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VISITA ALLA PARROCCHIA DI SANTA SILVIA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 18 febbraio 1990

 

“Siate . . . perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5, 48).

1. Il discorso della montagna, vero “codice di perfezione” per i discepoli del Signore Gesù, raggiunge in queste parole - carissimi fratelli e sorelle - il suo vertice e la sua più alta e impegnativa sintesi. Quale ne è il significato e quali le implicazioni per la vita?

Gesù chiede ai suoi seguaci, che intendono vivere secondo la legge della nuova alleanza, di realizzare nel loro modo di pensare e di comportarsi quella perfezione che ha nella santità del Padre celeste il suo fondamento e il suo modello.

Dio è santo, perché “è buono e grande nell’amore”: tale infatti si è mostrato in tutta la storia della salvezza. Infinitamente superiore all’uomo, egli è entrato nella vicenda umana e si è fatto Dio “con” gli uomini e “per” gli uomini: ha parlato e compiuto gesta meravigliose, per liberarli da ogni forma di schiavitù e farli “suo” popolo mediante l’alleanza. Come ci ha ricordato il salmo responsoriale, Dio è santo perché perdona le colpe degli uomini, li guarisce da ogni malattia, salva dalla fossa la loro vita, li corona di grazia e di misericordia.

2. Rivelazione piena e definitiva della santità divina è Gesù Cristo, “il solo santo”, sul quale si è posato lo Spirito di santità; colui che con la parola e la vita è diventato maestro e modello, fonte e meta di ogni perfezione. Asceso, dopo la sua morte e risurrezione, alla destra del Padre, Gesù ha effuso e continua a effondere su tutti coloro che credono in lui e formano la sua Chiesa lo Spirito di santità che li fa “uno” in lui, li arricchisce di molteplici doni, li muove interiormente ad amare Dio con tutto il cuore e ad amarsi a vicenda come fratelli. In una parola: li fa “santi”.

La santità, dunque, è innanzitutto un dono, che ci rende partecipi della vita stessa di Dio, per mezzo di Cristo, nella comunione dello Spirito. Così noi diventiamo tralci della vera vite che è Cristo, templi viventi di Dio, dimore dello Spirito. È un dono che occorre non sciupare, ma accogliere e vivere con gioiosa consapevolezza, “benedicendo” con gratitudine il Signore, come facciamo in ogni celebrazione dell’Eucaristia.

3. La santità cristiana, però, oltreché dono, è per i discepoli di Cristo un compito da realizzare nella vita di ogni giorno, una vocazione alla quale dare concreta risposta. Una vocazione che interpella tutti indistintamente, anche se può assumere forme diverse e domandare a qualcuno impegni più radicali di servizio a Dio e ai fratelli.

Il Concilio Vaticano II, specialmente nella costituzione Lumen gentium (n. 39), ha scritto su questo argomento pagine bellissime e assai stimolanti: “Tutti nella Chiesa - ha ricordato - sono chiamati alla santità, secondo il detto dell’Apostolo: Certo la volontà di Dio è questa, che vi santifichiate. Orbene questa santità nella Chiesa si manifesta e si deve manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli”.

4. Tra questi frutti meritano particolare attenzione le opere dell’amore fraterno, sulle quali insiste la pagina del Vangelo che abbiamo appena ascoltato. Sono opere che hanno nell’amore di Dio per gli uomini il fondamentale punto di riferimento e nell’insegnamento e nella vita di Gesù la loro piena realizzazione. L’amore che il cristiano attende dal suo Maestro divino è un amore universale, cioè non circoscritto ai fedeli di sangue e di fede, ma aperto a tutti, anche ai cattivi, ai peccatori, agli stranieri e ai nemici; un amore che non si limita ai benefattori, ma si estende pure a chi non lo apprezza e non lo ricambia; un amore che riesce a giungere al “paradosso” del perdono.

Gesù ci conduce così fino all’intimo nucleo della predicazione del regno di Dio. Coloro che si sentono e sono amati da una misericordia senza limiti, che a tutti concede il sole e la pioggia, tutti ammaestra e perdona, tutti chiama alla vita eterna, non possono non sentirsi impegnati a riversare sugli altri uomini questa multiforme tenerezza di Dio, da cui essi per primi, gratuitamente, sono avvolti e colmati.

In ciò consiste l’originalità della santità cristiana, che è “perfezione della carità”. I fedeli sono chiamati ad annunciare e testimoniare l’amore di Dio, perché tutti gli uomini ne scoprano la bellezza e ne facciano l’esperienza.

5. La vostra comunità parrocchiale, carissimi fratelli e sorelle, e l’intera Chiesa di Roma, che si sta preparando alla celebrazione del Sinodo pastorale diocesano, deve sentirsi particolarmente interpellata da questo messaggio, e orientare alla sua luce le scelte di vita e gli impegni pastorali.

L’evento sinodale, che chiama tutti a “camminare insieme” nella verità e nella carità sulle vie del rinnovamento, esige infatti, da parte di ogni cristiano e dell’intera comunità ecclesiale, una presa di coscienza più chiara della comune vocazione alla santità, e, quindi, una più incisiva e corale risposta all’appello fatto da Gesù ai suoi ad essere perfetti come è perfetto il Padre celeste e ad “essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità” (Ef 1, 4).

Il primo obiettivo da perseguire con decisione nel cammino sinodale, che la Chiesa di Roma in tutte le sue articolazioni sta compiendo è dunque quello di favorire e incrementare sempre più un rinnovamento spirituale personale che metta al primo posto Dio, la sua volontà, il suo progetto di amore, la comunione con lui. Ciò comporta lo sforzo per una più elevata qualità della vita cristiana; per una più forte esperienza dell’incontro-dialogo con lui, realizzato nella preghiera personale e comunitaria; per una più consapevole e attiva partecipazione ai sacramenti, in particolare alla riconciliazione e all’Eucaristia, nella quale il Signore ha posto la sorgente della santità della Chiesa.

È questa dunque la prima risposta d’amore da dare a Dio che ci ha fatto suoi figli, cioè “santi”, e ci chiama come discepoli a camminare al seguito di Cristo.

6. Per giungere a ciò occorrerà riproporre antichi itinerari personali e comunitari di fede e di preghiera e crearne di nuovi, rispondenti alla situazione e alle istanze dei credenti di oggi. Occorrerà risvegliare l’attenzione e l’impegno per una vita spirituale più autentica e più legata alle implicazioni di carattere etico e morale. Bisognerà riscoprire virtù e atteggiamenti interiori, che la società secolarizzata di oggi sembra aver dimenticato, ma di cui conserva la nostalgia e che giustamente esige di vedere riflessi nel comportamento di quanti si professano cristiani: la nonviolenza, la solidarietà e la condivisione con i più deboli, e soprattutto il perdono offerto a tutti, anche ai nemici. Sono questi i “segni” più credibili e più efficaci di santità che la Chiesa è chiamata a dare alla comunità degli uomini, se vuole davvero annunciare il regno di Dio. Anche perché “da questa santità è promosso, anche nella società terrena, un tenore di vita più umano” (Lumen gentium, 40).

La “nuova evangelizzazione”, che il Sinodo vuole rilanciare nella città, muove dunque da questo presupposto e passa necessariamente attraverso questi gesti. La santità personale nella Chiesa, amata da Cristo e santificata dallo Spirito, è fondamento e condizione insostituibile perché si possa avere una Chiesa evangelizzatrice e missionaria.

7. Le “opere” della carità ne scaturiranno logicamente e immediatamente, come è avvenuto e avviene nella vita dei santi. In caso contrario, esse si ridurrebbero a forme di semplice attivismo umano e politico. Il che tradirebbe il significato genuino e la portata salvifica della missione affidata da Cristo alla sua Chiesa.

In una società come l’attuale basata talora sull’intolleranza nei confronti del povero e dello “straniero”; su una pretesa giustizia lasciata all’arbitrio dei singoli o peggio ancora fondata sull’odio e sulla vendetta personale, i gesti dell’amore cristiano, che promanano dalla comunione con colui che è l’Amore e assumono le medesime sue caratteristiche di gratuità, di misericordia, di universalità, diventano la più efficace proclamazione del regno di Dio.

8. Carissimi fedeli della parrocchia di Santa Silvia! Sono lieto di darvi atto del notevole impegno che la vostra comunità sta ponendo nell’offrire questa testimonianza di amore fattivo. L’odierno incontro con voi mi consente di portarvi la mia personale parola di incoraggiamento a proseguire sulla strada intrapresa.

Saluto il cardinale vicario e mons. Remigio Ragonesi, vescovo ausiliare incaricato di questo settore; saluto il parroco don Benedetto Tuzia, col coadiutore e con i numerosi sacerdoti, che in molteplici modi collaborano negli impegni di ministero. Uno speciale pensiero rivolgo alle religiose dei vari istituti presenti nel territorio della parrocchia, alle cui necessità pastorali offrono un valido contributo in armonia con le finalità proprie delle rispettive Congregazioni.

Il mio saluto si allarga poi ad abbracciare tutti i laici della parrocchia, specialmente coloro che, nelle associazioni, nei gruppi, negli organismi di partecipazione, si adoperano perché la comunità offra una matura testimonianza di fede e di carità, e si faccia concretamente incontro ai fratelli, presentando loro un volto solidale e accogliente. Tutti vi esorto, carissimi, a perseverare, avendo cura di coordinare il vostro impegno con quello dei gruppi che lavorano in altri settori della vita parrocchiale. Il parroco e gli altri sacerdoti, che rendono presente tra voi il vescovo, devono essere l’anima dell’attività pastorale. Cercate, quindi, di essere in costante armonia nelle vostre iniziative, perché la parrocchia di Santa Silvia sia veramente una famiglia, i cui membri si sentono legati fra coloro dal saldo vincolo dell’amore.

Fratelli e sorelle, ascoltiamo nuovamente la parola di Dio, che ci è stata annunciata: “Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo”. Accogliamo con gioia questo invito. Viviamo questo impegno; daremo così gloria al Padre celeste e offriremo un grande contributo all’edificazione della “civiltà dell’amore”.

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 

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