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VISITA ALLA PARROCCHIA DI SAN BENEDETTO
OMELIA DI GIOVANNI
PAOLO II
Domenica, 14 febbraio 1988
1. “Se vuoi, puoi guarirmi!” (Mc 1, 40).
Con tale invocazione si rivolge a Cristo un lebbroso, come riferisce il
brano del Vangelo di Marco che leggiamo oggi.
In conformità alla legge di Mosè i lebbrosi erano esclusi dalla società.
Abitavano, completamente isolati, “fuori dell’accampamento” (cf. Lv 13,
46). Se qualcuno si fosse avvicinato ad essi, dovevano gridare: “Immondo,!
Immondo!” (cf. Lv 13, 45). Così leggiamo nel libro del Levitico, dal
quale è tratta la prima lettura dell’odierna liturgia.
Anche il lebbroso, di cui si parla nel Vangelo d’oggi, aveva lo stesso
obbligo. Tuttavia leggiamo che egli andò da Gesù e “lo supplicava in ginocchio
e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!»”. Cioè chiedeva: “Mondami! Toglimi la
lebbra!”.
Gesù stese la mano, lo toccò e gli disse: “«Lo voglio, guarisci!». Subito
la lebbra scomparve ed egli guarì” (Mc 1, 41-42).
2. Gesù di Nazareth fece molti miracoli, che la Sacra Scrittura chiama pure
“segni”. La guarigione di un lebbroso è uno di essi. Ed è un segno eloquente e
penetrante.
La chiave per la comprensione di questo “segno” si trova nel salmo
responsoriale dell’odierna liturgia.
Il salmista proclama: “Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa e perdonato il peccato.
Beato l’uomo, a cui Dio non imputa alcun male” (Sal 32 [31], 1-2).
Come risulta dalle ricerche degli specialisti, esiste un legame concettuale
tra “l’esperienza dell’impurità” nel senso fisico e quella della colpa e del
peccato.
Il lebbroso era considerato, secondo la legge mosaica, come un impuro. Era
obbligato ad avvertire gli altri della sua malattia, gridando “immondo,
immondo”. L’impurità consisteva, in questo caso, in una malattia
dell’organismo, che era causa dell’alterazione e decomposizione del corpo.
3. Il peccato, l’“impurità” nel senso morale cioè spirituale, significa
l’alterazione e decomposizione interiore dell’uomo. Si potrebbe definire la
lebbra dell’anima.
E benché una tale decomposizione - la lebbra dell’anima! - sia nascosta
agli occhi dell’uomo - invisibile a causa della sua natura spirituale -
tuttavia anche il peccato può essere contagioso.
Basta pensare a ciò che si chiama l’“eredità del peccato”, oppure ciò che
nei nostri tempi è chiamato il “peccato sociale”.
Ci sono troppe prove sulla diffusione dei peccati, sulla degradazione
morale, con essa collegata, di ambienti umani e perfino di intere società.
4. Tuttavia il peccato è soprattutto un’azione della persona. Soltanto
l’uomo, quale soggetto cosciente e libero, può essere il suo autore, e alla
sua coscienza viene imputato il male morale della colpa commessa.
Tuttavia il processo di “alterazione” dell’uomo nel senso morale è -
secondo la rivelazione divina - reversibile. Il peccato può essere rimesso da
Dio.
Il salmista chiama beato l’uomo, a cui è rimessa la colpa, il cui peccato è
stato dimenticato, l’uomo a cui Dio non imputa alcun male.
Infatti soltanto Dio può rimettere i peccati.
Questa è una delle verità centrali dell’antico e del nuovo testamento, in
particolare della buona novella: la verità che la Chiesa ci ricorda oggi nella
liturgia.
Nel Vangelo di Matteo leggiamo che Gesù predicava il Vangelo del Regno e
curava ogni malattia e infermità (cf. Mt 9, 35). Tra l’altro guariva i
lebbrosi. E le guarigioni del corpo erano segno della guarigione delle anime
umane dal peccato.
5. Una tale guarigione - cioè la remissione dei peccati - esige una
determinata disposizione da parte dell’uomo.
Il salmista dice: “Ti ho manifestato il mio peccato, non ho tenuto nascosto il mio errore.
Ho detto: confesserò al Signore le mie colpe e tu hai rimesso la malizia del mio peccato” (Sal 32 [31], 5).
Questa disposizione da parte dell’uomo consiste anzitutto nel fatto di
conoscere e di riconoscere che il peccato si oppone a Dio, e poi di
confessarlo.
Ciò che proclama il salmista corrisponde alle principali condizioni del
sacramento della Penitenza: l’esame di coscienza, il dolore dei peccati con
una ferma decisione di cambiar vita, la confessione, e la soddisfazione.
6. Cristo Signore, che ebbe lui stesso il potere di rimettere i peccati, lo
trasmise alla Chiesa dopo la sua risurrezione. Venuto agli apostoli, riuniti
nel cenacolo, disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i
peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv
20, 22-23).
Dalla potenza della redenzione di Cristo, mediante la croce, proviene alla
Chiesa il potere di rimettere i peccati, legato al ministero apostolico
esercitato dai Vescovi e sacerdoti.
Possiamo trovare una certa allusione a questo fatto anche nelle odierne
letture, quando Cristo, a guarigione avvenuta, rimanda il lebbroso dai
sacerdoti, così come era previsto nella legge di Mosè: “Và, presentati al
sacerdote” (Mc 1, 44).
7. La meditazione, basata sulla Parola di Dio nell’odierna liturgia, si
svolge nella domenica che precede immediatamente il mercoledì delle Ceneri,
inizio della Quaresima.
Durante tale periodo queste verità fondamentali della fede e della vita
cristiana saranno ampiamente sviluppate ed approfondite alla luce del mistero
pasquale della nostra redenzione.
8. Oggi le meditiamo insieme, cari fratelli e sorelle della parrocchia
dedicata a san Benedetto, perché divengano per tutti alimento della fede nella
potenza ricreatrice di Cristo. Egli continua sempre - per il tramite della
Chiesa - a porsi accanto all’uomo e a mettere la propria mano sul capo di chi
lo invoca, per essere sanato.
Pure in questa celebrazione eucaristica il Redentore è realmente vicino,
presente, e concede il suo perdono insieme con la sua infinita pietà. Mentre
esprimo la mia gioia perché mi è dato di pregare il Signore misericordioso con
tutti voi, saluto di vero cuore il Cardinale vicario e monsignor Clemente
Riva, Vescovo responsabile del settore sud, e, con loro, il parroco, don Luigi
Paroni ed i membri della Compagnia di san Paolo, che validamente lo coadiuvano
nella cura pastorale.
Rivolgo la mia parola di compiacimento alle suore dell’Istituto delle
Maestre Pie Filippini. So che la vostra presenza qui risale ai primi tempi
della parrocchia, della quale oggi celebriamo il 60° anniversario di
fondazione, e si esplica in modo prezioso sia nell’ambito della scuola che nel
servizio alla catechesi.
In particolar modo desidero salutare i membri del Consiglio pastorale
parrocchiale e del consiglio parrocchiale degli affari economici, come pure
gli aderenti ai molteplici gruppi laicali. Carissimi, vi esorto a perseverare
nel contributo, che generosamente offrite per fare della vostra comunità un
luogo fraterno, dove la fede viene purificata e accresciuta nell’ascolto della
Parola divina e nella celebrazione dei sacramenti, e dove la carità conduce al
servizio del Signore e del prossimo. Questa fu la singolare intuizione di don
Giovanni Rossi, il quale volle fare di questa famiglia una “parrocchia
sociale”, come egregiamente testimoniano le iniziative da lui intraprese e che
voi, pur con differenti modalità, proseguite, per rendere gloria a Dio anche
mediante l’amore che soccorre.
A tutti, carissimi fratelli e sorelle, desidero far giungere il mio
affettuoso saluto e ricordare che la vocazione di credenti non contrappone la
preghiera agli impegni quotidiani. Come insegna il vostro patrono san
Benedetto, la preghiera e il lavoro non si contrappongono, ma sono due
complementari espressioni dell’essere radicati in Cristo.
9. Sentiamo infine la parola dell’Apostolo, che nella lettera ai Corinti ci
invita: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1 Cor 11,
1).
Il Vangelo ci dà un insegnamento sul peccato e proclama la conversione.
Tuttavia la parola - filo conduttore della buona novella - non è il “peccato”,
ma l’“imitazione di Cristo”.
Cristo purifica i lebbrosi, guarisce i malati come “segno” della guarigione
dai peccati e nello stesso tempo dice: “Seguimi”. E poi san Paolo di Tarso, al
quale questa chiamata giunse in modo particolare, scrive: “Fatevi miei
imitatori . . . io lo sono di Cristo”: fatevi quindi imitatori di Cristo!
Nel periodo di Quaresima, ormai vicino, dobbiamo ricordarcelo.
Ma non soltanto il male è contagioso - non soltanto lo è il peccato - lo è
anche il bene. Occorre che in questo tempo propizio abbondi in noi, sempre
più, il bene! Lasciamoci contagiare dal bene! Diffondiamo il bene! Per essere
anche noi, sempre imitatori di Cristo. Amen.
© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana
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