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VIAGGIO APOSTOLICO IN BRASILE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

«Aterro da Boca do Rio da Armação» (Salvador da Bahia)
 Giornata Missionaria Mondiale -
Domenica, 20 ottobre 1991

 

1. “L’anima nostra attende il Signore” (Sal 33, 20)
“Signore, sia su di noi la tua grazia
” (Sal 33, 22)

Così prega il salmista. Così innalza a Dio il suo grido a nome del suo popolo, del Popolo che il Signore e Dio vero ha scelto e ha avvolto con la sua grazia. Spesso Dio ha fatto conoscere a questo Popolo la grazia della sua elezione e vocazione nella storia di tutta la grande famiglia umana. Diceva a questo Popolo: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me” (Es 20, 2-3). Così parlava Dio al popolo eletto stabilendo con esso un’Alleanza e manifestandogli la sua volontà per mezzo di Mosè, ai piedi del monte Sinai.

“Signore, sia su di noi la tua grazia”. È solo a nome del suo popolo - Israele - che il Salmista eleva il suo grido al Signore? Non è forse presente in quel grido la voce di tutti i popoli e di tutti gli uomini della terra? Non sono forse le anime di tutti in attesa del Signore? Non aspettavano forse il Signore, il Dio vero, le anime di tutti gli uomini e di tutti i popoli che abitavano nel grande continente americano, anche prima che qui giungessero gli Apostoli chiamati dal Signore - gli apostoli della grazia e della salvezza?

2. “Signore, sia su di noi la tua grazia” . . .

La grazia, ossia l’amore della divina elezione abbraccia tutti gli uomini nel Verbo eterno: il Figlio consustanziale al Padre. Dal Padre e dal Figlio procede eternamente lo Spirito, Soffio salvifico di amore, con il quale Dio abbraccia e penetra tutta la creazione e, in modo particolare, le anime degli uomini creati a immagine e somiglianza di Dio.

Ciò avviene per opera del Figlio che si è fatto uomo, il divino Emmanuele: “È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida”, secondo le parole del profeta Isaia (Is 53, 2). È cresciuto nella storia dell’umanità come il Figlio della Vergine di Nazaret, Maria, la quale, in virtù dello Spirito Santo lo ha concepito e lo ha dato alla luce. In lui, il Dio eterno e ineffabile ha dato compimento alle speranze dell’uomo: “Ecco, l’occhio del Signore veglia su chi lo teme, su chi spera nella sua grazia” (Sal 33 18); in Cristo, Dio e Uomo, si è fermato in ciascun uomo “per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame” (Ivi, 19).

È stato compiuto tutto questo per opera della croce, come annunciava lo stesso profeta Isaia, quando affermava: “Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione . . . si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità” (Is 53, 10-11).

Così infatti il Figlio consustanziale al Padre, Dio nato da Dio e Luce nata da Luce, come Uomo nato da una Vergine, è diventato servo: servo della santità di Dio, servo dei disegni eterni e salvifici di Dio. Servo della nostra eterna salvezza, di noi uomini, di tutti gli uomini.

Quando contempliamo il Crocifisso, si compie ciò che profetizzava Isaia. Qui, davanti a noi, è Cristo: “Disprezzato e reietto tra gli uomini, uomo dei dolori” (Is 53, 3). Eccolo davanti a noi, il Cristo, servo dell’eterna salvezza dell’uomo, di tutti gli uomini, popoli e nazioni.

In tal modo egli è diventato, come proclama l’Apostolo nella Lettera agli Ebrei, sommo sacerdote, l’unico sommo sacerdote di tutta la storia del cosmo, della storia dell’uomo nel mondo, in tutti i continenti.

3. Nell’ordinare ai suoi apostoli con persuasiva chiarezza, “andate” (Mc 16, 15) e nell’assicurare loro “io sono con voi” (Mt 28, 20), il Messia crocifisso e morto, ma risorto, li ha costituiti, senza riserve e irrevocabilmente, araldi, testimoni e comunicatori della grazia salvifica, già invocata dal Salmista, promessa dai profeti, adesso garantita da lui, Figlio dell’Eterno Padre. Ai quattro orizzonti sono corsi i Dodici, latori della salvezza e spinti nel loro intimo dall’urgenza di annunziarla come “buona notizia” e come fonte di vita.

Anche sulle coste dell’America, cinquecento anni fa, sulle coste del territorio che hanno chiamato Vera Cruz e Santa Cruz, prima di chiamarlo Brasile, arrivarono a ondate successive i messaggeri e i ministri della grazia della Salvezza, sacerdoti del clero diocesano, francescani e domenicani, carmelitani e mercedari, benedettini e gesuiti, precedendo molti altri. Essi assunsero coraggiosamente questi territori vastissimi come campo della propria missione. Diedero inizio, senza por tempo in mezzo, al compito dell’evangelizzazione da essi intesa come annuncio chiaro ed esplicito di Gesù Cristo, del suo nome, della sua persona, della sua buona novella di salvezza, delle sue norme di vita. Ma anche per convivere con gli abitanti di queste regioni, difendendo i loro diritti e promuovendo la loro dignità di esseri umani. Le gesta di questi uomini ebbero carattere di eroismo, di solidarietà umana e, al tempo stesso, di ardori di carità soprannaturale, di fede contagiosa, di acceso zelo apostolico.

Ricordando questa epopea missionaria della prima evangelizzazione in questi luoghi, in questa terra generosa e sotto il cielo di Bahia, non posso non pronunciare un nome che è tutto un programma: quello di Padre José de Anchieta, giustamente soprannominato “l’Apostolo del Brasile”. Ho avuto l’intima soddisfazione di elevare all’onore degli altari, beatificandolo nella Basilica Vaticana pochi giorni prima del mio primo viaggio in Brasile, questo figlio di Tenerife che, entrato nella Compagnia di Gesù e giunto poco più che adolescente nella Terra di Santa Cruz, ha qui vissuto una vita santa e apostolica, interamente dedicata all’educazione umana e cristiana degli indios in mezzo a sofferenze e tribolazioni di ogni tipo. Come Superiore della Compagnia, ha trascorso anni della sua esistenza in questa Città di Salvador, prima di morire, consumato dalla fatica più che dall’età, presso il mare di Reritiba, nello stato di Spirito Santo, che ho visitato ieri.

4. Qui, dove hanno avuto inizio i primi passi dell’opera evangelizzatrice, più che parlare del passato, dobbiamo interrogarci sul presente. Più che chiederci come è stata, quali ostacoli abbia affrontato, quali limiti e condizionamenti abbia conosciuto la prima evangelizzazione, dobbiamo e vogliamo lasciarci interpellare dalla seconda evangelizzazione di cui siamo protagonisti.

La domanda che deve stimolarci in modo particolare in questa domenica di ottobre, tradizionalmente dedicata alle Missioni, è una di quelle che ho posto nella recente Enciclica Redemptoris missio. Voi, bahiani, uomini e donne, anziani, adulti, giovani, adolescenti e bambini, colti e poco istruiti, voi in che modo proseguite l’opera dei vostri padri nella fede? Che ne è stato della missione e dell’evangelizzazione che deve essere presentata come nuova evangelizzazione a Salvador e alla Bahia di oggi?

Qui a Bahia si presenta in modo immediato, evidente e ineludibile, il “mondo” di quanti si professano cristiani e cattolici per origine familiare, per i sacramenti che hanno ricevuto, per la pratica più o meno frequente delle norme e dei precetti dellaChiesa. Tra loro esistono i più impegnati nella comunità ecclesiale, nella sua vita e attività, come anche quelli che soffrono di un’insufficiente formazione religiosa e sono perciò più esposti alle superstizioni, al sincretismo religioso, al fascino di gruppi o correnti religiose incompatibili con la fede cattolica. Questo mondo religioso di grandi proporzioni, in cui si inserisce la complessa realtà della religiosità popolare con le sue varie sfaccettature, ha urgente necessità di una risposta perseverante e sollecita, e la esige con una rassegnazione carica di drammatica sofferenza spirituale.

Un altro “mondo”, non meno bisognoso, è quello degli indifferenti; di quanti sono stati cattolici in un passato più o meno recente, ma, per la mancanza della presenza attiva di pastori, per l’inquietudine della vita, per l’influenza di studi e letture, per negligenza, hanno abbandonato ogni pratica religiosa. È molto grande il numero di queste persone legate alla propria fede originale soltanto da un tenue vincolo di una sporadica pratica religiosa. Esiste anche il “mondo” di quanti sono rimasti segnati dall’ateismo ideologico o da quello pratico - dall’edonismo e dal consumismo - e dal secolarismo per una totale mancanza di riferimento religioso.

Fanno parte di questo “mondo” in prevalenza elementi delle classi superiori, soprattutto giovani o giovani-adulti delle università, impegnati in attività decisionali nella società. Si avverte l’urgente necessità di introdurre il Vangelo in questo “mondo” da cui, che lo si voglia o meno, derivano in gran parte le direttive della vita politica, sociale, economica e culturale di una Città, di uno Stato, di un Paese.

5. Ma la Domenica delle Missioni risveglia nella nostra coscienza anche il dovere missionario “ad gentes”.

Il senso di questo dovere, quando è vissuto con una certa pienezza, produce oggi un risultato: le Chiese anche povere, nonostante la loro povertà, danno alle Chiese ancora più povere. In questo senso, il documento di Puebla contiene questa affermazione di enorme portata: il nostro continente è missionario, nel senso che ha ancora bisogno, e molto, del contributo missionario di altri paesi. È anche missionario perché, all’interno del paese stesso, missionari di una regione più dotata di risorse e di persone danno ad altre più carenti; è missionario infine perché già si comincia a inviare missionari “ad gentes” in altri continenti.

Sono a conoscenza che già centinaia di sacerdoti, laici e religiosi brasiliani hanno accolto la missione “ad gentes” e oggi si trovano in terre lontane, impegnati nell’azione missionaria in tutte le sue dimensioni. Do il mio più chiaro e vigoroso sostegno, da un lato al programma “Chiese-sorelle”, valido strumento del mandato missionario all’interno del paese stesso, e, dall’altro, ai programmi di “missioni “ad gentes”” a cominciare dal Brasile.

6. Avverto, a questo punto dell’omelia, l’impulso interiore di rivolgermi a tutta la Chiesa pellegrina in Brasile. Pellegrina negli stati e territori che non mi è stato ancora possibile visitare, ai cui pastori, governanti e popolo imparto da qui la mia benedizione apostolica più sentita: il piccolo e caro Sergipe, geograficamente vicino a Bahia e ecclesialmente unito al Regional Nordeste III con la sua arcidiocesi e le diocesi suffraganee. Acre e Rondonia, Amapá e Roraima. Pellegrina in ogni città, villaggio e agglomerato; in ogni comunità ecclesiale di base, parrocchia e diocesi. In ogni fabbrica, miniera, fattoria o fazenda, scuola o università. In ogni famiglia segnata dalla felicità e dalla gioia, o colpita dal dolore e dal lutto. Pellegrina negli ospedali e nelle prigioni, negli stadi e nei luoghi di divertimento onesto e sano. A questa Chiesa pellegrina nella speranza, comunione di fede, amore, preghiera e mutuo servizio tra pastori e fedeli, rivolgo l’esortazione: “Sia nel mondo testimone fedele e affidabile dell’immensa tenerezza di Dio verso l’umanità!”.

Alla Chiesa che si costruisce ogni giorno nell’arcidiocesi di Salvador e nello stato di Bahia, al suo Cardinale Arcivescovo, Sua Em.za Lucas Moreira Neves e a tutti gli altri Vescovi, presbiteri e diaconi, persone consacrate e laici, voglio lasciare, in occasione di questo secondo incontro, l’espressione del mio affetto e la mia benedizione apostolica, specialmente ai più poveri e miseri, ai più bisognosi e dimenticati. Il Figlio di Dio, il Signore di Bonfim, ai cui piedi mi sono prostrato in adorazione questa mattina, benedica Salvador e Bahia, i responsabili del bene comune e tutta la popolazione.

7. Trovandoci quindi in questo momento storico - vero “kairós” - dell’evangelizzazione e della missione “ad gentes”, ascoltiamo le parole rivolte da Gesù Cristo agli apostoli e in particolare ai due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni: “Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?” (Mc 10, 38).

Potete partecipare alla croce salvifica della Redenzione? Siete disposti a perseverare sotto il potere dello Spirito di Verità, anche passando attraverso travagli e sofferenze, mediante il ministero della parola e della carità? Sotto il potere dello Spirito che si dona ai cuori umili e forti?

E Cristo prosegue: Non pensate alla gloria di questo mondo, alle grandezze terrene. “Chi vuol esser grande tra voi si farà vostro servitore” - servo di tutti. “Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 43-45).

Un giorno Cristo ha chiesto agli apostoli: “Potete?” - e questi risposero: “Possiamo” (Mc 10, 39).

Oggi lo stesso Cristo vi chiede - chiede a voi, bahiani, a voi, brasiliani - a voi che siete il popolo di Dio e alla Chiesa del Dio vivo: “Potete, per il vostro bene e il bene dei vostri fratelli e delle vostre sorelle, mettervi al servizio della mia parola e dei miei sacramenti, della mia Buona Novella di salvezza, al servizio della Speranza che sono venuto a portare e dell’Amore che sono venuto ad accendere perché arda il mondo? Potete, voi giovani, rinunciare agli idoli dell’avere, del potere e del piacere e rendere testimonianza di perfetta adesione a me, accettando di seguirmi lungo le vie della vita consacrata e del ministero diaconale e presbiterale? Potete accogliere l’appello che vi faccio: “Vieni e seguimi!”, come dico a ciascuno dei Dodici? Potete dedicare il meglio della vostra vita ai poveri, agli ammalati, agli emarginati, ai peccatori, a quanti sono lontani da me e dal Padre mio?”.

Sia dunque la vostra risposta: “Possiamo, Signore! Non per la nostra capacità, ma per la tua grazia. Possiamo, tutto possiamo in colui che ci dà la forza!” (cf. Fil 4, 13).

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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