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VISITA PASTORALE IN EMILIA

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA PER I FEDELI
DELLA DIOCESI DI REGGIO EMILIA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Guastalla (Reggio Emilia) - Domenica, 5 giugno 1988

 

1. “Dategli voi stessi da mangiare” (Lc 9, 13).

In questa domenica dopo la solennità della Santissima Trinità, in cui la Chiesa in Italia adora il mistero del corpo e sangue di Cristo nell’Eucaristia, ascoltiamo - nel Vangelo di Luca - la descrizione dell’avvenimento, che contiene in sé il preannuncio di questo santissimo sacramento.

Gesù proclama alle folle l’insegnamento circa il Regno di Dio, guarisce i malati, mentre il giorno comincia a declinare. Allora gli apostoli cercano di convincere il maestro a congedare i suoi ascoltatori. Occorreva infatti pensare al cibo e all’alloggio. E proprio a questo punto cade questa risposta inaspettata di Gesù: “Dategli voi stessi da mangiare”.

Gli apostoli spiegano che questo è impossibile. Essi non possono sfamarli, poiché cinque pani e due pesci non sono certamente sufficienti per le migliaia di presenti: “c’erano infatti circa cinquemila uomini” (Lc 9, 14); allora Gesù moltiplica in modo miracoloso ciò che avevano (cinque pani e due pesci), così che non soltanto tutti si saziarono, ma “delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste” (cf. Lc 9, 17).

2. Leggiamo nella descrizione di quest’avvenimento che Gesù “prese i cinque pani e i due pesci . . . li benedisse, li spezzò e li diede” (cf. Lc 9, 16), e queste parole ci trasferiscono simultaneamente nel cenacolo. Durante l’ultima cena (come leggiamo nella prima lettera di san Paolo ai Corinzi - seconda lettura di questa liturgia -) “il Signore Gesù . . . prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse (agli apostoli): Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me” (1 Cor 11, 23-24).

Disse così, perché era l’inizio della “notte in cui veniva tradito” (cf. 1 Cor 11, 23).

“Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice” e pronunciò su di esso le parole dell’istituzione dell’Eucaristia: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne, bevete, in memoria di me” (cf. 1 Cor 11, 25).

E Cristo aggiunse ancora: “Ogni volta . . . che mangiate di questo pane e bevete di questo calice voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (cf. 1 Cor 11, 26).

3. Certamente gli apostoli non si accorsero subito che in questa istituzione del sacramento del corpo e sangue di Cristo vi era una certa somiglianza con quella moltiplicazione del cibo - del pane e dei pesci - a cui allora avevano partecipato.

Forse si ricordarono delle parole che Cristo allora aveva detto loro: “Dategli voi stessi da mangiare”. Parole incomprensibili, misteriose e al tempo stesso confermate dal “segno” della moltiplicazione del cibo.

Ora, durante l’ultima cena, si trattava di un altro cibo e di un’altra bevanda. Tuttavia Gesù, in tutto ciò che disse agli apostoli, mentre istituiva il sacramento della sua Pasqua, ripeté in un certo senso le parole dette in occasione della moltiplicazione dei pani: “Dategli voi stessi da mangiare”. Le ha ripetute in un senso nuovo: un senso eucaristico.

4. Forse gli apostoli non scopersero subito che in quanto si era compiuto durante la ultima cena si era realizzato il salmo messianico (che leggiamo nell’odierna liturgia).

In questo salmo si parla del sacerdozio “al mondo di Melchisedek” (Sal 11 0[109], 4).

Chi era Melchisedek, lo sappiamo soltanto dal libro della Genesi, dalla storia di Abramo. È noto cioè che Melchisedek, re di Salem, era sacerdote del Dio altissimo. Andò incontro ad Abramo e offrì pane e vino, e mediante questi doni della terra, e insieme frutti del lavoro dell’uomo, pronunciò sul patriarca la benedizione a nome del “Dio altissimo, creatore del cielo e della terra”. “Abramo gli diede la decima di tutto” (cf. Gen 14, 18-20).

Quando il salmo dell’odierna liturgia parla del sacerdozio di Melchisedek come del “sacerdote per sempre” (Sal 110 [109], 4), nello stesso tempo ci rende consapevoli che questo re-sacerdote offrì il pane e il vino.

Cristo, che durante l’ultima cena istituì il sacramento del suo corpo e del suo sangue sotto le specie del pane e del vino, realizza l’annunzio profetico legato al sacerdozio di Melchisedek.

5. In realtà, soltanto lui è veramente “sacerdote per sempre”.

E anche se gli apostoli e la Chiesa nel celebrare l’Eucaristia sotto le specie del pane e del vino annunziano “la morte del Signore, questa morte è, a un tempo, inizio della vita nuova, che si rivelerà il terzo giorno dopo la morte in croce, mediante la risurrezione di Cristo”.

Infatti colui che ha compiuto il sacrificio sulla croce e che, “in memoria” di questo sacrificio, ha istituito il sacramento del suo corpo e del suo sangue sotto le specie del pane e del vino, è il Signore.

È lo stesso Signore di cui parla il salmo messianico: “Oracolo del Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra” (Sal 110 [109], 1).

Nel sacrificio della spogliazione mortale di Cristo vi è l’inizio della sua esaltazione. Poiché egli è il Figlio della stessa sostanza del Padre. È colui al quale il Padre si riferisce con le parole del salmista: “Dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato” (Sal 110 [109], 3). E con le stesse parole preannunzia “il principato nel giorno della (sua) potenza tra santi splendori” (Sal 110 [109], 3). Questo principato del Figlio, quando egli siederà alla destra del Padre nella gloria, rivelerà pure fino in fondo il suo sacerdozio: “Il Signore ha giurato e non si pente: «Tu sei sacerdote per sempre» al modo di Melchisedek” (Sal 110 [109], 4).

6. Gli apostoli capirono che proprio questo sacerdozio di Cristo - Figlio e redentore del mondo - il sacerdozio unito strettamente al sacrificio del suo corpo e del suo sangue in croce, era il compimento degli eterni disegni e promesse di Dio.

Gesù Cristo ha lasciato alla Chiesa questo suo sacerdozio, il sacerdozio unico a misura della nuova ed eterna alleanza di Dio con l’umanità. Un’ampia trattazione su questo tema è contenuta nella lettera agli Ebrei.

Gli apostoli hanno tenuto a memoria anche il fatto che, durante l’ultima cena, Cristo disse loro: “Fate questo in memoria di me”.

Da qui è nato ciò che è il culmine e il cuore di tutta la vita della Chiesa, fino alla fine dei secoli: l’Eucaristia, il tesoro più grande delta Chiesa.

7. Mentre oggi ascoltiamo le parole di Cristo indirizzate agli apostoli: “Dategli voi stessi da mangiare”, ci rendiamo conto che alla sfera della sollecitudine della Chiesa appartiene anche ciò che è collegato con il “cibo” per gli uomini e con la richiesta del “pane quotidiano”, insegnataci dal Signore.

Sì, la richiesta del “pane quotidiano”! È una richiesta sempre attuale, perché non sono stati ancora colmati i dislivelli sociali, e la drammatica situazione di chi non ha ancora pane a sufficienza per sé e per i suoi familiari è una triste realtà che ci interpella. Il problema del pane per tutti gli uomini, a qualunque nazione, razza e religione appartengano, non ci può lasciare indifferenti; esso fa appello - come ho detto nell’enciclica Sollicitudo Rei Socialis - “alle nostre responsabilità sociali e, perciò, al nostro vivere, alle decisioni da prendere coerentemente circa la proprietà e l’uso dei beni” (Sollicitudo Rei Socialis, 42). La Chiesa che da sempre ha avuto un amore preferenziale per i poveri “non può non abbracciare le immense moltitudini di affamati, di mendicanti, di senzatetto, senza assistenza medica e, soprattutto, senza speranza di un futuro migliore; essa non può non prendere atto dell’esistenza di queste realtà. L’ignorarle significherebbe assimilarci al «ricco epulone», che fingeva di non conoscere Lazzaro il mendico, giacente fuori della sua porta” (cf. Lc 16, 19-31) (Sollicitudo Rei Socialis, 42).

Vogliamo sperare che questa nostra preoccupazione per chi è affamato moltiplichi, mediante un’economia sensibile a questo problema, i pani necessari per sfamare chi è nel bisogno. A questo proposito, esprimo il mio compiacimento per le iniziative promosse dalla Chiesa che è in Emilia al fine di sovvenire alle necessità materiali di tanti nostri fratelli meno fortunati, che in molte parti del mondo vivono in condizione disagiate, privi come sono di mezzi di sussistenza.

8. Tuttavia le parole di Cristo dette in occasione della moltiplicazione del cibo hanno anche, come abbiamo visto nell’odierna liturgia, un significato profetico. Sono il preannuncio dell’ultima cena. “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4). E questa parola raggiunge la sua culminante espressione sacramentale nell’Eucaristia: quando il pane e il vino diventano un velo del cibo e della bevanda che Cristo ci ha preparato mediante il suo sacrificio redentore.

All’Eucaristia dobbiamo andare portando tutta la nostra vita; dall’Eucaristia dobbiamo uscire con la ricchezza d’amore che abbiamo trovato in Cristo.

Quali siano gli effetti autentici dell’Eucaristia voi tutti, cari fratelli, li avete sott’occhio nelle realizzazioni della carità cristiana. Mi piace qui ricordare le “Case della carità” fondata da monsignor Mario Prandi e che traducono l’amore cristiano in un servizio premuroso e sincero ai poveri; la loro diffusione non solo in Italia, ma in India e in Madagascar, dice già da sé l’equilibrio di una formula di servizio così legata alle comunità cristiane da fare di tali case altrettante famiglie in mezzo alle altre, famiglie che sostengono le altre e dalle altre sono sostenute per realizzare l’amore che nasce necessariamente dall’Eucaristia. Penso anche ai “Servi della Chiesa”, fondati da monsignor Dino Torreggiani per la cura pastorale di ex-carcerati, nomadi, zingari, personale degli spettacoli viaggianti; una famiglia al servizio degli ultimi, di coloro dei quali nessuno s’interessa e per i quali nessuno sa che cosa fare. Penso altresì all’Azione Cattolica di questa diocesi, che ha una grande e viva tradizione di fedeltà ecclesiale e di testimonianza civile e sociale, volta ad incarnare i valori del Vangelo nella realtà delle vostre situazioni. Sono, questi, frutti preziosi che l’Eucaristia ha suscitato qui, nella vostra Chiesa, simbolo di quei frutti che l’Eucaristia deve sempre suscitare e generare in tutti. Penso alle comunità cristiane stesse, a tutte le parrocchie nelle quali si articola il tessuto pastorale della vostra Chiesa. Esse sono autentiche comunità nelle quali la carità, vincolo di unità che scaturisce dal Dio uno e trino, deve diventare la logica su cui si regolano i rapporti: Gesù ha pregato perché tutti i credenti siano una cosa sola, e san Luca dice che i primi cristiani erano “un cuore solo e un’anima sola” (At 4, 2). Tutto questo mi conduce a rivolgere un appello forte a tutti voi che siete venuti numerosi a questo incontro, un appello soprattutto a voi giovani perché prendiate sul serio il Vangelo con le sue esigenze e le sue promesse, perché accogliate la legge dell’Eucaristia e facciate della vostra vita davvero un dono al Signore. Come dicevo, nel pane e nel vino consegniamo al Signore noi stessi; non deve essere un gesto puramente rituale. Il rito deve esprimere la verità della vita, l’atteggiamento sincero del cuore. A Cristo dobbiamo donare noi stessi, tutta la nostra vita perché egli, il Signore, se ne serva per il suo progetto di salvezza.

Il mondo in cui viviamo è scosso da varie crisi, tra le quali una delle più pericolose è la perdita del senso della vita. Molti dei nostri contemporanei hanno perso il vero senso della vita e ne cercano surrogati nel consumismo sfrenato, nella droga, nell’alcol e nell’erotismo. Cercano la felicità ma il risultato è sempre una profonda tristezza, un vuoto nel cuore e non di rado la disperazione. Come vivere la propria vita per non perderla? Su quale fondamento edificare il proprio progetto di esistenza? Gesù Cristo si presenta a noi come la risposta di Dio alla nostra ricerca, alle nostre angosce. Egli dice: “Sono io il pane della vita capace di saziare ogni fame; sono io la luce del mondo capace di orientare il cammino di ogni uomo; sono io la risurrezione e la vita capace di aprire la speranza dell’uomo sull’eternità”. Certo non è facile seguire Cristo, non è facile rischiare su di lui tutta la propria vita; eppure proprio in questa capacità di rischiare sta la nobiltà e la grandezza dell’uomo. Non rischiamo sul vuoto; sul nulla; rischiamo su Gesù Cristo e sul suo Vangelo; rischiamo sull’amore disinteressato dei fratelli. Il Signore susciti molti giovani capaci di rischiare in questo modo, capaci di considerare la propria vita come una sfida da vincere contro l’ingiustizia e l’egoismo, come un dono da fare a Gesù Cristo e con lui a tutti i fratelli; susciti in particolare tra voi molte e generose vocazioni al sacerdozio, al diaconato, alla vita religiosa, all’impegno missionario. Se qualcuno è in Cristo, è una creatura nuova; l’egoismo di prima è passato, ecco nasce qualcosa di nuovo.

9. “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno” (Gv 6, 51).

Cari fratelli e sorelle di Reggio Emilia, mi è dato oggi di essere con voi e meditare nella comunità della vostra Chiesa la verità di queste parole di Cristo.

Questo nostro incontro, come una particolare manifestazione della nostra fede nel mistero di Cristo diventato “il pane vivo”, risvegli in noi il desiderio di questa vita che ci è data dall’Eucaristia.

Come ringraziare per questo dono? Come ricambiarlo?

Siate assidui nella frazione del pane! Siate assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli (cf. At 2, 42).

Non cessi in mezzo a voi l’operare eucaristico di Cristo. Non cessi questa “moltiplicazione” del suo corpo e sangue, del cibo e della bevanda che “dura per la vita eterna” (cf. Gv 6, 27)!


Al termine della Celebrazione eucaristica per i fedeli della Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla il Santo Padre, congedandosi dalla città, pronuncia le seguenti parole.  

Vorrei aggiungere una parola di ringraziamento. Durante questa Celebrazione eucaristica c’erano parecchi bambini per la Prima Comunione. A questi bambini che per la prima volta hanno ricevuto Cristo eucaristico, voglio augurare di cuore che sia un buon inizio di un lungo cammino. A noi tutti questa circostanza dei bambini che per la prima volta ricevono la Santissima Comunione Eucaristica, a noi tutti ricorda la nostra Prima Comunione. E poi la continuazione: ringraziamo della continuazione, preghiamo per tutti quelli per cui questa continuazione si è interrotta. ma soprattutto cerchiamo di vivere sempre più profondamente il dono che si riceve nel cibo, nel pane eucaristico: il dono infinito, il dono incommensurabile, il dono per cui manca la parola per esprimere la sua grandezza, il dono della carità che è Dio stesso. Grazie a tutti voi presenti e a tutti quelli che hanno collaborato a preparare questa Celebrazione eucaristica. Sia lodato Gesù Cristo.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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