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VISITA ALLA PARROCCHIA DI SANTA
BARBARA ALLE CAPANNELLE
OMELIA DI GIOVANNI
PAOLO II
Domenica, 26 febbraio 1989
1. “Benedici il Signore, anima mia, / quanto è in me benedica il suo santo
nome” (Sal 103, 1).
La Quaresima è il tempo di una conversione particolare a Dio. Bisogna
convertirsi sempre, ogni giorno. La conversione significa un costante ritmo
interiore della vita di un cristiano. La liturgia della Quaresima serve a
rendere più intenso questo ritmo, ad approfondirlo. Occorre quindi sapere chi
sia colui al quale dobbiamo convertirci. Occorre conoscere noi stessi e
conoscere lui, come lo ha espresso concisamente il grande Agostino “noverim Te
- noverim me”. Queste due componenti della vita spirituale vanno di pari passo
e si condizionano a vicenda. Più conosco Dio, più profondamente capisco me
stesso - come uomo. Non sono forse creato a sua immagine e somiglianza?
La Quaresima porta in sé una chiamata alla conoscenza approfondita della
verità su Dio. La Parola di Dio è come uno specchio in cui Dio ci svela questa
verità. È da lì che occorre attingerla!
Può tuttavia l’uomo conoscere veramente Dio? Non supera questo le
possibilità conoscitive dell’uomo?
2. La verità fondamentale della fede ci dice che c’è un solo Dio, e poi che
egli è creatore e giudice di ogni cosa, che egli premia il bene e punisce il
male.
Da qui nasce la tendenza a vedere in ogni male, che gli uomini subiscono,
una punizione di Dio. Così è stato nell’antico testamento, nel caso di Giobbe.
Tuttavia abbiamo sentito anche recentemente, che certi terribili cataclismi
sarebbero una punizione da parte di Dio.
Di fronte ad un simile modo di pensare si è trovato anche Cristo, quando
gli riferirono di certi eventi luttuosi, verificatisi in Galilea. “Credete -
disse allora - che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per
aver subìto tale sorte?” (Lc 13, 2).
È vero che Dio è giusto. È vero che il peccato, essendo un male, merita la
punizione. Ma non è lecito attribuire inconsideratamente al peccato il fatto
che l’uomo soffre, quando subisce il male. Infatti soffre spesse volte
innocentemente. E lo stesso Cristo è stato il primo tra essi.
3. Intanto dobbiamo cercare una comprensione approfondita della verità su
Dio; una risposta approfondita alla domanda: chi è Dio? In modo particolare
dobbiamo cercare questa risposta nella parabola del Dio vivente.
Proprio su questo s’incentra la liturgia dell’odierna domenica.
La lettura del libro dell’Esodo ci fornisce gli elementi essenziali a tale
risposta.
Dio che chiama Mosé e gli parla in mezzo a un roveto, che arde nel fuoco
senza consumarsi, è un particolare che da sé dice molto.
Dal roveto ardente Mosé prima udì: “Non avvicinarti! Togli i sandali dai
piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa! (Es 3, 5).
Sì, esso è santificato dalla presenza di colui che sta parlando.
E parla a Mosé il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Il Dio dei padri
che si è fatto conoscere ai patriarchi, e la cui alleanza, stipulata con essi,
passa sui figli e sulle figlie di Israele.
Ecco, Mosé ha assistito ad una teofania: Dio gli rivela se stesso.
4. È significativo che, richiesto di dire il suo nome, Dio risponda a Mosé:
“Io sono colui che sono! . . . Questo è il mio nome per sempre; questo è il
titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione” (Es 3,
14-15).
È quanto significa il nome di Jahvè, che gli Israeliti non osavano
pronunciare! Di fronte a tutte le cose che esistono, nascono e muoiono, si
formano e si deteriorano e passano, solo Dio È. In questo “È” vi è contenuta
tutta la sua perfezione ontica, la trascendenza di fronte a tutto ciò che
esiste al di fuori di lui, al di fuori di Dio; di fronte a tutto il creato.
Dio rivela questo nome a Mosé, non soltanto per definire se stesso, ma più
ancora per incoraggiare per suo mezzo Mosé. Dio manda Mosé a liberare Israele,
il popolo eletto di Dio, dalla schiavitù d’Egitto. Così dunque nel nome “Io
sono”, colui che è il Dio dell’alleanza (così lo conoscevano i discendenti di
Abramo) - parla di sé come di una Provvidenza salvifica.
Con il nome “Io sono colui che sono” Dio non soltanto si separa
fondamentalmente da ogni cosa come una trascendenza assoluta. Ad un tempo, in
questo nome egli esprime la sua immanenza salvifica nei riguardi del creato e
in particolare nei riguardi dell’uomo. Colui che “È” viene all’umanità come
l’Emmanuele: si rivela come “Dio con noi”.
5. Quanto viene proclamato dal Salmo responsoriale della odierna liturgia
costituisce come un commentario al nome di Dio, a quell’“Io sono colui che
sono”, rivelato a Mosé ai piedi del monte Oreb.
“Egli perdona tutte le tue colpe / guarisce tutte le malattie; / salva
dalla fossa la tua vita, / ti corona di grazia e di misericordia . . . /
(agisce) con diritto verso tutti gli oppressi . . . / Buono e pietoso è il
Signore, / lento all’ira e grande nell’amore” (Sal 103, 3-4. 6. 8).
Egli non è soltanto - nella sua assoluta trascendenza - Dio dell’infinita
maestà, ma soprattutto è la maestà dell’infinito amore: “Come il cielo è alto
sulla terra, così è grande la sua misericordia” (Sal 103, 11).
6. Se la chiamata quaresimale alla conversione deve rivestire le reali
forme della vita e del comportamento umani, occorre avere davanti agli occhi
dell’anima questa verità su Dio.
Non rende forse testimonianza a questo Dio l’Eucaristia: il cibo spirituale
e la bevanda spirituale dati ai pellegrini di questa terra in Cristo e per
Cristo? Il cibo del sacrificio redentore di se stesso, del suo Corpo e del suo
Sangue, da lui compiuto per i peccati di tutto il mondo?
Non gli rendono testimonianza il Battesimo? e tutti i sacramenti della
nostra fede? Nella prima lettera ai Corinzi l’Apostolo vede la promessa di
questi sacramenti nei segni compiuti da Mosé davanti all’Israele pellegrinante
attraverso il deserto verso la terra promessa.
“Convertitevi” - vuol dire: ritrovate Dio in tutta la verità della sua
autorivelazione, come mistero senza limiti e come vicinanza sacramentale.
“Convertitevi” - vuol dire: avviatevi a Dio sulla strada che egli stesso ci
ha fatto vedere in Gesù Cristo.
7. Con questa esortazione alla conversione, alla metànoia biblica, cioè a
quel cambiamento di mentalità, per cui ogni credente decide di cambiare vita,
di passare dalla tiepidezza al fervore, dal peccato alla grazia, dalla
ignoranza alla conoscenza di Dio e del suo mistero di salvezza, esprimo a
tutti voi, cari fratelli e sorelle della parrocchia di santa Barbara alle
Capannelle, la gioia di trovarmi in mezzo alla vostra comunità e di celebrare
con voi questa terza domenica di Quaresima.
La vostra parrocchia si trova lungo la via Appia; la “regina viarum”, come
la chiamavano gli antichi romani. Essa è legata alle imprese della Roma
pagana, ma anche a quelle delle origini cristiane e al primo sorgere della
Chiesa a Roma per opera degli apostoli Pietro e Paolo. Per questa storica via
essi passarono e recarono il Vangelo ai primi discepoli. Ce lo ricorda con
accenti emozionanti il libro degli Atti, parlando del drammatico arrivo alla
capitale di Paolo in catene: “I fratelli, avendo avuto notizie da noi -
racconta Luca - ci vennero incontro fino al “Foro di Appio” ed alle Tre
Taverne. Paolo al vederli rese grazie a Dio e prese coraggio” (At 28,
15).
Alla luce di questi avvenimenti, che vi toccano da vicino anche
geograficamente, non cessate di alimentare nel vostro cuore quella fede e quel
coraggio che fecero di Paolo un apostolo di Gesù Cristo ed un annunziatore del
suo Vangelo di salvezza, fino a dare la propria vita.
8. Insieme al Cardinale vicario Ugo Poletti ed al Vescovo ausiliare
monsignor Giuseppe Mani, saluto tutti voi, cari fedeli, e le vostre famiglie,
soprattutto i vostri bambini, le persone anziane o malate e quelle che si
sentono emarginate o escluse dalla società. Saluto cordialmente il parroco,
don Luigi Storto, al cui zelo ed alla cui responsabilità è affidata da cinque
anni questa comunità cristiana, ed i sacerdoti che collaborano con lui nella
cura pastorale di questa zona delle Capannelle. Saluto altresì i
rappresentanti della attigua caserma dei vigili del fuoco, del vicino
ippodromo e dell’aeroporto di Ciampino. Un pensiero particolarmente
riconoscente va ai membri delle associazioni parrocchiali, soprattutto al
gruppo catechistico, liturgico, missionario, ed a quello scoutistico che ci fa
sentire la sua presenza dimostrando grande forza e vitalità nelle proprie
iniziative.
Ci sono poi le congregazioni religiose, le quali portano il loro specifico
contributo all’azione pastorale del quartiere: le suore dell’Addolorata con la
benemerita opera nel campo dell’educazione giovanile e nell’assistenza delle
persone anziane; le religiose messicane della Croce del Sacro Cuore di Gesù,
dedite alla vita contemplativa e alla permanente adorazione eucaristica. Ad
esse, che costituiscono il polmone spirituale della parrocchia, va la mia
profonda gratitudine per la loro testimonianza e per le grazie celesti che
esse ottengono da Dio con la preghiera continua e l’offerta dei sacrifici.
Le vostre milleottocento famiglie, oriunde in maggior parte da diverse
regioni d’Italia, sono sensibili ai problemi della fede e partecipano alle
iniziative della parrocchia, collaborando generosamente col parroco: mi
rallegro con voi per questa disponibilità e vi esorto a continuare in questa
testimonianza cristiana, in spirito di vera comunione, facendo sì che ogni
gruppo o componente della comunità sia fonte di coesione della vita
parrocchiale e di reciproco arricchimento. In tale contesto auguro un felice
esito alla missione che si terrà nell’ambito del territorio parrocchiale nel
prossimo mese di ottobre.
A costoro, specie ai giovani, che si sentissero indifferenti o lontani
dalla Chiesa, io dico: la Chiesa conta anche su di voi, la Chiesa vi ama e
aspetta il vostro ritorno e la vostra collaborazione. Anche se voi vi sentite
lontani, la Chiesa non vi è lontana, anzi vi stringe al suo cuore per farvi
sentire il suo affetto e stabilire un dialogo.
A tutti apro il mio cuore e tutti esorto a vivere sempre più coerentemente
le esigenze del Vangelo, in questo tempo di Quaresima.
9. Vi è ancora nell’odierna liturgia la parabola del fico sterile. Quando il padrone vi cerca frutti e non li trova, si decide a tagliarlo.
Tuttavia il vignaiolo chiede: “Padrone lascialo ancora quest’anno, finché
io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per
l’avvenire” (Lc 13, 8-9).
Con quale delicatezza ci ammonisce Cristo in questa sua parabola! In modo
delicato, ma insieme molto categorico: se il fico non porterà frutti per
l’avvenire, lo taglierai (cf. Lc 13, 9).
Questa è una parabola adatta per la Quaresima. Cristo vuole fecondare le nostre anime perché portiamo i frutti che Dio
aspetta. Ogni anno e buono. Ogni Quaresima è buona. Il Signore dice: convertitevi, il Regno di Dio è vicino (cf. Mc 1,
15).
© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana
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