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VIAGGIO APOSTOLICO IN ESTREMO ORIENTE E A MAURITIUS

ADORAZIONE EUCARISTICA
NELLA CHIESA PARROCCHIALE DI NONYONG-DONG DI SEOUL

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Seoul (Corea) - Sabato, 7 ottobre 1989

 

1. Sia lodato Gesù nel Santissimo Sacramento dell’altare!

È con grande gioia che rendo lode a nostro Signore insieme a voi. A tutti voi - Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici - io dico “Sia lodato Gesù! Lodiamo il Signore!”.

Il mio saluto particolare va alla parrocchia di Nonhyon-dong: ai sacerdoti e alle suore, al consiglio parrocchiale e a tutti i parrocchiani che mi hanno accolto qui con tanto amore ed entusiasmo. Desidero anche ringraziare tutti quegli uomini e quelle donne impegnati che prestano il loro servizio quali ministri straordinari dell’Eucaristia. È molto appropriato che la mia prima sosta in mezzo al popolo coreano abbia luogo in una chiesa come questa, in cui le menti e i cuori dei fedeli sono costantemente levati in adorazione dinanzi a Cristo nella santissima Eucaristia,
- a Cristo che si offre in sacrificio al Padre per la nostra salvezza;
- a Cristo che si dà a noi per nutrirci come pane di vita, affinché anche noi possiamo offrirci per la vita degli altri;
- a Cristo che ci consola e ci rafforza nel nostro pellegrinaggio terreno con la sua costante presenza ed amicizia.

Nel contemplare il Verbo fatto carne, ora sacramentalmente presente nell’Eucaristia, gli occhi del nostro corpo sono uniti a quelli della fede mentre contemplano la presenza “per eccellenza” di Emmanuele, “Dio con noi”, fino al giorno in cui il velo sacramentale verrà sollevato nel Regno dei cieli.

Se vogliamo fare l’esperienza dell’Eucaristia quale “fonte e apice di tutta la vita cristiana” (Lumen Gentium, 11), dobbiamo celebrarla con fede, riceverla con rispetto, e permetterle di trasformare le nostre menti e i nostri cuori attraverso la preghiera dell’adorazione. Solo approfondendo la nostra comunione eucaristica con il Signore attraverso la preghiera personale possiamo scoprire cosa egli ci chiede nella vita quotidiana. Solo attingendo profondamente alla sorgente dell’acqua di vita “che zampilla dentro di noi” (cf. Gv 4, 14), possiamo crescere nella fede, nella speranza e nella carità. L’immagine della Chiesa in adorazione dinanzi al Santissimo Sacramento ci ricorda la necessità di entrare in dialogo con il nostro Redentore, di rispondere al suo amore e di amarci l’un l’altro.

2. Cari fratelli sacerdoti che siete qui riuniti oggi insieme al Papa in così gran numero: questo grande sacramento di amore, così ricco di significato per la vita cristiana di tutti i fedeli, ha un valore particolare per tutti noi che abbiamo il privilegio di celebrare “in persona Christi”. Il Concilio Vaticano II parla della “carità pastorale” che scaturisce soprattutto dall’Eucaristia. “il centro e la radice di tutta la vita del Presbitero” Presbyterorum Ordinis, 14). Il Concilio prosegue dicendo che il sacerdote deve cercare di far suo ciò che si compie nel sacrificio eucaristico, ma che “ciò non è possibile se i sacerdoti non penetrano sempre più a fondo nel mistero di Cristo con la preghiera . . .” Presbyterorum Ordinis, 14). E così essi devono “ricercare e implorare da Dio . . . l’autentico spirito di adorazione” Presbyterorum Ordinis, 19).

Cari fratelli, cos’è questa carità pastorale che scaturisce dal sacrificio eucaristico e che si perfeziona attraverso la preghiera e l’adorazione? Per rispondere a questa domanda dobbiamo entrare nel mistero di Cristo. Egli “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo . . . apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 6-8). È questo l’eterno sacerdote presente nell’Eucaristia: il Figlio di Dio che “spogliò se stesso” e che Dio risuscitò per la nostra salvezza, il Figlio dell’uomo “che non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mc 10, 45).

La carità pastorale è quella virtù con la quale noi imitiamo Cristo nella sua donazione di sé e nel suo servizio. Non è soltanto quello che facciamo, ma il nostro dono di sé, che mostra l’amore di Cristo per il suo gregge. La carità pastorale determina il nostro modo di pensare e di agire, il nostro modo di rapportarci alla gente. E risulta particolarmente esigente per noi, perché, quali pastori, dobbiamo essere assai sensibili alla verità contenuta nelle parole di san Paolo: “Tutto è lecito. Ma non tutto è utile . . . Ma non tutto edifica” (1 Cor 10, 23).

3. Se siamo chiamati ad imitare il dono di sé di Cristo, noi sacerdoti dobbiamo vivere ed agire in un modo che ci consenta di essere vicini a tutti i membri del gregge, dal più grande al più piccolo. Noi desideriamo dimorare in mezzo a loro, sia che siano ricchi o poveri, istruiti o bisognosi di educazione. Saremo pronti a dividere le loro gioie e i loro dolori, non soltanto nei nostri pensieri e nelle nostre preghiere, ma anche insieme a loro, affinché attraverso la nostra presenza e il nostro ministero essi possano sperimentare l’amore di Dio. Noi desideriamo abbracciare uno stile di vita semplice, a imitazione di Cristo che si è fatto povero per amor nostro. Se a un sacerdote viene meno la povertà in spirito, sarà difficile per lui capire i problemi dei deboli e degli emarginati. Se non si sente disponibile prontamente per tutti, il povero e il bisognoso troveranno quasi impossibile avvicinarlo e aprirsi a lui senza imbarazzo.

La carità pastorale ci rende anche ansiosi di servire il bene comune di tutta la Chiesa, e di edificare il Corpo di Cristo, evitando ogni forma di scandalo o di divisione. Nelle parole del Concilio: “La fedeltà a Cristo non può essere separata dalla fedeltà alla sua Chiesa. La carità pastorale esige che i presbiteri, se non vogliono correre invano, lavorino sempre in stretta unione con i vescovi e gli altri fratelli nel sacerdozio. Se procederanno con questo criterio troveranno l’unità della propria vita nell’unità stessa della missione della Chiesa” (Presbiterorum Ordinis, 14). Cristo non ha esitato ad offrire la sua vita per obbedire al Padre. Seguendo il suo esempio, i sacerdoti devono avere la prudenza, la maturità e l’umiltà per lavorare in armonia e sotto la legittima autorità per il bene del Corpo di Cristo, e non arbitrariamente per conto proprio.

La carità pastorale si estende anche al campo missionario in seno alla Chiesa universale. Come ho detto ai sacerdoti e ai religiosi nel corso della mia prima visita al vostro Paese nel 1984, la solenne sfida delle vostre vite è quella “di mostrare Gesù al mondo, di condividere Gesù col mondo” (cf. Allocutio Seuli ad Presbyteros et Religiosos habita, die 5 maii 1984: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VII, 1 [1984] 1259 ss.). Oggi più che mai siamo consapevoli delle necessità spirituali e materiali dei popoli, anche di quelli che sono molto lontani da noi. Vi sollecito a cooperare generosamente con i vostri Vescovi per contribuire a portare avanti la missione universale della Chiesa, che è quella di predicare il Vangelo. Possiate continuare a promuovere un’autentica coscienza missionaria fra tutti i cattolici, mentre pregate e lavorate per l’aumento delle vocazioni coreane al sacerdozio e alla vita religiosa destinate alle missioni estere.

4. Cari fratelli, so che il vostro generoso e zelante ministero è una parte importante della vigorosa vita della Chiesa in Corea. Siete molto impegnati nelle vostre parrocchie, nei loro numerosi apostolati e nei sodalizi organizzati, ed in molti corsi per il catecumenato. Proprio perché è tanto quel che vi viene chiesto, è sempre più importante che siate uomini di preghiera dinanzi al Santissimo Sacramento, che “imploriate da Dio l’autentico spirito di adorazione” Presbyterorum Ordinis, 19), perché siate ricolmi dell’amore di Cristo. Solo in questo modo potrete sperare di crescere in quella carità pastorale che rende fruttuosa la vostra vita e il vostro ministero.

Alla preghiera dobbiamo aggiungere la continua formazione spirituale e intellettuale, che è tanto essenziale se vogliamo continuare a donarci a imitazione di Cristo. La nostra vita interiore deve essere rinnovata e nutrita attraverso gli esercizi spirituali, la lettura e lo studio. Come il padrone che Gesù cita nel Vangelo, il sacerdote è colui che “estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13, 52).

Infine, ai laici qui presenti e a tutti i laici della Corea rivolgo questo appello: pregate per i vostri sacerdoti. Pregate per le vocazioni al sacerdozio. Proprio alla presenza dell’Eucaristia comprendiamo e apprezziamo meglio il dono del sacerdozio, perché le due cose sono inseparabili. La vostra partecipazione alla vita della Chiesa e il vostro impegno a vivere il Vangelo sono una grande fonte di incoraggiamento per i sacerdoti. Voi non soltanto li ispirate ad una carità pastorale ancora più grande, ma create anche un campo fertile in cui le vocazioni al sacerdozio possono crescere in risposta alla chiamata di Dio.

Cari fratelli e sorelle, cari fratelli Vescovi, cari fratelli nel sacerdozio! Sia lodato Gesù nel Santissimo Sacramento dell’altare! Sia lodato il nostro Salvatore, la cui presenza nell’Eucaristia ci accompagna nel nostro pellegrinaggio terreno!

A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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