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VISITA ALLA PARROCCHIA DI SANTA MARIA MADRE DEL REDENTORE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 10 aprile 1988

 

1. “Haec dies quam fecit Dominus:
exsultemus et laetemur in ea!”
(Sal 118 [117], 24).

La solennità pasquale dà inizio ad un tempo nuovo: al giorno fatto dal Signore. Le parole, che la Chiesa ripete durante l’ottava di Pasqua, indicano proprio questa novità. La risurrezione di Cristo non è soltanto uno degli avvenimenti nella storia del mondo. È l’inizio della trasformazione di tutto ciò che esiste. L’uomo che, insieme con tutto il creato, è sottomesso alla legge della morte, s’incontra d’ora in avanti in Cristo con la vita, che è più forte della morte: “Mors, ero mors tua”. Nel mistero pasquale viene aperta davanti all’uomo la prospettiva escatologica, che è prospettiva della vita in Dio.

La liturgia della Chiesa proclama con entusiasmo questo giorno fatto dal Signore, e invita tutti alla gioia della Pasqua di Cristo. La Pasqua è collegata con il tempo. Questo tempo è passato. Ma, simultaneamente, questo tempo dura.

2. La Pasqua di Cristo è collegata anche con un luogo.

Con i diversi luoghi, che sono per noi sacri, così come sacra è la terra nella quale si è compiuta la redenzione del mondo.

Tra i luoghi collegati, in modo particolarmente stretto, col mistero pasquale, riveste un significato singolare il cenacolo di Gerusalemme.

Esso è stato testimone dell’ultimo incontro degli apostoli con Cristo prima della passione: testimone dell’ultima cena. È stato anche testimone del primo incontro di Cristo con essi dopo la risurrezione.

Proprio l’odierna liturgia ce li rende presenti. Gesù entra nel cenacolo, nonostante le porte chiuse, si ferma in mezzo ai suoi discepoli e dice: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me. anch’io mando voi” (Gv 20, 21).

Ci viene in mente il momento della trasfigurazione sul monte, poiché Gesù è ora trasfigurato. Tutto il suo corpo manifesta la realtà della risurrezione; soltanto le cicatrici nelle mani e nel costato confermano la crocifissione.

Gesù le fa vedere agli apostoli, come se volesse assicurare loro di essere lo stesso. E allora alita su di loro e dice: “Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20, 22-23).

Così questo primo incontro è già l’inizio della Pentecoste. Cristo introduce gli apostoli nel cuore stesso della potenza redentrice, che fa nuove tutte le cose. La risurrezione significa non soltanto la vittoria sul peccato, ma anche sulla morte, che del peccato è conseguenza.

3. Il cenacolo è il luogo in cui il giorno della risurrezione si collega con questo giorno. Dopo otto giorni (quindi alla fine dell’ottava, che termina proprio oggi) Cristo è di nuovo nel cenacolo, dove è presente anche Tommaso.

La vicenda di Tommaso, uno dei dodici, è molto significativa. Nella sua coscienza la morte - anche la morte del Maestro - rimane un fatto irreversibile. Tutto finisce con la morte. Anche l’evento di Gesù di Nazaret è finito nel momento in cui egli è spirato sul Golgota.

Tommaso ne è così convinto, da non accettare la testimonianza degli altri: “Non crederò” (cf. Gv 20, 25). Non riesce a percepire che “ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio” (cf. Lc 18, 27).

E anche se gli altri apostoli gli dicono: “Abbiamo visto il Signore!” (Gv 20, 20), egli persiste ostinato nel suo rifiuto. Nello stesso tempo pone una condizione: se non vedo, non credo, se non metto il dito, non credo (cf. Gv 20, 20).

4. Questo Tommaso incredulo è un simbolo molto vasto. Ritroviamo in lui l’uomo di tutti i tempi. E, particolarmente, forse l’uomo della nostra epoca, per il quale è vero soltanto quanto è accessibile ai sensi. Non esiste verità oltre ciò che è empirico.

Possiamo quindi domandarci se Cristo non abbia esplicitamente voluto che un tale uomo si collocasse nel centro stesso degli avvenimenti pasquali - sulla soglia del tempo della Chiesa. Tommaso è certamente in grado di avvicinare al cenacolo molti altri “Tommasi”.

Si potrebbe perfino dire che in ciascuno di noi c’è qualche cosa di lui. Egli manifesta la verità sull’uomo di tutti i tempi.

È per questo che l’odierno “ottavo giorno” (che la liturgia ci fa presente) è così importante. È il giorno in cui ciascuno di noi può convincersi sempre di nuovo che nel mondo, oggetto della conoscenza empirica rimane aperto lo spazio per il mistero.

Si, il mistero si trova all’interno di questo mondo, all’interno di ciò che è visibile, udibile, toccabile.

Ecco, Cristo viene di nuovo nel cenacolo - e soddisfa alle esigenze poste da Tommaso. Dice: “Guarda . . .” Dice: “Stendi la tua mano e mettila nelle mie ferite” (cf. Gv 20, 27).

Cristo è la rivelazione del mistero. E “visibilità dell’Invisibile”. È “incarnazione”. E tale è anche nella sua risurrezione. Anzi prima di tutto nella risurrezione! Nel corso della sua attività messianica ha compiuto tanti segni. L’ultimo - la risurrezione - è il più grande. Ed è definitivo.

Ciò che è “impossibile agli uomini, è possibile” a Dio.

5. Con l’avvenimento dell’ottavo giorno (cioè del giorno odierno) il cenacolo rimane legato alla storia della Chiesa. E rimane anche nella storia dell’uomo.

È attuale in ogni epoca.

In tutti i tempi, significa il luogo nel quale l’uomo, sottomesso nella sua conoscenza empirica alle esigenze del mondo, della realtà visibile, ritrova la dimensione del mistero.

Dio è nel mondo. Infatti egli è il suo Creatore. L’ha chiamato all’esistenza dal nulla.

Anzi, è, prima di tutto, il mondo che è in Dio, il quale mantiene ogni cosa nell’esistenza, tutto abbraccia e tutto compenetra: “In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28).

Gesù Cristo è la rivelazione più piena di questa presenza di Dio. È la “visibilità dell’Invisibile”.

Egli dice a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto, beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno” (Gv 20, 29).

In questo modo, per il tramite di Tommaso, egli si rivolge a ogni uomo. Anche a ciascuno di noi qui presenti.

6. Beati noi, se pur non avendo visto e toccato fisicamente il Cristo, sapremo credere in lui, crocifisso e risorto! Se sapremo superare l’aspetto materiale e trascendere i sensi, e vedere più in profondità, al di là dell’intelligenza umana: alla luce di Dio e della sua rivelazione. Beati noi se sapremo vedere così il Cristo e credere nella sua risurrezione, che è pegno e garanzia della nostra risurrezione.

Nello spirito di questa beatitudine, vi esprimo i sentimenti della mia profonda gioia nel trovarmi quest’oggi in mezzo a voi, in questo popoloso quartiere di Tor Bella Monaca. Vi saluto tutti e vi auguro pace e letizia! Saluto in particolare il Cardinale vicario, Ugo Poletti, e il Vescovo ausiliare del settore, mons. Giuseppe Mani. Saluto il parroco don Mario Pecchielan, il quale insieme con i sacerdoti suoi collaboratori, si dedica con tanto zelo alla cura delle vostre anime.

Il mio pensiero si rivolge inoltre alle Suore della Carità di santa Giovanna Antida Thouret e alle Suore Stimmatine che operano nell’ambito di questa parrocchia, santa Maria Madre del Redentore. So che il lavoro pastorale che si svolge qui è molto impegnativo: sono grato a tutti coloro che prestano la loro collaborazione alla dinamica opera di evangelizzazione del quartiere. Ricordo gli appartenenti al Consiglio pastorale e a quello per gli affari economici, il gruppo liturgico, l’Azione Cattolica Ragazzi, l’Agesci, le Comunità Neocatecumenali e quella di sant’Egidio, i centri di accoglienza della Caritas: soprattutto quello destinato all’assistenza dei tossico-dipendenti e degli handicappati.

7. È un lavoro meritorio quello che state compiendo per vivere con sempre maggiore convinzione e coerenza l’ideale cristiano, e per far incontrare il Cristo a quanti ancora non lo conoscono o non ne seguono gli insegnamenti. Continuate con entusiasmo e generosità codesta vostra attività parrocchiale, curando in modo particolare, come del resto già fate, l’istruzione religiosa e inculcando negli animi la necessità di una frequenza regolare ed assidua alla santa Messa domenicale e festiva, e ai sacramenti, che danno energia e vita al credente che desideri veramente porsi alla sequela del Cristo.

Vi esprimo la mia profonda gratitudine per quanto avete compiuto e continuate a fare in favore dei fratelli nomadi che sono in mezzo a voi. In attesa che la loro difficile situazione materiale e spirituale sia in qualche modo risolta, continuate a dare generosa testimonianza di solidarietà cristiana e di comprensione umana; fate capire loro che la Chiesa non è estranea e non è insensibile di fronte ai loro problemi; fate loro sentire che la Chiesa li ama e si attende da essi una risposta fatta di lealtà, di fiducia e di rispetto della pacifica convivenza.

Un’altra iniziativa che desidero incoraggiare è quella dell’assistenza agli handicappati, che soffrono il loro dramma nella solitudine e talora anche nell’abbandono da parte delle istituzioni. Per questi nostri fratelli meno fortunati siate amici sinceri, generosi e fedeli. Sia il vostro volto sempre sorridente e soprattutto il vostro animo pronto a suggerire parole di conforto e di speranza. Sappiate agire con perseveranza e continuità, senza tralasciare le occasioni più opportune per testimoniare la vostra fede e la vostra carità cristiana. Non rinunciate mai a tentare quanto è in vostro potere e a moltiplicare le vostre iniziative e i vostri gesti di incoraggiamento e di aiuto. Il Signore non vi farà mancare le ricompense che solo lui può e sa dare.

In questo anno mariano la vostra parrocchia, che è posta sotto il patrocinio di “Maria Madre del Redentore”, della Redemptoris Mater, ha un titolo di più per rinnovare e rafforzare la propria devozione verso colei che è mediatrice di tutte le grazie, nostra avvocata presso il suo Figlio Gesù ed aiuto del popolo cristiano. Invocatela, veneratela, stringetevi a lei: ed ella vi esaudirà e vi otterrà quanto di bene desidera il vostro cuore.

8. “Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria. La nostra fede” (1 Gv 5, 4).

In mezzo al cenacolo di Gerusalemme Tommaso “incredulo” dice a Cristo: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20, 28).

Forse in tutto il Vangelo non vi sono parole che in modo più pieno esprimano la verità su Cristo. Sono queste le parole della fede che “vince il mondo”.

Auguro alla vostra parrocchia che sia anch’essa questo “luogo” nella vita degli uomini dei nostri tempi, e che in essa si ripeta e si rinnovi continuamente il mistero del cenacolo di Gerusalemme.

 “Luogo” - cioè ambiente - cioè comunità.

Che in questo “luogo” ogni uomo riscopra la presenza di Dio e la sua potenza salvifica, che per sempre si è rivelata in Cristo crocifisso e risorto . . .

 “Mio Signore e mio Dio!”.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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