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VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Campo sportivo di Lubaczów
- Lunedì, 3 giugno 1991
1. “Tu sei la gloria della nostra nazione” (cf. Gdt 15, 9).
Queste parole risuonano dalla vetta di Jasna Gora il giorno della festa
patronale della Regina della Polonia. Vanno di pari passo con la preghiera detta
da tante generazioni in lingua nativa: “Ave o Maria, piena di grazia, il Signore
è con te, benedetta tu fra le donne”, Madre di Dio.
Nella nostra storia molte
volte abbiamo sperimentato la particolare protezione materna della Madre di
Cristo. Casimiro il Rinnovatore invoca la Madre di Dio e riacquista l’eredità
perduta. Ladislao il Breve, a Wislica, ode le parole: “Alzati, fidati, vincerai”
- con queste parole la Madre di Dio conforta il re, che portò il paese fuori
dalla disgregazione territoriale. Le vittorie decisive nella storia, da Legnica
fino a Chocim e Vienna, e nel nostro secolo l’Anno 1920 - le attribuivano tutte
all’intercessione della Madre di Dio. E in particolare quella sorprendente
vittoria del convento-fortezza di Jasna Gora, nel 1655.
Anche di lì, dalla vetta
di Jasna Gora, scendono, nella festa patronale della Regina della Polonia, le
parole di questa invocazione biblica: “Tu sei la gloria del nostro popolo”.
2.
Quando - alcuni mesi dopo la difesa di Jasna Gora - il re Giovanni Casimiro
offrì alla Madre di Dio, come alla Regina (Regina della Corona Polacca), la sua
eredità plurinazionale - si attuò uno sposalizio particolare.
Era lo sposalizio
della Sapienza Divina, la quale dice di sé in modo profetico con le parole del
Libro del Siracide: “lo sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e ho ricoperto
come nube la terra” (Sir 24, 3): ecco la dimensione cosmica dell’Eterna Sapienza.
E dopo questa dimensione trova la sua dimora nella storia dell’uomo: “Fissa la
tenda in Giacobbe . . . prendi in eredità Israele” (Sir 24, 8). Ed ecco la Sapienza
“pone le radici in mezzo ad un popolo glorioso, nella porzione del Signore, sua
eredità” (cf. Sir 24, 12), per diventare cibo e bevanda degli uomini: “Quanti si
nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me, avranno ancora sete” (Sir
24, 21).
Il re Giovanni Casimiro, inginocchiato nella cattedrale di Leopoli
davanti all’Immagine della Madonna delle Grazie, si unisce alle numerose
generazioni di coloro che hanno fame e sete della Sapienza divina - per se
stessi, per il suo regno, per i popoli in mezzo ai quali, per Divina
Provvidenza, gli toccò di esercitare il potere regale in tempi particolarmente
difficili.
3. Le nozze della Sapienza divina, che è il Verbo Eterno, trovano la
loro espressione evangelica a Cana di Galilea. Il Verbo si fece carne, nascendo
da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo. Il mistero dell’incarnazione del
Verbo è il mistero delle nozze della divinità con l’umanità. Come Uomo, il
Figlio di Dio - Gesù di Nazaret viene invitato alle nozze insieme a sua Madre e
i discepoli.
Ciò che nel corso dei secoli doveva trovare l’espressione nelle
nostre terre, si fa riconoscere già là, già a Cana di Galilea.
Maria, che tante
volte nel corso della storia parlò a Cristo delle diverse necessità degli uomini
e delle nazioni, parlò per la prima volta di questo a Cana, quando agli sposi
mancò il vino: “Non hanno più vino” (Gv 2, 3).
Quanto futile può sembrare questa necessità in confronto ad
altre. Accettiamola però come il prototipo per tutti i bisogni dell’uomo,
delle nazioni, dell’umanità. La Madre di Cristo si pone in mezzo tra ogni
necessità e Cristo, Figlio di Dio, Verbo Eterno e Sapienza, che sposò la storia
dell’uomo. Vuole operare in essa.
4. Ai piedi della Madre di Dio
nella cattedrale di Leopoli il re Giovanni Casimiro pensava alle necessità del
suo regno, ai pericoli che incombevano su di esso. Li portava tutti nel suo
cuore regale. Li aveva sperimentati, quando durante l’invasione svedese aveva
dovuto lasciare il paese e cercare riparo in Slesia.
Sentiva però che la misura
dei bisogni è ancora maggiore, che va più nel profondo; che la minaccia viene
non solo dal di fuori, ma dal di dentro. E ne diede espressione, emettendo i
voti, mentre diceva: “Prometto (infine) e faccio voto, che, raggiunta una volta
la pace, con tutti gli stati, adopererò ogni mezzo per liberare il popolo del
mio regno da ogni peso ingiusto e da ogni oppressione”.
Ecco il primo abbozzo di
un programma di rinnovamento sociale, che crescerà di generazione in generazione
- sino al nostro secolo.
È stato dunque bene, che questi voti del re nella
cattedrale di Leopoli venissero rinnovati e attualizzati in diversi momenti
della storia. Da essi è nato nel nostro secolo l’atto di consacrazione in
occasione del millennio, unito al Millennio del Battesimo della Polonia.
5. Qui
entriamo ormai nella storia della nostra generazione. Qual è il più grande
bisogno, per il quale oseremmo disturbare il Cuore materno della Madre di Dio?
Certamente le necessità sono numerose, ma tocchiamo quella che tra di esse
sembra essere la più essenziale. Essa si unisce con la fondamentale gerarchia
dei valori: per l’uomo, per le comunità umane, per le nazioni e le società,
l’“essere” è più importante dell’“avere”.
È più importante ciò che uno è che quanto possiede.
Dio ci ha creati in modo tale che abbiamo bisogno di diverse
cose. Ci sono delle cose indispensabili non solo per soddisfare i nostri più
elementari bisogni, ma anche per saper condividerle reciprocamente, e costruire,
con il loro aiuto, lo spazio del nostro “essere”. Il nostro Padre celeste sa
bene che abbiamo bisogno di varie cose materiali. Però sappiamo cercarle e
usarle in conformità alla sua volontà. I valori che si possono “avere”, mai
debbono diventare il nostro fine ultimo. Il nostro Padre celeste li elargisce
perché ci aiutino sempre più ad “essere”.
Per questo anche le società povere
vanno messe sull’avviso davanti all’errore degli atteggiamenti consumistici. Mai
bisogna tendere ai beni materiali in questo modo, né in tale modo usarli, come
se essi fossero fine a se stessi. Perciò la riforma economica che viene attuata
nella nostra Patria dovrebbe essere accompagnata dalla crescita del senso
sociale, da una sempre più generale sollecitudine per il bene comune, dal notare
i più poveri e i più bisognosi, e anche dalla benevolenza verso gli stranieri,
che vengono qui in cerca di pane. Specialmente oggi, nel periodo della riforma
economica, mettiamoci in attento ascolto delle parole di Cristo Signore: “Non
affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa
indosseremo? . . . il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno. Cercate prima
il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in
aggiunta” (Mt 6, 31-33).
Non siamo stati noi però dominati da ciò che è - nonostante
tutto - meno importante? Non si faceva sentire e non continua questo a farsi
sentire? Di quale sforzo abbiamo bisogno per ritrovare le giuste proporzioni in
questo campo?
6. A Cana di Galilea la Madre di Cristo dice ai
servi: “Fate quello che (Egli) vi dirà” (Gv 2, 5).
Un grande bisogno dei nostri
tempi è il ricordare ciò che dice Dio: l’accettare nuovamente, quello che
insegna Cristo: “Fate quello che (Egli) vi dirà”.
Perciò nel corso del presente
pellegrinaggio ritorniamo continuamente al Decalogo: Quando Dio dice: “Ricordati
di santificare le feste”, la sua parola non riguarda soltanto un giorno alla
settimana. Essa riguarda tutto il carattere della nostra vita. In questa nostra
vita umana è indispensabile la dimensione della santità. È indispensabile
all’uomo perché egli “sia” di più - perché realizzi più pienamente la propria
umanità. Ed è indispensabile per le nazioni e le società.
La fede e la ricerca
di santità sono una questione privata soltanto in senso che nessuno sostituirà
l’uomo nel suo personale incontro con Dio, che non si può cercare e trovare Dio
diversamente che in una vera libertà interiore. Però Dio ci dice: “Siate santi
perché io sono santo” (Lv 11, 44). Con la sua santità egli vuole abbracciare non
solo un singolo uomo, ma anche famiglie intere e altre comunità umane, anche
intere nazioni e società. Per questo il postulato di neutralità ideologica è
giusto principalmente nel senso che lo stato dovrebbe proteggere la libertà di
coscienza e di confessione di tutti i suoi cittadini, indipendentemente dalla
religione o dall’ideologia che essi professano.
Però il postulato di non
ammettere in alcun modo nella vita sociale e statale la dimensione della
santità, è il postulato di portare l’ateismo nello stato e nella vita sociale, e
ha poco in comune con la neutralità ideologica. Occorre molta benevolenza
reciproca e buona volontà per giungere ad elaborare le forme, il modo di essere
di ciò che è santo nella vita della società e dello stato, che non feriscano
nessuno, e nessuno rendano straniero nella propria patria. Noi, cattolici,
chiediamo allo stesso tempo di prendere in considerazione il nostro punto di
vista: che moltissimi di noi si sentirebbero a disagio in uno stato dalle cui
strutture sarebbe stato allontanato Dio, e questo sotto pretesto della
neutralità ideologica. Il Cardinale Primate così parlò su questo tema nella
solennità di San Stanislao di quest’anno: “In un periodo di trasformazioni del
sistema, ci troviamo davanti al compito di una nuova e seria impostazione di
rapporti tra la Chiesa e lo Stato.
Questo presuppone diverse nuove formulazioni
e decisioni originali, rispondenti allo stato numerico dei credenti e al livello
di vita religiosa. Ciò richiede da entrambe le parti lo sforzo e l’umile ricerca
della verità. A volte si nota quasi la voglia di una facile e meccanica
imitazione, da un lato dei modelli dell’Occidente, e d’altro lato l’accettazione
di alcune forme che venivano applicate nell’epoca del totalitarismo” (Cracovia,
12 maggio 1991). Il terzo comandamento esige ancora dei richiami del tutto
elementari. È piaciuto all’Eterno Padre rendere Mediatore della nostra salvezza
il suo Figlio unigenito, che per noi si fece uomo.
Perciò la domenica, giorno
della sua risurrezione, è per noi, che abbiamo creduto in Cristo, un giorno
particolarmente santo. In esso ci raduniamo tutti intorno all’altare, per
attingere alla santità di Cristo, e per rendere santa tutta la nostra settimana.
Qui, durante la Santa Messa, si rende realmente presente quell’ineffabile amore,
che ci è stato dimostrato mediante la Croce di Cristo. “Dio infatti ha tanto
amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non
muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16). “Da questo abbiamo conosciuto
l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi” (1 Gv 3, 16).
Oggi, mentre una parte
dei cattolici comincia a trascurare la Santa Messa domenicale, dobbiamo
ricordarci in modo particolare del mistero di quest’amore di Dio, che ci è stato
donato in Cristo, che si rende presente sul suo altare. Non illudiamoci:
allontanandoci dalle sorgenti dell’amore e della santità, ci si allontana da
Cristo stesso.
7. Ci siamo soffermati oggi accanto alle parole dei voti del re
Giovanni Casimiro, dai quali ci separano oltre tre secoli.
Allontanandoci da
questa stazione del pellegrinaggio del Papa verso i nostri compiti e i nostri
destini, non dimentichiamo l’eterno amore di Dio, che decide della verità e del
senso dell’esistenza dell’uomo in ogni tempo e in ogni luogo.
Non permettiamoci
di strappare quelle radici che la Sapienza divina ha messo nella nostra storia e
nelle nostre anime. Non permettiamo di smarrire il retaggio su cui si è posato
il segno dell’eterna salvezza.
“Grande è il Signore e degno di ogni lode / nella
città del nostro Dio. /Il suo monte santo, altura stupenda, / è la gioia di
tutta la terra . . . / Dio l’ha fondata per sempre” (Sal 48, 2.9). Amen.
Saluto ai fedeli al termine della Messa
Cari fratelli e sorelle,
Prima che mi allontani da questo luogo al quale ogni giorno
giungo come pellegrino nella preghiera, prima che io parta per continuare il mio
pellegrinaggio in Polonia, permettetemi di salutare ancora una volta voi tutti
qui raccolti, voi tutti di questo angolo dell’antica Diocesi di Leopoli che per
decine di anni ha avuto il titolo di Arcidiocesi a Lubaczów e che ha avuto i
propri pastori, i propri vicari capitolari, i propri amministratori apostolici,
che hanno portato in sé la successione, la continuità apostolica di questa
antichissima Chiesa Metropolitana fondata a Leopoli nel XIV secolo. Saluto in
modo particolarmente cordiale voi tutti di questa Arcidiocesi di Lubaczów
insieme con i rappresentanti delle Autorità sia di Przemysl che di Lubaczów.
Saluto tutte le parrocchie, saluto il nuovo amministratore che è succeduto nella
giurisdizione dell’attuale Arcivescovo di Leopoli dei Latini. Saluto tutti allo
stesso modo e ringrazio tutti coloro che sono giunti qui da tutta la Polonia;
prima di tutto saluto i vicini giunti da Przemysl, da Lublino, con i loro
pastori; saluto tutto l’episcopato con a capo il Primate; l’intero Episcopato
polacco che oggi qui concelebra con me ed è pellegrino per tutta la Polonia,
seguendo il motto “Rendete grazie a Dio, non spegnete lo Spirito”.
Cari fratelli e sorelle come non abbracciare, da qui, con
speciale amore, non accogliere con una speciale apertura del cuore tutti coloro
che sono giunti da lontano, al di là delle frontiere politiche, tutti i nostri
fratelli e sorelle di entrambi i riti, che hanno viaggiato a volte a piedi, con
grandi difficoltà per essere qui in questo luogo e per partecipare a questo
incontro storico? Fra di noi, che li accogliamo e li salutiamo, vi sono anche le
rappresentanze delle Università e delle Accademie cattoliche ed ecclesiastiche
di Lublino, di Cracovia e di Varsavia. Noi li ringraziamo per la loro presenza,
visto che, il padrone di casa di questo incontro, ora Arcivescovo di Leopoli, è
stato per lunghi anni Rettore della Accademia Teologica di Cracovia. Noi li
salutiamo in modo particolare, e se così possiamo dire, li abbracciamo in questa
nostra comunità ecclesiale, antichissima ed insieme di nuova formazione.
Salutiamo in modo particolare tutti i sacerdoti e salutiamo tutte le religiose e
i religiosi, che iniziano là un lavoro evangelico catechetico, pastorale dalle
fondamenta.
Che Dio vi benedica in questo lavoro da pionieri. Infine ci è
cara la presenza qui dei Vescovi dell’altra parte, che con noi oggi concelebrano.
Quanto mai eloquente è per noi il fatto che da poco tempo grazie alla nuova
situazione giuridica e internazionale abbiamo nuovamente un vescovato a
Kamieniec Podolski, a Zytomierz, e con l’arcivescovo di Leopoli sono qui oggi
due collaboratori nella missione episcopale dei quali desidero prima di tutto
salutare per primo il più anziano. Chi non lo conosce? è Padre Rafal! Per tanti
anni, per decenni, fra tante sofferenze ed umiliazioni egli è rimasto custode
fedele di questo tesoro di questo segno di identità della Chiesa che è
l’antichissima cattedrale di Leopoli. Saluto poi il giovane don Marco. Siamo
molto felici che egli sia qui. Non so quando mi sarà concesso di visitare
Leopoli, quelle terre e quelle Chiese, ma so sicuramente che voi, cari fratelli,
con il vostro nuovo Arcivescovo, nuovo ed insieme antico, avete di fronte a voi
un enorme lavoro.
Tuttavia si tratta di una grande messe con i pochi operai; ma,
noi ci rallegriamo che questa messe ci sia, che non sia stato possibile
sradicare tutto fino in fondo, che tutto stia nuovamente germogliando,
crescendo, portando frutto, ed attende i mietitori. Dio vi benedica in tutto
questo lavoro nella antichissima vigna del Signore, che si rinnova e che bisogna
nuovamente coltivare. Noi saremo con voi e siamo con voi. Qui, da questa parte,
perché il Regno di Dio passa attraverso tutte le frontiere, è universale.
Ringraziamo il Signore Dio per il fatto che questa universalità della Chiesa
nella quale il Regno di Dio si prepara qui in questo mondo, possa manifestarsi
al di là della nostra frontiera orientale, non solo qui, al sud, ma anche più a
nord, in Bielorussia e nella stessa Russia, sia quella europea che quella
asiatica, e nel Kazakistan. Con stupore veniamo a sapere che si trovano là dei
Vescovi e, se ci sono, ciò significa che là sono delle greggi, che aspettano
quei Vescovi così come aspettano dei sacerdoti. Queste sono tutte le grandi
opere di Dio.
In questa grande opera di Dio, come in quella piccola di Cana di
Galilea, dove è mancato il vino è presente la Madre delle Grazie, che onorate
nella Cattedrale di Leopoli. Tu, Madre da tanti santuari nelle antichissime
terre rutene e nella profonda Russia, e nelle Icone di queste terre, sei
presente e vegli, non permettere che abbiamo a perire e fai rinascere e prepara
maternamente la via a Tuo Figlio, ripetendo continuamente: “Fate quello che Egli
vi dirà”. Inizia un’epoca nella quale l’Oriente, quello vicino come quello
lontano, si apre ad ascoltare questa parola di Cana di Galilea, che
continuamente ripetiamo, soprattutto a Jasna Gora: “Fate quello che Egli vi
dirà”; si inizia ad ascoltarlo, si inizia ad accoglierlo, si inizia a seguirlo:
“Da chi andremo, Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”. E
l’uomo dovunque sia, è creato per la vita eterna ed attende la missione della
vita eterna. Quanto più gli hanno ristretto gli orizzonti di questa vita, quanto
più glieli hanno limitati alla temporaneità, alla dimensione materialistica, ad
un materialismo obbligatorio, amministrativo, tanto più egli si apre al bisogno
della vita eterna: “Tu hai parole di vita eterna”. Siamo grati a Dio e agli
uomini per il fatto che questa verità sull’uomo, così grande ed insieme così
fondamentale, e così trascurata, abbia trovato comprensione. E la Chiesa è
universale.
Da ieri stiamo vivendo questa grande gioia dell’incontro con i
nostri fratelli di rito orientale, anticamente si diceva “greco-cattolici”,
attualmente si dice di rito “bizantino-ucraino”. Siamo felici del fatto che da
ieri siamo insieme: a Przemysl, dove da 600 anni hanno la propria sede
vescovile, e che oggi possiamo essere con loro, che sia qui il loro
rappresentante il Vescovo Sofron Dmiterko da Stanislawow, a noi caro, e ieri ve
ne erano ancora più numerosi con lo stesso Arcivescovo maggiore, il Cardinale
Lubachivsky a capo, sia a Przemysl, sia qui a Lubaczów. Ci rallegriamo per
questo, cari fratelli, nostri fratelli nell’unità della Chiesa, non solo
nell’unità della fede in Cristo, ma nell’unità della Chiesa, nell’unità di cui
segno è Pietro e i suoi Successori romani, del fatto che voi, siate usciti dalle
catacombe e che ricostruiamo la vostra vita ecclesiale. Vi auguriamo la
benedizione di Dio e tutto ciò che auguriamo ugualmente alla Chiesa cattolica
dell’altra sponda dei San, dello Zbrucz e di qualsiasi luogo in cui la Chiesa
sia ritornata in vita, dovunque trovi la sua missione, dovunque trovi coloro che
sono mandati, coloro che servono il Vangelo di Cristo, dovunque si trovano anche
dei cuori aperti all’ascolto della Verità divina.
Ci rallegriamo e ringraziamo tutti. Esprimo qui - poiché questo
luogo lo esige in modo particolare - questa mia gioia e questa mia gratitudine;
e siamo anche contenti del fatto che abbia voluto essere qui con noi anche come
massimo rappresentante dell’Episcopato Austriaco, il Cardinale Arcivescovo di
Vienna con i suoi Vescovi ausiliari.
Non dirò nulla su Roma, sui miei collaboratori presso la Santa
Sede, cominciando dal Segretario di Stato poiché essi sono sempre con me e non
mi lasciano neanche per un pasto, sia a Roma che nel mondo.
Dio renda merito a tutti voi. Sia lode a questa eterna Sapienza
divina, che è, allo stesso modo, Provvidenza che comprende tutto da un confine
all’altro. Qui, in questa frontiera, sono avvenute delle opere e si sono
manifestati dei segni della Provvidenza Divina. Gloria a Te, Signore, Padre e
Figlio e Spirito Santo. Che questa nostra lode la esprima più pienamente Colei
che è divenuta stabile dimora della Sapienza divina, la nostra Signora e Madre
delle Grazie, con noi piena di grazia.
© Copyright 1991 - Libreria
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