The Holy See
back up
Search
riga

APERTURA DELL’VIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA
DEL SINODO DEI VESCOVI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica Vaticana - Domenica, 30 settembre 1990

 

1. “Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna” (Mt 21, 28). Così dice il padre dell’odierna parabola ai suoi figli. Così dice a quelli che egli chiama nella Chiesa al servizio sacerdotale. Va’ a lavorare nella mia vigna!

Cari fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, e voi tutti convenuti a questa VIII Assemblea generale del Sinodo dei vescovi, per studiare il tema: “La formazione sacerdotale nelle circostanze attuali”, desideriamo seguire questa parola del Padrone della vigna, il quale oggi chiama anche noi. Questa parola risuona in tanti luoghi della terra, in mezzo a tanti popoli e nazioni, in tante chiese. La vigna del Signore è vasta, larga come il mondo, e dovunque viva l’uomo creato da Dio e redento da Cristo, dovunque giunga lo Spirito della santa Pentecoste, si sente questa voce: va’ a lavorare nella mia vigna!

Ascoltano questa voce i giovani e gli anziani. Essa è sempre una chiamata personale: il Signore chiama per nome, così come chiamò i profeti e gli apostoli. Nello stesso tempo è chiamata all’interno della comunità: nella Chiesa e per la Chiesa. Ogni sacerdote è preso fra gli uomini e viene costituito per il bene degli uomini (Eb 5, 1).

2. Durante questo Sinodo dei vescovi vogliamo concentrarci sull’argomento della “formazione” sacerdotale. Che cosa è questa “formazione”? Si può dire che è una risposta alla chiamata del Signore della vigna. La prima risposta, diretta, è la disponibilità di proseguire sulla via della vocazione, mentre la risposta indiretta, graduale, globale è quella che viene data durante tutta la vita, e con tutta la vita.

Vogliamo penetrare i sensi arcani di tale risposta. Essa è semplice e nello stesso tempo complessa, così come è complesso l’uomo, come sono complesse e diverse le condizioni della sua esistenza, sia quelle interiori, sia quelle che sono il risultato delle circostanze di tempo e di luogo: le circostanze storiche, di ambiente e di civiltà.

Perché succede che il primo figlio, che è stato chiamato (tale è quello della parabola), risponde: “sì”, e poi non va a lavorare nella vigna; e l’altro invece dice: “no” e poi va nella vigna? Perché avviene così? E che cosa occorre fare perché il filiale “sì” alla chiamata del Padrone della vigna abbia una sua matura solidità?

3. Scrive san Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2, 5). Si può dire che in queste parole si trova una definizione della formazione sacerdotale.

Il sacerdote è l’uomo che deve avere in sé questi sentimenti in modo particolare. Tali sentimenti sono le ragioni d’essere del suo sacerdozio. Ciascuno di noi realizza se stesso, la sua umanità, la sua personalità, partecipando ai sentimenti che furono e che continuano ad essere in Cristo Gesù. Infatti questi sentimenti non hanno soltanto una dimensione storica; ma sono sempre vivi e vivificanti: si attualizzano nella potenza dello Spirito Santo, mediante la sua azione nell’uomo e nella comunità.

4. L’apostolo descrive quei “sentimenti che furono in Cristo Gesù” e la sua descrizione è, nello stesso tempo, inno e kerigma: proclama il mistero di Cristo! In questo mistero sono unite l’incarnazione e la redenzione, la spogliazione salvifica e l’esaltazione salvifica.

Cristo è il Figlio consostanziale al Padre che “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo”. Essendo Dio, si fece uomo e come uomo “umiliò se stesso” (Fil 12, 7; Fil 2, 8). Misura di tale umiliazione è la morte in croce, umanamente la più infamante. In questa morte Cristo si è fatto “obbediente”, per far superare la “disobbedienza” dell’uomo.

Qui raggiungiamo la fondamentale profondità dell’esistenza e della vita dell’uomo. Cristo è manifestazione di questa profondità. È l’unico che può far passare dalla schiavitù del peccato alla liberazione in Dio. La sua esaltazione sulla croce diventa inizio e fondamento dell’elevazione in Dio. Tutti siamo chiamati a partecipare a tale elevazione.

Questa chiamata si manifesta nelle parole: Va’ a lavorare nella vigna della tua redenzione. Va’ e lavora! Gesù Cristo è il Padrone di questa vigna. Va’ e lavora: rimani insieme con lui per la gloria di Dio Padre.

5. Questa chiamata è indirizzata a ciascun uomo. Nella Chiesa essa riveste la forma sacramentale. Il primo momento della chiamata è il Battesimo. Il sacerdozio dei fedeli è già in esso contenuto. Il sacerdozio ministeriale come sacramento ha la sua fonte in esso ed è legato, in modo particolare, all’Eucaristia, nella quale il mistero della croce e dell’esaltazione di Cristo (il mistero pasquale) si rinnova e si fa presente per il bene della Chiesa e del mondo.

6. La vocazione sacerdotale ha una dimensione pastorale. Il sacerdote, servendo, si fa simile a Cristo, già preannunciato come Colui che “addita la via giusta ai peccatori; guida gli umili secondo giustizia, insegna ai poveri le sue vie” (Sal 24, 8-9). Egli insegna con la parola del Vangelo, conferma con il suo servizio messianico che conosce le sue pecore ed è da esse seguito. Ma insegna soprattutto con la parola della sua croce e della sua umiliazione. Attraverso queste indica le vie che, uniche, conducono all’esaltazione dell’uomo in Dio.

La formazione sacerdotale prepara i nuovi discepoli del Redentore e gli imitatori del buon pastore.

7. Celebrando insieme la santissima Eucaristia, all’inizio di questa Assemblea sinodale, è per tutti noi fonte di intimo gaudio sapere che tutte le comunità ecclesiali sparse nel mondo si uniscono a noi nella preghiera: anche quelle che non possono essere qui rappresentate dai loro pastori. Un pensiero affettuoso va, in primo luogo, ai nostri fratelli della Cina, e, in secondo luogo, ai delegati delle Conferenze episcopali del Vietnam e del Laos, che non sono ancora presenti in mezzo a noi, con l’augurio che possano esserlo nel corso dei lavori sinodali.

Desidero porgere il mio cordiale e fraterno saluto a tutti i partecipanti a questa Assemblea sinodale, qui convenuti: vescovi e sacerdoti, “auditores” e “auditrices”, religiosi e religiose, laici e laiche, provenienti da vari ambienti ecclesiali di tutti i continenti; agli esperti che mettono a disposizione dei padri sinodali il frutto della loro particolare competenza; e a tutti quelli che, a vario titolo, prestano assistenza per il buon andamento dei lavori sinodali; in particolare ai collaboratori della Segreteria generale e al gruppo di giovani sacerdoti e seminaristi, i quali si sono resi disponibili e offriranno con generosità i loro preziosi servizi.

Do a tutti il mio benvenuto, esprimendo la gioia di essere con voi in questo momento tanto importante, in cui si concentrano l’attenzione e le speranze della Chiesa su un argomento vitale quale è quello della formazione sacerdotale. Mentre vi ringrazio per la vostra presenza, formulo l’augurio che dai vostri lavori possano derivare quegli abbondanti frutti che le comunità ecclesiali si attendono.

Mi conforta, come già detto, la certezza che in questa celebrazione siamo assistiti dalla preghiera che sale da tutta la Chiesa. Il Padre non dice “no” alla preghiera dei suoi figli. Egli dà loro di partecipare allo Spirito, il quale è indispensabile per poter corrispondere all’importante compito.

Occorre tuttavia che i sentimenti che sono in Cristo Gesù s’incontrino con quelli nostri: che i nostri sentimenti diventino quelli di Cristo. Occorre che mediante i nostri lavori parli quel “conforto derivante dalla carità” che decide della vocazione e della vita sacerdotale nella Chiesa e nel mondo. Occorre che il Signore ci trovi svegli. Cristo “è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2, 11). Amen!

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 

top