 |
MESSA PER IL 120° ANNIVERSARIO DI
FONDAZIONE DELL’OSPEDALE «BAMBINO GESÙ»
OMELIA DI GIOVANNI
PAOLO II
Sabato, 18 marzo 1989
1. “Ecco il servo saggio e fedele, che il Signore ha posto a capo della sua
famiglia” (Lc 12, 42).
Carissimi fratelli e sorelle.
Oggi, solennità di san Giuseppe, il nostro pensiero non può non andare,
contemporaneamente, anche a Gesù bambino, che l’iconografia tradizionale
rappresenta pure tra le braccia del santo Patriarca.
É dunque, una bella circostanza per festeggiare con voi, in questa
liturgia, il centoventesimo anniversario di fondazione del vostro ospedale,
intitolato al bambino Gesù. Un ospedale sorto per curare e lenire, con amore
pari alla dedizione, le sofferenze dei piccoli innocenti, così simili in ciò
al Figlio stesso di Dio fatto uomo, fatto bambino come loro, soggetto alla
sofferenza come loro.
2. Desidero salutare cordialmente tutti i presenti, esprimendo la gioia di
questo incontro per me assai significativo: saluto il presidente, il personale
dirigente, i medici, le suore Figlie della Carità, le vigilatrici d’infanzia,
il personale ausiliare, nonché i familiari dei piccoli degenti.
Un incontro significativo, dicevo, perché voi sapete quale stretta
relazione esiste, quale analogia, quale interscambio tra la missione del
sacerdote da una parte e quella dell’operatore sanitario dall’altra: tutti
sono dediti, a diverso titolo, alla salvezza dell’uomo, alla cura della sua
salute, a liberarlo dal male, dalla sofferenza e dalla morte, a promuovere in
lui la vita, il benessere, la felicità. E quanto si accentua tale analogia, se
consideriamo che la cura dei piccoli sofferenti, richiede maggiormente quelle
virtù di abnegazione, di diligenza, di delicatezza, di compassione, di
misericordia che devono accomunare il medico al sacerdote!
Per questo, cari fratelli e sorelle, devo dirvi che io sento il vostro
ospedale particolarmente vicino al mio cuore di Pastore e di Vescovo di Roma,
in cui ormai da centoventi anni codesta istituzione esercita la sua benefica
attività.
3. Nella preghiera iniziale della santa Messa abbiamo ricordato che Dio ha
voluto “affidare gli inizi della nostra redenzione alla custodia premurosa di
San Giuseppe”. Quali sono questi “inizi della redenzione?”. Sono la vita
terrena di Gesù fanciullo; una vita che per trent’anni egli ha condotto
nell’intimo del focolare domestico, tra la gente semplice del suo tempo,
amorosamente dedito, certamente, alle opere buone, ma senza che lo splendore
della sua divinità trasparisse al di là di un normale comportamento umano.
Quanto amore e quanto rispetto non avrà mostrato Gesù durante questi anni,
egli che poi nel ministero pubblico ricorderà il comandamento del decalogo di
onorare il padre e la madre! E con quanta premura e dedizione Giuseppe e Maria
non avranno seguito il crescere di Gesù “in sapienza, età e grazia davanti a
Dio e davanti agli uomini” (Lc 2, 52).
E la vita di ogni fanciullo battezzato è anch’essa una partecipazione alla
Redenzione di Cristo. C’è anche per essa, ed in modo speciale, quella “fedele
cooperazione che la Chiesa esercita all’opera della salvezza”, per la quale,
nella medesima preghiera, abbiamo chiesto l’intercessione di san Giuseppe.
E soprattutto, se pensiamo al fanciullo sofferente, non possiamo non andare
col nostro pensiero alla partecipazione della Chiesa alle sofferenze
redentrici del Cristo.
4. Nella vostra delicata professione, voi medici, voi religiose, voi
vigilatrici d’infanzia che assistete questi piccoli, troverete sempre in san
Giuseppe un modello, un protettore, un conforto. Mettetevi fiduciosamente
sotto il suo potente patrocinio: egli vi insegnerà l’arte nobilissima e
soprannaturale di illuminare, consolare e confortare queste piccole anime
messe di fronte alla prova terribile del dolore. Il santo falegname di Nazaret
vi ispirerà parole giuste, il sorriso ed il gesto rasserenanti, l’intervento
tempestivo ed efficace, la finezza d’animo nel riflettere sul mistero del
dolore umano.
I piccoli che avete fra le vostre mani sono stati misteriosamente chiamati
fin dai loro primi anni di vita ad una dura prova, che coinvolge anche voi
adulti, ponendovi interrogativi inquietanti. Davanti al mistero tremendo del
dolore, anche le menti più elevate hanno sentito l’impotenza del limite umano.
Sembra mancare la parola. Proprio per questo occorre che vi affidiate alla
Parola di Dio: ascoltarla e farla vostra, “sperando contro ogni speranza” come
dice san Paolo nella lettera ai Romani (Rm 4, 18); occorre avere la
medesima docilità di san Giuseppe nell’ascoltare e nel mettere in pratica le
ispirazioni dello Spirito di sapienza; occorre ascoltare la “voce
dell’angelo”.
5. Esprimo la speranza che centri di cura per bambini come il vostro
possano sempre più moltiplicarsi. Come sapete, un numero grandissimo di
fanciulli innocenti nel mondo soffre ed anche muore per la mancanza di
strutture ospedaliere. É questa certamente una delle piaghe più terribili che
affliggono la moderna società, è uno scandalo intollerabile, per rimediare al
quale non faremo mai abbastanza. Questo nobilissimo ideale di portar soccorso
ai fanciulli ammalati o bisognosi, in qualunque parte della terra si trovino,
è una causa che deve attrarre il cuore e stimolare le energie di molti giovani
e dar significato ad una esistenza. Molti laici, religiosi e religiose ad esso
si dedicano; ma quante maggiori forze occorrerebbero! Profitto pertanto di
questa occasione per lanciare un appello a tutte le anime generose: andate
senza paura, e Dio vi darà il centuplo!
San Giuseppe vi assista nella fatica, perché possiate condividere con lui
il premio celeste. Preghiamolo tutti insieme, cari fratelli e sorelle, con la
stessa orazione finale di questa santa Messa, chiedendo al Signore: “Donaci la
stessa fedeltà e purezza di cuore, che animò San Giuseppe nel servire il tuo
unico Figlio, nato dalla Vergine Maria”. Amen.
© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana
|