenti, di fonti e di sorgenti che sgorgavano fra le colline e nelle valli -, una terra che produceva frutti e cibo in abbondanza, una terra in cui la gente non avrebbe mancato di nulla (cf. Dt 8, 7-9). Oggi queste parole sono rivolte al popolo di Dio qui a Monterey, nello Stato della California, contro uno scenario di straordinaria bellezza fatto di terra, montagne innevate e laghi profondi, boschi di querce e foreste di abeti, di pini e di enormi sequoie, una terra fra le più ricche e fertili del mondo. Sì, oggi queste parole sono rivolte a tutti noi qui riuniti: “Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio”.

2. Queste parole pronunciate migliaia di anni fa, hanno ancora oggi un significato e una rilevanza particolari. Mosè, il grande maestro del suo popolo, temeva che nella prosperità futura esso avrebbe potuto abbandonare Dio - il Dio che lo aveva fatto uscire dalla terra della schiavitù e guidato per il deserto con la sua terra arida, nutrendolo di manna lungo il cammino (cf. Dt 8, 15-16). Mosè conosceva la tendenza del cuore umano a invocare il Signore nel momento del bisogno, ma anche quella a “trascurare” facilmente “i suoi comandamenti, le sue norme e le sue leggi” (cf. Dt 8, 11) in tempi di benessere e prosperità. Egli sapeva che Dio viene facilmente dimenticato.

Oggi, non siamo forse testimoni del fatto che spesso nelle società ricche, in cui c’è abbondanza di benessere, il permissivismo e il relativismo morale vengono accettati senza difficoltà? E laddove l’ordine morale viene minato, Dio è dimenticato e problemi di fondamentale responsabilità vengono messi da parte. In tali situazioni, un ateismo pratico pervade la vita pubblica e privata.

Fin dal momento del peccato originale, l’uomo è stato incline a sostituirsi a Dio. Egli pensa spesso a ciò che Mosè lo mise in guardia dal pensare: “La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze” (Dt 8, 17). Egli agisce come se Colui che è la fonte di tutta la vita e la bontà non ci fosse. Ignora una verità fondamentale su se stesso: il fatto che è una creatura; che è stato creato e deve tutto al suo Creatore, che è anche il suo Redentore.

In questi ultimi anni del XX secolo, alla vigilia del terzo millennio dell’era cristiana, una parte della famiglia umana - la più evoluta dal punto di vista economico e tecnologico - è particolarmente tentata, forse come non mai, di imitare l’antico modello di tutto il peccato: la ribellione originale racchiusa in queste parole: “Non servirò”. Oggi la tentazione è cercare di costruire un mondo per se stessi, dimenticando il Creatore, il suo disegno e la sua amorevole provvidenza. Ma presto o tardi noi dobbiamo arrivare a capire questo: che dimenticare Dio, fingere che Dio sia morto, vuol dire incoraggiare la morte dell’uomo e di tutta la civiltà. Vuol dire minacciare l’esistenza degli individui, delle comunità e di tutta la società.

3. Le letture di oggi del Nuovo Testamento sono in contrasto con questo punto di vista. Esse parlano della presenza di Dio che permea il cuore umano e la totalità della realtà creata. Gesù insegna che il regno di Dio è paragonabile al germogliare di un seme che un uomo getta nella terra (cf. Mc 4, 26-29). Certamente l’attività umana è essenziale. L’uomo si “corica e ogni giorno si risveglia . . .”. Egli semina e, “quando il frutto è pronto, egli mette mano alla falce”. Perfino le fertili valli della California non produrrebbero nulla senza l’ingegno e la fatica umana. Ma la parola di Dio dice che “la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga” (Mc 4, 28). È come dire: la crescita del chicco e la sua maturazione, che dipende in gran parte dalla fertilità del suolo, deriva dalla natura e dalla vitalità della stessa creazione. Di conseguenza c’è un’altra fonte di crescita: Colui che è al di sopra della natura e al di sopra dell’uomo che coltiva la terra.

In un certo senso, il Creatore “si cela” in questo processo di natura che dà la vita. È la persona umana, con l’aiuto dell’intelletto e della fede, che è chiamata a “scoprire” e “svelare” la presenza di Dio e il suo operato in ogni cosa creata: “Perché si conosca sulla terra la tua via, fra tutte le genti la tua salvezza” (Sal 67, 3).

Se la parabola della semina si riferisce alla crescita del regno di Dio nel mondo, le parole di san Paolo nella seconda lettura spiegano come i generosi doni di Dio mirino a trarre “opere buone” dal cuore umano: “Dio può moltiplicare i suoi doni su di voi . . . in cambio di opere buone”. Tutta l’attività umana deve essere finalizzata ad opere di giustizia, pace e amore. Tutto il lavoro umano - compreso, in particolar modo, il nobile lavoro agricolo che impegna molti di voi - deve essere svolto al servizio all’uomo e per la gloria di Dio.

4. La terra è dono di Dio. Fin dalle origini, Dio l’ha affidata all’intera razza umana come un mezzo di sostentamento per la vita di tutti coloro che egli crea a sua immagine e somiglianza. Dobbiamo utilizzare la terra per mantenere ogni essere umano in vita e tutelarne la dignità. Sullo scenario della straordinaria bellezza di questa regione e della fertilità del suo terreno, proclamiamo insieme la nostra gratitudine per questo dono con le parole del Salmo responsoriale: “La terra ha dato il suo frutto. Ci benedica Dio, il nostro Dio” (Sal 67, 7).

Come leggiamo nella Genesi, gli esseri umani guadagnano il proprio pane con il sudore della fronte (Gen 3, 17). Lavoriamo per lunghe ore e ci stanchiamo. Tuttavia il lavoro è un bene per noi. “Mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo e anzi, in un certo senso, “diventa più uomo”” (Ioannis Pauli, Laborem Exercens, 9).

Il valore del lavoro non finisce con l’individuo. Il pieno significato del lavoro può essere compreso soltanto in rapporto alla famiglia e alla società. Il lavoro mantiene e dona stabilità alla famiglia. In seno alla famiglia, inoltre, i figli apprendono innanzitutto il significato umano e positivo del lavoro e della responsabilità. In ogni comunità e nella nazione tutta, il lavoro ha un significato sociale fondamentale. Esso può inoltre sia unire un popolo nella solidarietà di un impegno comune, sia dividerlo mediante una eccessiva competizione, lo sfruttamento e il conflitto sociale. Il lavoro è una chiave di tutta la questione sociale e nel momento in cui questa “questione” è intesa a rendere la vita più umana (cf. Ioannis Pauli, Laborem Exercens, 3).

5. L’attività agricola esemplifica tutti questi principi - l’importanza del lavoro per la realizzazione della persona umana, la dimensione “familiare” del lavoro e la solidarietà sociale. L’attività agricola è - come l’ha descritta Papa Giovanni XXIII - una vocazione, una missione conferita da Dio, un nobile compito e un contributo alla civilizzazione (cf. Ioannis XXIII, Mater et Magistra, 149). Dio ha benedetto gli Stati Uniti con alcune tra le più fertili terre agricole del mondo. La produttività dell’agricoltura americana è una storia di grandi successi. Senza dubbio è una storia di duro ed estenuante lavoro, di coraggio e intraprendenza, ed esige l’interazione di molte persone: coltivatori, lavoratori, fornitori, distributori e infine consumatori.

Sono anche a conoscenza del fatto che recentemente migliaia di coltivatori americani hanno conosciuto la povertà e i debiti. Molti hanno perduto le loro case e il loro tenore di vita. I vostri vescovi e la Chiesa intera del vostro Paese sono profondamente preoccupati; e ascoltano le voci dei numerosi coltivatori e braccianti agricoli che manifestano le loro ansietà per i costi e i rischi dell’agricoltura per le difficili condizioni di lavoro, l’esigenza di salari adeguati e alloggi dignitosi e il problema di un giusto prezzo per i prodotti. Su scala più ampia si ode la voce dei poveri, sconcertati dal fatto che in una terra di ricchezza essi debbano ancora sentire i morsi della fame.

6. Tutti concordano sul fatto che la situazione della comunità agricola negli Stati Uniti e in altre parti del mondo è assai complessa e che non si intravedono possibilità di immediate soluzioni. La Chiesa da parte sua, pur non essendo in grado di offrire specifiche soluzioni tecniche, presenta una dottrina sociale basata sulla priorità della persona umana in ogni attività economica e sociale. A tutti i livelli del processo agricolo la dignità, i diritti e il benessere degli individui debbono essere l’obiettivo fondamentale. Nessuno, in questo processo - coltivatore, lavoratore, imballatore, spedizioniere, commerciante o consumatore che sia - è più importante degli altri agli occhi di Dio.

Facendomi quindi portavoce delle sofferenze di tante persone, mi rivolgo a tutti gli interessati affinché collaborino per giungere a un’adeguata soluzione di tutti i problemi agricoli. Questo può essere fatto soltanto in una comunità caratterizzata da una sincera e reale solidarietà e - laddove sia ancora necessario - dalla riconciliazione fra tutti i settori interessati al processo produttivo agricolo.

E cosa dire della nostra responsabilità nei confronti delle generazioni future? La terra non continuerà a dare i suoi frutti se non grazie a una corretta gestione. Non possiamo dire di amare la terra e poi percorrere vie che conducono alla sua distruzione così che le generazioni future non potranno usufruirne. Vi esorto ad essere sensibili ai numerosi problemi riguardanti la terra e l’ambiente nella sua totalità e ad unirvi l’un l’altro nella ricerca delle migliori soluzioni a questi pressanti problemi.

7. Ognuno di noi è chiamato ad adempiere ai propri doveri davanti a Dio e davanti alla società. Poiché la Chiesa è portata per sua stessa natura a concentrare maggiormente la propria attenzione su coloro che meno di altri sono in grado di difendere i loro legittimi interessi, mi rivolgo ai proprietari terrieri, ai coltivatori e a coloro che detengono il potere, affinché ascoltino le legittime rivendicazioni dei loro fratelli e sorelle che lavorano la terra. Tali rivendicazioni comprendono il diritto a intervenire nelle decisioni riguardanti il loro lavoro e il diritto alla libera associazione con l’obiettivo del progresso sociale, culturale ed economico (cf. Ioannis Pauli PP. II, Laborem Exercens, 21). Mi rivolgo inoltre a tutti i lavoratori affinché abbiano sempre presenti i loro obblighi verso la giustizia e affinché compiano ogni sforzo per recare un degno servizio all’umanità.

La nuova legislazione del vostro Paese ha consentito a molte persone, in particolare a braccianti immigrati, di diventare cittadini anziché essere considerati degli stranieri fra voi. Molti di questi sono venuti a lavorare qui inseguendo lo stesso sogno dei vostri antenati appena giunsero in questo paese. Chiedo di accogliere questi nuovi cittadini nella vostra società e di rispettare la dignità umana di ogni uomo, donna e bambino.

Duecento anni dopo che la Costituzione ha confermato gli Stati Uniti terra di opportunità e libertà, è giusto sperare in un generale e rinnovato impegno verso quelle politiche necessarie ad assicurare che entro questi confini l’equità e la giustizia siano sempre tutelate e promosse. Questa è un’esigenza sempre presente dello storico destino dell’America.

È inoltre importante che l’America in questo momento guardi al di là di se stessa e al di là dei suoi bisogni per considerare le esigenze ancora più grandi delle nazioni più povere del mondo. Anche se le comunità locali si stanno mobilitando per operare nel modo più efficace a favore dell’integrale progresso umano dei loro membri, esse non debbono dimenticare i loro fratelli e sorelle ovunque essi siano. Dobbiamo stare attenti a non dimenticare il Signore, ma dobbiamo anche stare attenti a non dimenticare tutti coloro che egli ama.

8. Gli attributi nascosti del Creatore si riflettono nella bellezza della sua creazione. La bellezza della penisola di Monterey attira un gran numero di turisti; di conseguenza molti di voi lavorano nell’industria del turismo. Saluto voi tutti e vi incoraggio a guardare alla vostra attività specifica come a una forma di servizio e di solidarietà con i vostri simili.

Il lavoro - come abbiamo visto - rappresenta un aspetto essenziale della nostra esistenza umana, ma altrettanto necessari sono il riposo e lo svago che ci permettono di recuperare le nostre energie e di ritemprare il nostro spirito preparandolo ai compiti della vita. Molti sono i nobili valori legati al turismo: lo svago, l’arricchimento della propria cultura e l’opportunità di impiegare il tempo libero in interessi spirituali. Tra questi vi sono la preghiera, la contemplazione e i pellegrinaggi, da sempre parte integrante del nostro retaggio cattolico; vi sono inoltre la promozione dei rapporti umani in seno alla famiglia e tra gli amici. Come altre attività umane, il turismo può essere fonte di bene o male, occasione di grazia o di peccato. Invito voi tutti che siete impegnati nell’industria del turismo a tenere alta la dignità del vostro lavoro e ad essere sempre pronti a dare gioiosa testimonianza della vostra fede cristiana.

9. Cari fratelli e sorelle: è nell’Eucaristia che i frutti del nostro lavoro - e tutto ciò che vi è di nobile nelle questioni umane - diventano un’offerta di immenso valore in unione col sacrificio di Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore. Nel promuovere ciò che è autenticamente umano attraverso il nostro lavoro e attraverso opere di giustizia e di amore noi portiamo all’altare del Signore quegli elementi che saranno trasformati in Cristo: “Benedetto sei tu Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te perché diventi per noi cibo di vita eterna”.

Vi chiedo di unirvi a me nel lodare la santissima Trinità per l’abbondanza di vita e di bene che ci ha donato: “La terra ha dato il suo frutto. Ci benedica Dio, il nostro Dio” (Sal 67, 7). Ma la prosperità non vi porti mai a dimenticare il Signore o a cessare di riconoscere in lui la fonte della vostra pace e del vostro benessere. La vostra preghiera per voi stessi e per tutti i vostri fratelli e sorelle deve sempre riecheggiare le parole del Salmo:

“Dio abbia pietà di noi e ci benedica 
su di noi faccia splendere il suo volto” (Sal 67, 2).

Che per gli anni a venire il volto del Signore splenda su questa terra, sulla Chiesa di Monterey e su tutta l’America: “Dal mare al lucente mare”. Amen.

 

© Copyright 1987 - Libreria Editrice Vaticana

 

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