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SANTA MESSA PER IL MOVIMENTO DEI FOCOLARI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Auditorium del Centro «Mariapoli» di Castel Gandolfo
Sabato, 30 dicembre 1989

 

“Parlava del Bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme” (Lc 2, 38).  

1. Carissimi fratelli e sorelle! Sono molto lieto di trovarmi oggi con voi, in questa mariapoli che è come il centro e il cuore del vostro movimento. Saluto tutti voi, carissimi seminaristi, e voi, coppie di sposi, che fate corona a questo altare della santa Messa. E con voi saluto Chiara Lubich, e tutto il movimento dei focolari sparsi nel mondo.

Il Vangelo odierno ci fa sentire nel pieno dell’atmosfera natalizia. Attorno al Bambino, portato al tempio di Gerusalemme da Maria e da Giuseppe, cominciano a fiorire le grazie di illuminazione e di amore, suscitate dallo Spirito Santo nei cuori dei “Poveri di Jahvè”, che nella città santa attendono la Redenzione. C’è Simeone, di cui ci ha parlato ieri la liturgia; c’è la profetessa Anna, protagonista della breve pericope che abbiamo testé udito. Essa loda il Signore, e parla del Bambino a coloro che lo attorniano nella casa di Dio, in quel momento straordinario, eppur velato nel silenzio “che avvolge ogni cosa”.

In questa luce natalizia, che ci rende presente nel mistero eucaristico il fulgore del Verbo incarnato, ci sentiamo partecipi della stessa gioia messianica di Maria e Giuseppe, di Simeone e di Anna, dei poveri di Jahvè attorno al Cristo nato. Egli è venuto per noi! È nato per noi!

L’anno che sta per iniziare non può non essere sotto buoni auspici, quando sappiamo che è lui, e lui solo, il Signore della storia, il Signore della vita, che provvede a tutte le nostre necessità. Lui ci ha amati per primo, e questa certezza è la forza segreta della nostra esistenza.

2. Carissimi focolarini e focolarine! Voi vivete come programma il motto: “Amare per primi”. Qui sta il nucleo centrale della rivelazione del Verbo: “L’amore col quale mi hai amato, Padre, sia in essi e io in loro” (cf. Gv 17, 26). E san Giovanni dice: “Chi ama suo fratello dimora nella luce” (1 Gv 2, 10). Eppure lo stesso Apostolo, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, ci raccomanda di non amare il mondo. Ed è chiaro. Secondo la concezione biblica, “il mondo” è una nozione complessa, che sostanzialmente si riferisce al mondo dell’uomo, con la sua indubitabile ambiguità e contradditorietà.

È partendo da questo presupposto che dev’essere compreso il principio cristiano dell’amore scambievole. Secondo tale principio l’amore per la creatura umana - con la sua fragilità, ma anche con la sua altissima dignità di immagine di Dio - dev’essere sì, da una parte, profondo ed intenso, in quanto la creatura ci porta a Dio; ma, dall’altra, deve sapersi porre dei limiti ben precisi. Diversamente, si può peccare o per difetto o per eccesso: non possiamo amare il prossimo al di sotto di quanto merita, né tanto meno disprezzare i valori che sono in lui; ma non possiamo nemmeno amarlo di più di quanto vale, né ancor meno amare i suoi difetti o i suoi peccati.

3. Scendendo al concreto della vostra esistenza quotidiana, segnata dalla vocazione al sacerdozio o alla vita matrimoniale, posso rivolgermi a ciascuno di voi con un messaggio ben preciso, ispirato a questa visione cristiana dell’amore scambievole.

Questo amore, per voi seminaristi, significherà prendere a modello la primitiva comunità apostolica, della quale parlano gli scritti neotestamentari; significherà formarvi gradualmente, sotto la guida dello Spirito Santo e dei vostri educatori, al senso e alla pratica di quel valore altissimo che è l’amicizia sacerdotale, comunione profonda fra coloro che condividono lo stesso ministero di dispensatori dei divini misteri.

Amore scambievole, per voi coppie, significherà invece costruire gradualmente, per tutta la vita, quell’unità profonda tra uomo e donna, che è unità di “una sola carne”, animata anch’essa dallo Spirito Santo, il quale è sempre, in ogni forma di vero amore, lo Spirito dell’unità. Significherà ritrovare il piano originario di reciprocità tra uomo e donna, mettendo in comune i valori propri di ciascuno, nell’intento di far sorgere e propagare la vita; significherà ricomporre quell’unità tra uomo e donna, che il peccato ha compromesso e spezzato.

4. Vivendo oggi, insieme, questo momento specialissimo di fraternità nella celebrazione dell’Eucaristia, sentiamo avverarsi profondamente le parole dell’Apostolo prediletto: “Voi, padri, avete conosciuto Colui che è fin dal principio . . . Voi, giovani, avete vinto il maligno . . . Avete conosciuto il Padre . . . Voi, giovani . . . siete forti, e la parola di Dio dimora in voi” (1 Gv 2, 13 ss.).

Sì, il mistero natalizio è il mistero fondante della nostra vita: conoscere Dio, che si rivela nella sua vita intima inviandoci il suo Figlio. Sapere che il Figlio, parola vivente del Padre, dimora in noi, per sempre, dalla notte beata di Betlemme - Emmanuele, Dio-con-noi (cf. Mt 1, 23) - fino alla fine dei secoli: “Ecco, io sono con voi, tutti i giorni” (Mt 28, 20). E questa fede è la nostra forza, ci fa vincere per sempre il maligno. Ci fa vivere da figli della luce - da figli nel Figlio. Ci fa amare gli uni gli altri, come lui ha amato noi. Ci fa apostoli e testimoni: “Parlava del Bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”.

Il Verbo di Dio, che è sceso dal trono regale, nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa, regni nell’intimità dei vostri cuori. Vi faccia suoi, totalmente. Vi renda davvero suoi testimoni: di fede convinta, di amore generoso.

È l’augurio che vi faccio al termine di quest’anno, e ormai all’alba del nuovo, assicurandovi che vi accompagno nel vostro cammino con la mia preghiera e il mio incoraggiamento.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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